Petrolio e Palestina

Questo post è la seconda parte su tre [PRIMA PARTE | TERZA PARTE] di una serie sull’influenza italiana in nordafrica dall’unità d’Italia ad oggi. Tangenzialmente, trovate anche un’aggiornamento recente sulla guerra civile libica di Davide Riva.

La seconda guerra mondiale è finita, l’Italia è un paese sconfitto e occupato che ha firmato una resa incodizionata. I comunisti hanno abbandonato l’ipotesi insurrezionale, il paese è quindi saldamente in mano all’anglosfera.

Per quanto riguarda le colonie, gli americani detteranno criteri per la decolonizzazione più stretti di quelli imposti per i mandati dopo la prima guerra mondiale. In linea di massima quel che è chiaro è che le colonie italiane diverranno tutte indipendenti, chi prima chi dopo.

Va segnalato che, nonostante l’Italia fosse emarginata da tutte le trattive di pace prima, e da quelle sulle colonie (argomento che fu rimandato a dopo la firma del trattato di pace, come lo furono alltri) poi, De Gasperi si spese parecchio in via informale affinchè l’Italia mantenesse le colonie acquisite prima dell’avvento del fascismo, opinione condivisa in pressoché tutto l’arco parlamentare.

E qui la situazione inizia ad assumere i tratti di una commedia.

Nel ’49 il ministro degli esteri italiano, Carlo Sforza, e quello inglese, Ernest Bevin, raggiungono un compromesso sulla questione coloniale italiana con l’obiettivo di creare un consenso all’ONU per una risoluzione di maggioranza.

Secondo questo compromesso, a partire dal ’51, vi sarebbe stata un’amministrazione fiduciaria italiana di 10 anni sulla Somalia, l’Eritrea sarebbe stata divisa tra Sudan ed Etiopia con particolare riguardo alla popolazione italiana e la Libia sarebbe stata spartita: Cirenaica agli inglesi, Fezzan ai francesi e Tripolitania agli italiani.

Questo compromesso era quanto di meglio si potesse ottenere in una situazione simile, e chiaramente era visto dagli inglesi come un modo per aumentare i propri territori coloniali.

Ma qualcosa andò storto: All’assemblea generale delle Nazioni Unite la risoluzione fu sconfitta per un solo voto: Quello del rappresentante di Haiti, presentatosi completamente ubriaco e farneticante alla votazione, non sapendo neanche cosa stava votando.

E così, per un’accidente della storia, la Libia divenne subito unita ed indipendente (tramite una seconda risoluzione), l’Eritrea venne annessa dall’Etiopia e all’Italia non rimase nulla se non l’amministrazione fiduciaria in Somalia.

Enrico Mattei

MATTEI, GRONCHI, FANFANI

Una nuova possibilità di penetrazione italiana in nordafrica si presentò con la Crisi di Suez del 1956.

Paradossalmente, essere rimasti senza colonie si rivelò un vantaggio quando i movimenti anti-coloniali iniziarono a porre seri problemi a Francia ed Inghilterra. Si vide l’opportunità di legarsi ai nuovi movimenti indipendentisti o ai nuovi regimi per guadagnare posizioni nella regione a scapito dei nostri storici rivali.

Questa opportunità venne colta a livello politico da una frangia della Democrazia Cristiana facente capo all’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e al segretario della DC e futuro premier Amintore Fanfani, ma il capostipite di questa nuova strategia nazionale fu certamente il Presidente di ENI, Enrico Mattei.

Mattei si fece molti nemici, supportando apertamente, ad esempio, il FLN algerino e andando contro al cartello delle “sette sorelle” petrolifere, superando la tradizionale spartizione 1/3 2/3 delle rendite petrolifere con il paese ospitante e proponendo invece accordi al 50/50.

Sarà un caso, direte, che dopo aver ricevuto per anni minacce dall’OAS (una formazione terroristica francese formata da militari ed ufficiali coloniali franco-algerini) e non solo, l’aereo di Mattei precipitò misteriosamente nel 1962. E che nel cruscotto furono rinvenute prove di una carica esplosiva. E che dopo la sua morte l’ENI fece decadere gli accordi di estrazione nel sahara algerino.

Sicuramente furono coincidenze.

Gheddafi da giovane

GLI ANNI ’70 E LA GUERRA ARABO-ISRAELIANA

Nonostante l’omicidio di Mattei mise un freno agli slanci più ambiziosi dell’Italia nella regione, la politica, che viene definita “neo-atlantista”, di azione autonoma in nord-africa e in medio-oriente, non si fermò.

Con i governi di centrosinistra insieme al PSI questa politica continua.

Il colpo di stato del ’69 in Libia ad opera di Gheddafi e dei suoi liberi ufficiali, sebbene avesse un carattere fortemente anti-italiano (La monarchia libica era vista come una prosecuzione del dominio coloniale), divenne in seguito l’occasione per sfruttare le immense riserve petrolifere che erano state originariamente scoperte proprio da un italiano. Con Gheddafi si siglarono degli accordi in tal senso gia negli anni ’70.

Poi, nel 73, scoppio la guerra arabo-israeliana, anche detta guerra dello Yom Kippur.

Di questa guerra parleranno in seguito gli storici militari come la guerra che rese chiaro, per la prima volta, quanto sia dispendiosa in termini di materiali una guerra convenzionale su larga scala ai giorni nostri. Entrambe le parti, infatti, pur dotate di forze armate ben equipaggiate, finirono velocemente le loro scorte di munizioni, e dovettero chiedere rifornimenti ai propri alleati internazionali: Gli arabi all’URSS, gli israeliani agli USA.

In questo caso è interessante la posizione italiana. Il governo Moro, infatti, fu l’unico insieme a quello francese, nel blocco occidentale, a non supportare economicamente o diplomaticamente Israele.

In seguito, quando i paesi dell’OPEC attuarono un embargo nei confronti dei paesi che supportavano Israele, causando una crisi energetica in Europa, l’Italia si adoperò per trovare nuove fonti di approvigionamento: In primis in URSS, in secundis nei paesi arabi, particolarmente in Libia.

Soldato egiziano festeggia dopo aver passato il canale di Suez, 1973

SIGONELLA

Ancora una volta, nel 1985, l’Italia dimostrerà di non seguire la linea anglo-americana nei rapporti con il mondo arabo.

Quando un commando palestinese sequestrò il traghetto italiano Achille Lauro nel mediterraneo, l’Italia cercò di mediare tramite Abu Abbas, capo del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, una fazione scissionista dell’OLP.

Abu Abbas venne intercettato in volo dall’aviazione americana, che lo dirottò sulla base aerea di Sigonella.

Il Presidente del Consiglio Craxi, però, informato della cosa, ritenne che Abu Abbas dovesse essere preso in custodia dalle autorità italiane, rimanendo inamovibile. Ne seguì uno stallo alla messicana nella base aerea di Sigonella con membri della Delta Force e dei Carabinieri arrivati ad un passo dallo scontro a fuoco. Una scena mai vista tra due paesi dell’Alleanza Atlantica, forse il punto di maggior rottura mai raggiunto dall’Italia con gli Stati Uniti dall’inizio dell’occupazione.

Craxi volle difendere la politica filo-araba dell’Italia fino alle estreme conseguenze, ed ebbe ragione di Raegan. Abu Abbas fu preso in custodia dalle autorità italiane e poco dopo scomparve, probabilmente in Yugoslavia.

Bettino Craxi

Pochi anni dopo finì la guerra fredda, gli angloamericani vinsero dunque la terza guerra mondiale di fila, gli equilibri internazionali cambiarono rapidamente. Senza più l’URSS a fare da referente a regimi arabi ostili, Israele fu in grado di espandere la sua influenza nella regione mediorientale senza freni (tranne poi quello iraniano che iniziò a svilupparsi all’inizio degli anni 2000), di li a poco, come vedremo, anche l’Italia abbandonerà la politica filo-araba e filo-palestinese diventando filo-sionista.

In nordafrica restavano formalmente al potere i vecchi regimi: Mubarak, Gheddafi, Boumedienne, Ben Bella. Ma era evidente che ora la potenza (quasi) egemone avrebbe potuto, e voluto, sbarazzersene. E così farà 20 anni dopo la fine della guerra fredda, con tutto quello che ne conseguirà dal punto di vista dell’influenza italiana nella regione.

Nella prossima parte ne parlerò, per non perdervela quando uscirà iscrivetevi al canale telegram o alla mailing list che trovate in fondo a questa pagina.

4 pensieri riguardo “Petrolio e Palestina

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