Tripoli, bel suol d’amore

Questo post è la prima di tre parti [PARTE 2 | PARTE 3]sui tentativi italiani di guadagnare influenza in nordafrica e sugli ostacoli trovati lungo la strada, per non perdere la seconda parte quando uscirà, iscriviti al canale telegram

“A Tripoli”, interpretata da Claudio Villa:

A Tripoli

L’Italia è uno Stato giovane, spesso ce ne dimentichiamo.

Non è giovane come nazione, sia chiaro, di Italia si parla dai tempi dell’Impero Romano, e ne parla Machiavelli in termini molto chiari nel suo “Il Principe“, ma per varie ragioni il nostro destino di unità si concretizzò in ritardo rispetto ad altre nazioni.

Nel 1830, 31 anni prima dell’unità d’Italia, la Francia occupava Algeri, dopo aver costretto il governorato, autonomo all’interno dell’Impero Ottomano, in una trappola del debito.

Nel 1652, 209 anni prima, la compagnia olandese delle indie orientiali stabiliva il suo primo avamposto in Sudafrica.

La giovane Italia arrivava quindi piuttosto in ritardo ed impreparata nell’era coloniale.

Sebbene le prime avventure coloniali italiane fossero avvenute nel Corno d’Africa gia alla fine dell”Ottocento, si trattava, per il momento, di possedimenti di poco conto: Il vero obiettivo era l’espansione in nordafrica, il controllo di quello che era sempre stato il mare nostrum dai tempi dell’Impero Romano, passando per le repubbliche marinare, e di quei territori che, essendo stati gioielli dell’Impero in precedenza, avevano sempre intessuto grandi relazioni commerciali con i mercanti italiani, durante i califfati e durante l’Impero Ottomano.

Bisogna inoltre far presente che, inizialmente, l’Italia scelse una strategia di espansione coloniale diversa da quella francese: In Eritrea e in Somalia le prime espansioni avvennero tramite acquisti di territorio, in modo pacifico. Si tentò una strategia simile anche in Tunisia, ai tempi facente parte dell’Impero Ottomano, dove gli italiani si limitarono a fondare compagnie commerciali ed emigrare per dedicarsi all’agricoltura, ovviamente in sinergia con le istituzioni dello Stato.

E qui nacquero i primi problemi: Nel 1881, seguendo lo stesso copione seguito in precedenza con l’Algeria, la Francia occupò militarmente la Tunisia, mettendo a repentaglio le attività commerciali italiane e la futura, auspicabile, colonizzazione anche politica.

Questo fu un vero schiaffo per l’Italia e le conseguenze principali furono due:
In primis, una guerra commerciale con la Francia che durò almeno 30 anni, insieme alla stipulazione della Triplice Alleanza, sempre in funzione anti-francese.

In secundis un cambio di strategia coloniale verso un’espansione più aggressiva, che portò, durante l’era di Francesco Crispi, alle grottesche sconfitte di Adua e Dogalì.

Cartina che mostra la conquista italiana della Libia

L’IMPRESA DI LIBIA

Nel 1911 però, finalmente, le cose cambiano.

Dopo un lungo e certosino lavoro di preparazione diplomatica, con cui ci assicurammo il placet inglese e francese, l’Italia, il cui primo ministro ai tempi era Giolitti, dichiarò guerra all’Impero Ottomano, grande malato d’Europa, per strappargli i suoi ultimi territori africani: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan; insomma, quella che oggi chiamiamo Libia.

In Italia l’impresa di Libia fu vista come una gloriosa occasione di riscatto nazionale, di una nazione che, da quando era unita, non aveva, oggettivamente, mai avuto successi militari. Che dal punto di vista coloniale aveva fino a quel punto collezionato solo una serie di brutte figure e smacchi.

La guerra coinvolse più di 100.000 uomini in armi, in Italia spopolava “A Tripoli”, che Gea della Garisenda soleva cantare vestita solamente di una bandiera italiana. I turchi, i cui rifornimenti erano ostacolati dagli inglesi, vennero battuti senza troppe difficoltà.

L’aviere italiano Giulio Gavotti eseguiva il primo bombardamento aereo della storia militare, ispirando, oltre alle poesie futuriste, anche la futura dottrina aerea, di cui noi fummo pionieri.

Ma dopo la vittoria iniziarono ad emergere i problemi.

L’Italia era riuscita ad occupare solamente la costa della Libia, l’immenso territorio desertico rimaneva occupato da popolazioni nomadi e riottose. Alcune confraternite islamiche, come la senussiya in Cirenaica, erano particolarmente agguerrite.

La Libia fu pacificata solamente durante il fascismo con un dispendio di uomini e risorse non indifferente, con una repressione feroce e senza scrupoli nei confronti delle popolazioni ribelli.

Risorse che non erano certo ripagate dalle attività commerciali che si potevano svolgere in Libia.
Di li a poco denominata “scatolone di sabbia”, la sua immensa ricchezza petrolifera fu scoperta solo negli anni ’30 dal professor Ardito Desio (ma non si fece in tempo, o non ci furono le risorse, per sfruttarla).
Si cercava di trasformare la Libia in una colonia di popolamento, come l’Australia, ma anche quello avrebbe richiesto molto tempo.

Mussolini con la “spada dell’Islam”, autoproclamatosi protettore dell’Islam nella Libia italiana

VITTORIA MUTILATA

L’Italia usciva dalla prima guerra mondiale con una vittoria, ma con una vittoria che, come ben sappiamo, fu mutilata.

La mancata assegnazione dei territori orientali, quindi il tradimento del Patto di Londra sulla cui base l’Italia era entrata in guerra, voluto da Woodrow Wilson e permesso da Francia e Regno Unito, fece infuriare la nostra delegazione al punto che si ritirò dalle trattative.

Questo ritiro fece si che quando, in seguito, si discusse dei territori coloniali dell’Impero Ottomano e della Germania da suddividere in mandati per le potenze vincitrici, l’Italia non partecipò, non ottenendo dunque nessun territorio (Per chiarirci: La non partecipazione non giustifica comunque il tradimento ulteriore del Patto di Londra).

Rettificare questa situazione fu una delle più grandi preoccupazioni del fascismo, da quando giunse al potere pochi anni dopo.

Francia ed Inghilterra non peccarono certo di generosità, concedendo solamente qualche piccola rettifica territoriale nei deserti somali e libici, ed impegnandosi a tutelare gli interessi commerciali italiani nelle loro colonie (in primis la Tunisia). Tutto questo, a fronte dell’occupazione anglo-belgio-francese di Iraq, Siria, Libano, Palestina, Giordania, Tanzania, Burundi, Ruanda, Namibia e diversi altri territori nel pacifico.

ETIOPIA E SECONDA GUERRA MONDIALE

Quando nel ’35 il primo ministro francese Laval, in un accordo con Mussolini, acconsentì alla pentrazione italiana in Etiopia, venne preso alla lettera.

Fino all’ultimo dei suoi giorni Laval sostenne di aver acconsentito solo ad un espansione commerciale, ma questo a Mussolini poco importava, e l’Etiopia venne conquistata dando vita all’Africa Orientale Italiana.

Poi, nel ’40, con la Francia in ginocchio e l’alleato tedesco che spadroneggiava da Varsavia ad Oslo, si vide l’opportunità di diventare una super potenza coloniale e, soprattutto, di controllare definitivamente il mediterraneo.

L’obiettivo era ambizioso: Riconquistare (o conqusitare per la prima volta, che dir si voglia) la Tunisia, e collegare i possedimenti nordafricani con l’AOI tramite una manovra a tenaglia che sarebbe culminata nell’occupazione del canale di Suez, l’entrata orientale del mediterraneo.

Il piano, come ben sappiamo, fallì miseramente, per ragioni troppo complesse da spiegare qua, e passammo dall’avere un considerevole, seppur inferiore a quello di altre potenze, impero coloniale, al diventare noi stessi una colonia di quelle potenze che volevamo scavalcare.

Per un po’, di influenza italiana in nordafrica, non si sarebbe più parlato.

Bersagliere italiano in nordafrica, durante la IIGM

Nella seconda parte parleremo di come l’Italia abbia nuovamente provato (e sia in parte riuscita) a ritagliarsi una sua influenza in nordafrica dopo la IIGM, facendosi molti nemici potenti e facendo anche diversi errori, arrivando fino ai giorni nostri con la questione libica ed egiziana.
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