Eterna battaglia per il mare nostrum

Questa è l’ultima parte di tre di una serie di post sull’influenza italiana in nordafrica e nel mondo arabo, dall’unità d’Italia, passando per la guerra fredda, fino ai giorni nostri

Nell‘ultima parte, ci eravamo lasciati così: Finisce la guerra fredda, ed immediatamente nel mondo arabo iniziano a sentirsi le onde d’urto.

Bush senior, in occasione del successo dell’operazione Desert Storm, dichiarava l’inizio di un nuovo ordine mondiale (di cui in teoria doveva fare parte anche l’Unione Sovietica, ai suoi ultimi rantoli di vita). Un ordine naturalmente guidato dagli Stati Uniti, potenza trainante della coalizione anglofona vincitrice di tre guerre mondiali.

Naturalmente questo, per i regimi una volta supportati dall’URSS, pose subito dei problemi: L’anglosfera chiedeva, e lo chiedeva subito, di prendere una chiara posizione a favore del nuovo ordine mondiale, quindi attuando liberalizzazioni economiche (reali) e politiche (di facciata), oppure di affrontarne frontalmente la forza.

LE GUERRE DEL NUOVO ORDINE MONDIALE

Questa seconda opzione fu sperimentata per la prima volta in Yugoslavia: Si intervenne nelle tensioni etniche e politiche presenti nel paese per bombardarlo, smembrarlo, dividerlo in più stati possibile. Uno di questi, la Bosnia, è ad oggi, che io sappia, l’unico stato al mondo la cui massima autorità è nominata ufficialmente da potenze e organismi internazionali stranieri.

Di particolare interesse fu il principio “legale” stabilito: La potenza egemone diventava legittimata ad intervenire militarmente per questioni interne riguardanti ogni stato del mondo. Desert storm prima e le guerre di Yugoslavia poi, effettivamente grandi successi militari, furono una chiara affermazione della volontà (e della reale potenza) egemonica dell’anglosfera.

Tornando al mondo arabo, esistevano dei paesi gia fortemente legati all’anglosfera: Gli stati del golfo arabo, la Giordania e il Marocco. Tutti paesi definibili, nel sentire comune occidentale, dittature. Non furono toccati, ma andiamo avanti.

Vi era l’Egitto, dove nominalmente il partito di Nasser governava ancora, ma dove de facto era avvenuto, dai tempi di Sadat, un graduale avvicinamento agli USA, che comprese liberalizzazione economica ed accordo di pace con Israele.
Mubarak continuò su questa falsa riga prima e dopo la fine della guerra fredda. L’Egitto si trovava quindi in una sorta di limbo.

Per tutti gli altri (escluso il Libano, situazione a se), era giunta la resa dei conti.
Questi paesi si dovevano preparare innanzitutto a gestire problemi interni, non godendo più del supporto dei paesi del comintern, che alimentavano la loro economia socialista. In secundis, non più protetti dalle armi (talvolta anche nucleari) sovietiche, ad affrontare i loro storici rivali militari: Israele, USA, ma anche le ex potenze coloniali, Francia e Gran Bretagna, con cui avevano avuto pessimi rapporti durante la guerra fredda, spesso con sponde da parte dell’Italia.

Il giro di prova fu l’Iraq, invaso nel 2003 sostenendo che fosse dotato di armi chimiche, giustificazione poi rivelatasi completamente falsa.

Per ragioni gia in parte spiegate in altri post, non andò bene come in Yugoslavia.

Il pozzo nero in cui gli USA e la NATO si infilarono con l’occupazione di Iraq ed Afghanistan portò allo screditamento di una strategia puramente militare per attuare cambi di regime, specie in zone del mondo con situazioni etniche e religiose così complicate, e così poco comprese dagli occidentali.

E così, nel 2011, si cambiò approccio.

Soldati del GOI al largo dell’Iraq, anni 2000

LIBIA

Una grande protesta popolare, scoppiata in Tunisia contro il carovita, venne amplificata e direzionata tramite fondi, media, social media e armi angloamericane per stravolgere completamente gli equilibri politici della regione.

Stiamo parlando delle “primavere arabe”, ritenute dal Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate della Federazione Russa, Valery Gerasimov, un importante caso di studio della guerra moderna.

Senza perdere ulteriore tempo in disamine delle primavere arabe, veniamo a noi: Cosa signficava questo per l’Italia? Partiamo dal paese più importante: La Libia.

L’intervento armato della NATO in Libia viene proposto e guidato dalla Francia (gli USA di Obama attueranno una politica di “leading from behind”).

Oltreché nel momento in cui Gheddafi stava per lanciare il suo progetto di moneta africana, dichiaratamente avversario del Franco CFA, questo intervento avveniva nel momento di massima amicizia (e naturalmente cooperazione energetica) tra Italia e Libia.

Da parte italiana ci fu una debolissima, e colpevolissima, opposizione a questo intervento. Una volta deciso di non ostacolarlo, si scelse quindi di prenderne parte per poter almeno incidere sul futuro del paese post-Gheddafi, troppa era l’importanza dei legami energetici per poter lasciare mano libera alle altre potenze in gioco.

Tra i due schieramenti che si coalizzarono dopo il caos iniziale, l’Italia scelse il GNA basato in Tripolitania, tradizionale zona d’influenza italiana, riuscendo anche a farlo riconoscere dall’ONU. La Francia, ovviamente, scelse quello opposto, sostenendo il maresciallo Haftar in Cirenaica, dove subito iniziarono le operazioni della compagnia petrolifera nazionale francese, Total.

L’Italia, di nuovo, sostenne troppo timidamente i propri alleati in loco. L’LNA di Haftar giunse fino a Tripoli, l’ambasciata italiana venne evacuata (più volte), italiani vennero rapiti, stabilimenti dell’ENI bombardati.

A salvarci dalla completa debacle fu solo l’improbabile alleanza con la Turchia, che nel 2020, impiegando direttamente i suoi droni (mostratisi decisivi anche nel Nagorno-Karabakh), costrinse alla ritirata le truppe dell’LNA fino al raggiungimento di un’accordo di pace.

Nonostante la situazione in Libia rimanga instabile, l’Italia mantiene, grazie all’intervento turco, delle notevoli posizioni, sia per quanto riguarda l’ENI che per quanto riguarda i contratti commerciali della ricostruzione.

Naturalmente, il supporto turco non è stato gratuito. Erdogan ha guadagnato per la Turchia un’enorme influenza commerciale laddove prima della guerra non ve n’era alcuna, ma non solo.

La Turchia ha preso il controllo della guardia costiera libica, prima in mano italiana, guadagnando così un’ulteriore arma ricattatoria contro l’UE (in particolare contro l’Italia) tramite il controllo della rotta migratoria mediterranea, oltre a quella, gia ampiamente usata, della rotta balcanica.

Berlusconi insieme a Gheddafi durante una visita a Roma

EGITTO

Per quanto riguarda l’Egitto, come ho scritto sopra, le cose sono leggermente diverse.

L’Egitto è tradizionalmente zona d’influenza inglese, essendo stato una colonia britannica.

L’avvio di importanti relazioni commerciali Egitto-Italia è invece un fatto recente, e si può riassumere in due dati: La scoperta, nel 2015 e nel 2018, di due bacini di gas naturale tra i più grandi al mondo, da parte di Eni; e la stipulazione di importanti commesse militari, tra cui la vendita di due fregate FREMM (1,3 miliardi di euro) e un nuovo accordo in fase di conclusione, che dovrebbe valere intorno ai 10 miliardi. Un ottimo caso di studio peraltro, riguardo a due capisaldi della nostra politica estera: Approvigionamento di materie prime e vendita di armi da parte di aziende di Stato.

Questi importanti sviluppi, quindi, sono avvenuti quando l’attuale Presidente egiziano Al-Sisi era gia giunto al potere, dopo un golpe, contro i fratelli musulmani, che aveva messo fine alla “primavera araba” egiziana. Golpe che fu caldamente supportato dall’allora premier Renzi. Evidentemente il supporto pagò.

Veniamo quindi al lato spinoso della faccenda.

Il problema principale nelle relazioni Egitto-Italia è causato da due eventi che hanno avuto ampio risalto mediatico: L’uccisione del ricercatore Giulio Regeni da parte dei servizi segreti egiziani e l’incarcerazione dello studente egiziano di UniBo, Patrick Zaki. Sentiamo continuamente parlare di questi due casi in televisione, abbiamo visto dibattiti parlamentari, rottura dei rapporti diplomatici con l’Egitto, petizioni per sospendere la vendita di armi.

Cerchiamo di trovare un filo conduttore di queste due vicende, una chiave di lettura inedita.

Perché di Regeni dobbiamo innanzitutto sottolineare che fosse in Egitto per svolgere una ricerca in quanto studente dell’Università di Cambridge, che si è più volte rifiutata di divulgare i dettagli di queste ricerche (Si pensa sui sindacati autonomi). E la commistione tra mondo accademico e servizi segreti, soprattutto a Londra, non è niente di nuovo.

Questo non significa che Regeni fosse un agente dell’MI6, cosa che tra l’altro i familiari hanno sempre negato. Ma che qualcuno abbia scelto di mandare proprio un italiano a stuzzicare un regime golpista, ai tempi instabile, guardacaso proprio mentre l’ENI scopriva il deposito Noor… è sicuramente plausibile.

Il filo conduttore con Zaki che, ricordo, non è cittadino italiano, si trova a mio parere nell’ONG che più si è fatta carico delle campagne di pubblicità sia del caso Regeni che del caso Zaki: Amnesty International.

Amnesty International fu fondata da un ex agente dei servizi segreti inglesi durante la guerra fredda, e di recente è stata colta in comprovate campagne di diffamazione contro regimi ostili al governo britannico (da cui riceve fondi): Un rapporto sul Sudan senza averlo mai visitato, una descrizione fraudolenta delle proteste in Iran, il supporto ad un gruppo di opposizione siriano finanziato dal governo britannico, il supporto dell’opposizione marxista e islamista in India contro il regime di Modi. Sono esempi sufficienti per definire un pattern? Penso di si.

Non ci sono prove schiaccianti, per sostenere che ci sia un complotto dei servizi segreti inglesi per ridurre l’influenza italiana in Egitto, è vero, ma questo non significa che non sia un’opzione da considerare, alla luce della fine della guerra fredda, che ha riaperto nuovi spazi per la competizione tra le potenze europee grazie alle crisi dei regimi filo-sovietici. Alla luce dell’entrata dirompente dell’Italia in un paese, l’Egitto, roccaforte degli interessi inglesi. Alla luce di numerosi interrogativi riscontrabili in queste due vicende: Perché l’Università di Cambridge è così opaca nel discutere i motivi del viaggio di Regeni?


Perché un cittadino egiziano incarcerato in Egitto è costantemente al tg italiano? Perché i cartonati in giro per tutta Italia? Perché in ogni trasmissione televisiva se ne parla? Ci sono italiani in giro per il mondo ostaggio dell’ISIS, ci sono regimi che ai loro cittadini fanno molto di peggio che una carcerazione preventiva. Ma si parla sempre, solo di Zaki.
Ed è stata votata una mozione per conferirgli la cittadinanza italiana, quasi a voler creare un incidente diplomatico dove non c’era.

CONCLUSIONE

Queste sono mie opinioni personali su una vicenda molto opaca.

Quel che è certo è che con la fine della guerra fredda e il riassetto politico forzato della regione MENA, si sono aperti nuovi spazi di competizione tra l’Italia e le potenze che sempre, dalla sua nascita, si sono con noi contese espansioni commerciali e militari nella regione. Sia quando siamo stati nemici che quando siamo stati “alleati”, come siamo oggi.

La geopolitica e la storia non si fermano a causa della NATO o della lotta al comunismo, le loro costanti si sono sempre ripresentate.

L’Italia continuerà a cercare l’espansione nel mare nostrum.
Continuerà a dover cooperare e scontrarsi con le altre potenze mediterranee (Francia, Turchia) e oceaniche (Regno Unito, Stati Uniti) per farlo, sfruttando al meglio le opportunità che i fattori interni agli stati arabi e alle loro popolazioni presenteranno.

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