La guerra delle Falkland

Il 2 aprile 1982, la flotta dell’Ammiraglio Anaya salpa per le isole Falkland – per gli argentini Malvinas – abitate da circa 2000 coloni inglesi ferventemente pro-britannici, occupandole militarmente.

Differentemente da quanto si pensi, questa mossa non era inaspettata. Non solo gli inglesi avevano già inviato sottomarini nucleari in loco, ma la disputa diplomatica sulle isole Falkland – che si protraeva sin dall’indipendenza dell’Argentina (accendendosi ulteriormente all’inizio degli anni ’60) – era già diventata militare da più di 5 anni.
Il Regno Unito – il cui governo era presieduto dalla Iron Lady, Margaret Tatcher – risponderà prontamente inviando una Task Force navale, dando inizio ad una guerra che – per certi versi – sconvolse il mondo, gli argentini e gli inglesi stessi.

In questa prima parte ripercorreremo gli eventi fino all’invio della task force britannica e riassumeremo le reazioni diplomatiche della comunità internazionale, nella prossima ripercorreremo l’intervento inglese a partire dalla riconquista di South Georgia.

Leopoldo Galtieri
Leopoldo Galtieri

SOUTHERN THULE

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La prima avvisaglia militare del conflitto è sconosciuta ai più.
Nel 1976, 6 anni prima dell’invasione delle Falkland, la marina argentina sbarca 50 “tecnici” sull’isola disabitata di Southern Thule, nell’arcipelago delle South Sandwich Islands, in una zona dell’atlantico di fatto dimenticata da Dio, abitata solamente da pinguini, a ridosso dell’Antartico. I militari argentini issano la loro bandiera, costruiscono una piccola caserma e una stazione metereologica.

L’occupazione viene scoperta solo settimane dopo dal governo inglese, e due anni dopo dalla House of Commons, che interrogherà l’allora premier Callaghan. Il Primo Ministro rivelerà di aver espresso parere negativo riguardo alla proposta – che aveva ricevuto – di riprendere l’isola con l’intervento dei marines, e la questione verrà dimenticata.

I 6 anni successivi saranno marcati da infruttuose trattative diplomatiche, marcate da posizioni britanniche ed argentine inconciliabili tra loro e – soprattutto – inconciliabili con i desiderata della popolazione delle Falkland, saldamente ancorata alla madrepatria. Il massimo a cui si riuscirà ad arrivare sarà un “ponte aereo” tra le Falkland e l’Argentina, che portò il governo di Londra – nel mezzo di una feroce spending review – a tagliare il collegamento via mare, lasciando gli abitanti delle Falkland in balia di quello che consideravano (a ragione) un aggressore.

L'isola di Southern Thule
L’isola di Southern Thule

SOUTH GEORGIA

La seconda escalation militare avverrà nel 1982, due settimane prima dell’invasione vera e propria delle Falkland.

Il 19 marzo una quarantina di operai di una compagnia privata argentina sbarcano a Leith – sull’isola di South Georgia – per smantellare una vecchia stazione di balenieri, in accordo con il consolato britannico. Una volta sbarcati, però, si rifiuteranno di chiedere le necessarie autorizzazioni alla base di ricerca antartica britannica situata sull’isola, issando una bandiera argentina e continuando a lavorare come nulla fosse.

Sorprendendo gli argentini, la Tatcher deciderà di inviare la nave Endurance da Port Stanley fino in South Georgia, intimando ai lavoratori di andarsene. La giunta risponderà inviando una nave di guerra e sbarcando dei marines insieme ad una quindicina di operai rimasti sull’isola, ma per il momento non ci saranno scontri.

Questa volta, però, il governo inglese non lascerà correre come nel caso di Southern Thule: Il 28 marzo viene presa la decisione di inviare 3 sottomarini nucleari nell’atlantico meridionale. Si è messa in moto la catena di eventi che inevitabilmente porterà alla guerra.

Falkland, South Georgia, arcipelago delle South Sandwich nell'Oceano Atlantico meridionale
Falkland, South Georgia, arcipelago delle South Sandwich nell’Oceano Atlantico meridionale

LA DECISIONE ARGENTINA

Consigli di lettura

Qua c’è da fare una postilla: Secondo Max Hastings – quantomeno – la decisione di invadere le Falkland era già stata presa nel 1976 in occasione del colpo di stato, che portò al potere la giunta militare guidata dal generale dell’esercito Leopoldo Galtieri. L’ammiraglio Anaya, capo di stato maggiore della marina ed esponente di spicco della giunta, l’aveva posta come precondizione per il sostegno della marina al governo militare.

Era però stato stabilito – visto lo stallo dei negoziati bilaterali e all’ONU – che l’invasione dovesse avvenire nell’estate del 1982, dopo che le forze armate argentine avessero ottenuto dalla Francia ulteriori caccia Super Etendard e soprattutto missili Excocet, che si riveleranno l’arma più temibile a loro disposizione durante la guerra.

I motivi che portarono ad anticipare la data al 2 aprile furono principalmente due.
In primis gli eventi che furono messi in moto a South Georgia (senza, pare, una specifica direzione del governo argentino) forzarono la mano agli inglesi, e fecero maturare negli argentini una mentalità da “ora o mai più”; dovuta al fatto che dei rinforzi inglesi nell’atlantico del sud (che in effetti stavano arrivando) avrebbero reso l’operazione molto più difficoltosa. Come per i tedeschi nel 1914 – che videro nella modernizzazione ferroviaria russa (con fondi francesi) un fattore capace di ribaltare i rapporti di forza – e i russi nel 2022, gli argentini sentirono di star perdendo la loro posizione di vantaggio.
In secundis, la giunta stava portando avanti un programma di riforme economiche deflattive che potremmo definire di “austerity“, e la sua popolarità era più bassa che mai. Ridare al popolo argentino Las Malvinas avrebbe anche salvato i destini politici della giunta.
Sarebbe scorretto quindi dire – come molti fanno – che la guerra ebbe solo motivazioni di carattere interno da parte argentina. Questi fattori semplicemente contribuirono ad anticiparla.

L’INVIO DELLA TASK FORCE

Il 2 aprile, i pochi marines inglesi presenti a Port Stanley, nelle Falkland, e a South Georgia, opposero resistenza per quanto poterono. Causarono morti argentini senza subirne neanche uno a loro volta, ma ovviamente dovettero arrendersi. Le Malvinas si trovavano ufficialmente sotto il dominio argentino.

A molti potrebbe sembrare scontato che una potenza mondiale e oceanica come il Regno Unito avrebbe subito inviato la marina per difendere il proprio territorio da un’invasione del terzo mondo – soprattutto ad oggi – alla luce delle guerre che si sono combattute in Bosnia, in Iraq, in Afghanistan, per motivi molto più fumosi e molto meno comprensibili dalla popolazione.

Le cose però, ai tempi, non stavano proprio così.

Bisogna innanzitutto far notare come la marina inglese fosse, si può dire, nel suo peggior stato di sempre.
Veniva da almeno 25 anni di tagli continui (nel 1980 addirittura fu imposta una moratoria totale sulle spese militari), mancava di carburante, e soprattutto era stata relegata ad un ruolo di guardia dell’Atlantico del Nord nell’ambito della strategia anti-sovietica della NATO. Relegata – per la maggior parte – ad un ruolo anti-sottomarino, e quindi poco preparata per operazioni anfibie, proiezioni di forza, combattimento nave-nave. L’allora Segretario alla Difesa, Sir John Nott, prevedeva uno smantellamento totale di quelle capacità di proiezione che invece erano care agli ammiragli della marina, e che si dimostreranno chiaramente vitali nel conflitto delle Falkland.

E’ infatti ormai stabilito che gli argentini stessi fossero convinti che non sarebbe arrivata nessuna risposta militare dal Regno Unito. Non solo, pensavano che se anche ci fosse stata volontà politica, un’operazione del genere non sarebbe stata militarmente possibile.

Oltreché di tipo militare, le difficoltà erano anche di tipo politico. Nell”82 la decolonizzazione era stata portata a termine bene o male per intero, e non c’era alcuna certezza sul fatto che la comunità internazionale (finanche quella europea) avrebbe supportato diplomaticamente la difesa delle Falkland.

La decisione di inviare la flotta, benché fosse supportata sia dal pubblico britannico che dalla quasi totalità della House of Commons, fu in realtà sofferta per il gabinetto della Tatcher; e fu presa infine a causa della caparbietà dell’Iron Lady e del suo Ammiraglio della Flotta – Sir Henry Leach – che irruppe non invitato nella riunione d’emergenza del governo, perorando la causa della task force.

Marines argentini a Port Stanley
Marines argentini a Port Stanley

LA BATTAGLIA DIPLOMATICA

Prima di soffermarci sull’aspetto militare del conflitto – sicuramente più interessante – facciamo un breve riassunto di quello diplomatico.

Dal punto di vista diplomatico, il Regno Unito riuscì a ricevere più supporto di quanto si sarebbe mai aspettato.
Riuscì ad ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che condannava l’aggressione argentina ed intimava il ritiro delle truppe, tramite l’astensione dell’Unione Sovietica in seno al consiglio (di certo non giocò in favore di Galtieri il carattere spiccatamente anti-comunista del suo regime, che gli aveva invece garantito la simpatia di Raegan).

La Comunità Europea impose subito delle sanzioni sull’Argentina (nonostante la posizione eterodossa di Craxi), Germania e Francia congelarono le loro esportazioni militari. Le banche (ca va sans dire, con sede nella City of London) smisero di prestare soldi all’Argentina, nonostante essa si premurò di rispettare comunque tutti i pagamenti dei suoi debiti nel corso del conflitto.

Per quanto riguarda gli USA – nonostante un’impostazione neutralistica iniziale – e nonostante dissidi interni tra l’amministrazione presidenziale (filo-argentina) e il dipartimento di stato (filo-britannico), alla fine si schierarono convintamente con il Regno Unito. Si rifiutarono – ad esempio – di fornire importanti manuali tecnici agli argentini, che avrebbero ad essi consentito di usare in modo più efficacie le loro bombe (spesso infatti, non esplodevano a contatto con le navi britanniche).

Fu fondamentale per il Regno Unito anche il supporto del Cile di Pinochet: Non solo le stazioni di ricezione cilene captavano segnali che riportavano speditamente ai britannici; il regime di Galtieri era particolarmente preoccupato da un’invasione di terra cilena dovuta a delle dispute territoriali, e quindi mantenne gran parte delle sue truppe migliori sul confine cileno, segnando le sorti della – per nulla scontata – battaglia di terra che avverrà sulle Falkland.

Salpava così la task force britannica, salutata con manifestazioni patriottiche da civili ammassati sul molo. Composta da portaerei, fregate, cacciatorpedinieri, sottomarini, navi cargo e addirittura una nave da crociera (la Canberra) requisita per trasportare la 3a brigata commando dei royal marines; per una guerra coloniale che mai i britannici avrebbero pensato di poter combattere nel 1982.

LA RIPRESA DI SOUTH GEORGIA

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La prima missione della task force fu, possiamo dire, prettamente politica. Fu la liberazione dell’isola di South Georgia.

Una parte del contingente di marines e forze speciali stazionato ad Ascension Island (la base inglese nell’atlantico più vicina alle Falkland) sotto il comando del Brigadiere Julian Thompson, si diresse verso South Georgia – invero dalla poca valenza strategica – per consegnare una vittoria politica al governo della Tatcher, rafforzando il supporto domestico per la missione.

La guerra delle Falkland iniziò – per i britannici – con un evento fortunato ed un evento sfortunato.

Il primo fu la localizzazione – per pura fortuna – del sottomarino argentino Santa Fe (che rappresentava una minaccia non indifferente per la task force) e la sua debilitazione al largo di Leith. La seconda fu la disastrosa missione di ricognizione dei SAS e dello SBS sulle montagne innevate di South Georgia e sulle sue coste, abortita più volte causa mal tempo e che costò più di un elicottero ai britannici (per puro miracolo nessuna vita).

Dopo il bombardamento del Santa Fe i britannici, nonostante gran parte dei marines fosse ancora lontana da South Georgia, decisero di andare fino in fondo vedendo gli argentini in evidente difficoltà. Circa 75 uomini – principalmente dei SAS e dello SBS – arrivarono in elicottero sull’isola e – una volta giunti alla base argentina di Grytviken – non dovettero fare altro se non accettare la resa del Capitano argentino Alfred Astiz e dei suoi uomini. Il giorno dopo anche la guarnigione di Leith si arrese.

I britannici avevano liberato South Georgia senza perdere neanche un uomo.

Ora si preparavano alla battaglia navale e alla riconquista delle Falkland vere e proprie.

HMS Invincible, la portaerei della task force delle Falkland
HMS Invincible, la portaerei della task force delle Falkland

LA BATTAGLIA NAVALE

Poco dopo la riconquista di South Georgia, la posta del conlfitto si alza drammaticamente.

La task force britannica aveva dichiarato – con l’inizio delle operazioni – una “zona di esclusione” di 200 miglia nautiche intorno alle Isole Falkland, all’interno della quale ogni nave argentina sarebbe stata attaccata. Un’espediente, se vogliamo, per mantenere limitato il conflitto.

L’1 maggio, il sottomarino nucleare Conqueror avvista l’incrociatore argentino General Belgrano, scortato da due cacciatorpedinieri. Il sottomarino, originariamente, era a caccia della portaerei argentina fuori dalla zona di esclusione, ma – nonostante non avesse trovato il suo bersaglio principale – chiese al comando il permesso di affondare la General Belgrano, una grossa, vecchia, nave da guerra con a bordo più di mille uomini.

Le autorità militari – il giorno successivo – chiesero il permesso al gabinetto di guerra politico, che lo concesse.

La General Belgrano venne infine colpita e affondata, causando la morte di 368 marinai argentini.

Dopo questo avvenimento, la marina dell’ammiraglio Anaya rimase in porto o attaccata alla costa argentina per tutta la durata della guerra. Non vi fu mai una battaglia navale tra la flotta argentina e quella britannica.

ARA General Belgrano
ARA General Belgrano

AFFONDAMENTO DELLA SHEFFIELD E PREPARAZIONE ALLO SBARCO

La flotta di Sua Maestà ora, protetta dai suoi sottomarini al largo della costa argentina, si sentì libera di iniziare a bombardare le installazioni argentine su East Falkland.

Forse fu proprio questo falso senso di sicurezza che portò all’affondamento della Sheffield.

Il 4 maggio, il radar del cacciatorpediniere iniziò a dare dei segnali, che inizialmente vennero interpretati come quelli di un aereo amico o di un caccia argentino. Fu solo quando dal ponte i marinai videro del fumo all’orizzonte, che capirono che in realtà quello che stava arrivando era proprio uno dei temuti missili Excocet. Missile che appena 5 secondi dopo colpì la nave, non lasciando tempo di attivare contromisure. La Sheffield fu danneggiata in modo irreparabile ed affondò poco dopo; in tutto vi furono 20 morti e 26 feriti.

Tutto d’un tratto, la guerra era diventata reale anche per i britannici. Da quel momento in poi, furono molto più cauti nel dispiegamento della task force, in particolare delle portaerei, che furono poste a distanza di sicurezza.

Nei giorni che seguirono, i britannici realizzarono gradualmente l’impossibilità di stabilire supremazia aerea in vista di uno sbarco, e si dedicarono invece a pattuglie, bombardamenti e raid per rendere più facile il lavoro degli uomini di Thompson, al momento ancora in attesa ad Ascension Island.

Uno degli episodi più iconici di questo periodo della guerra fu certamente il raid di Pebble Island; in occasione di cui un piccolo team di SAS si infiltrò in una base aerea argentina, distruggendo 11 velivoli senza perdere neanche un uomo. I SAS persero invece 22 uomini quando un albatross colpì il motore di un elicottero Sea King che li stava trasportando, facendolo precipitare in mare.

LO SBARCO A SAN CARLOS

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Il 21 maggio, quando i marines, i para, le guardie reali e membri delle forze speciali sbarcarono nella baia di San Carlos, scelta per la protezione naturale che offriva, a discapito della sua lontananza dall’obiettivo principale (Port Stanley) non incontrarono nessuna resistenza ne da terra ne da mare. Il giorno seguente, però, iniziò una delle battaglie aeree più feroci da dopo la seconda guerra mondiale.

L’aereonautica argentina, senza dubbio il ramo delle forze armate che ha combattuto con più tenacia in questo conflitto, e il ramo aereo della marina, effettuarono per giorni delle sortite sulle navi britanniche ormeggiate nella baia di San Carlos. Principalmente, con bombe convenzionali che in molte occasioni non esplosero come avrebbero dovuto, ma anche con i pochi missili excocet a disposizione delle forze armate argentine.

I britannici si difesero da queste sortite sia da terra, tramite il sistema Rapier e i missili a guida manuale Blowpipe, nell’aria con pattuglie di incercettazione dei loro Harrier, più agili nel combattimento dei Super Etendard francesi, e da mare, tramite i missili Sea Dart, Sea Cat e Sea Wolf installati sulle fregate e sui cacciatorpedinieri, oltreché tramite cannoni Oerlikon manuali.

Gradualmente le perdite argentine fecero affievolire i raid aerei, ma il prezzo che pagarono i britannici fu alto: Persero le navi Ardent, Antelope e Coventry. La perdita più pesante, però, non avvenne a San Carlos ma al largo delle Falkland.

Un missile excocet, diretto presumibilmente verso una delle portaerei britanniche, colpì la nave container Atlantic Conveyor, causando 12 morti e la perdita di 10 elicotteri Wessex e 4 elicotteri Chinook, difficilmente sostituibili e fondamentali per condurre la battaglia di terra che sarebbe cominciata a breve. La perdita di questi elicotteri, costrinse i contingenti britannici a muoversi nelle Falkland a passo di marcia, su terreno accidentato.

Sistema missilistico Sea Wolf, ancora in uso nella marina britannica
Sistema missilistico Sea Wolf, ancora in uso nella marina britannica

ASSALTO A GOOSE GREEN

La prima battaglia di terra della guerra avviene, come la ripresa di South Georgia, più per ragioni politiche che per ragioni militari. A causa dei continui raid aerei argentini e a causa della mancanza di elicotteri, il contingente britannico non si era praticamente mosso dalle sue posizioni iniziali nella baia di San Carlos e sul monte Kent. La politica voleva una vittoria, e la voleva in fretta, quindi, benché i militari avrebbero preferito una marcia decisiva su Port Stanley, si decise di catturare la guarnigione argentina nella vicina Goose Green. Guarnigione che, peraltro, era stata anche rinforzata dopo una fuga di notizie causata dai giornalisti britannici che accompagnavano il contingente.

L’assalto fu assegnato al secondo battaglione paracadutisti (2 para), che si mosse dalle sue anguste posizioni sul monte Kent da dove aveva assistito, impotente, alla battaglia aerea che infuriava sulla baia di San Carlos.

A Darwin Hill, i britannici incontrarono una delle resistenze più tenaci nel corso di tutta la guerra. Subirono imboscate e vennero soppressi dalle posizioni fortificate argentine, avendo anche a disposizione poche munizioni di artiglieria a causa della difficile situazione logistica.

I 4 reggimenti britannici, riuscirono infine a catturare le colline intorno a Goose Green, per poi recuperare le forze e pianificare l’assalto alla posizione vera e propria.

Non ci fu bisogno, però, di un assalto a Goose Green: La guarnigione argentina si arrese dopo una serie di trattive. In tutto si consegnarono circa 1200 prigionieri, il triplo degli uomini che avevano schierato i britannici.

In tutta la battaglia, i britannici persero 18 uomini.

2 Para, Falkland, 1982
2 Para, Falkland, 1982

PORT STANLEY

A posteriori, verrebbe da pensare che dopo Goose Green le sorti della guerra fossero già decise, e che la marcia su Port Stanley fosse solo una formalità.

La realtà ai tempi però non appariva così.

Seppur con minore intensità, continuò anche la battaglia aerea. La nave da trasporto anfibio Galahad fu colpita e affondata con un bombardamento convenzionale mentre trasportava un contingente a sud di Port Stanley, questo fu necessario a causa della già citata carenza di elicotteri e di trasporti in generale. Il contingente che arrivò a Port Stanley da nord, invece, principalmente formato dalla 3 brigata commando (3 commando) dei marines, si mosse completamente a passo di marcia.

Nonostante questo incidente, le forze britanniche erano ora in posizione per attaccare Port Stanley.

La capitale delle Falkland era circondata da colline, ampiamente fortificate e precedute da campi minati. Il comandante della guarnigione nonché governatore argentino delle Malvinas, Mario Menendez, era convinto di poter difendere le posizioni di Port Stanley per mesi, rendendo la guerra per i britannici politicamente e logisticamente insostenibile.

Non fu così: I britannici, seppur in alcuni casi con battaglie feroci, come quella di Mount Longdon, la cui cima fu conquistata dagli uomini di 3 commando con una carica alla baionetta, riuscirono a guadagnare le alture senza troppe difficoltà.

La situazione logistica delle truppe argentine, preparate per una breve occupazione piuttostoché per una guerra d’attrito, era pessima. Non avevano cibo, non avevano munizioni. Oltretutto, spesso e volentieri, venivano abbandonate senza ordini dai propri ufficiali durante gli attacchi britannici.

Infine, lo stesso Menendez, disobbedì all’ordine di Galtieri di montare un contrattacco (che sarebbe stato suicida), e il suo contingente si arrese a quello britannico.

Le Falkland, il 14 giugno, erano liberate, due mesi dopo l’inizio della loro occupazione.

La task force tornava in patria accompagnata dalle note di “Rule Britannia”, ma altri uomini, nel frattempo, partivano per le Falkland, che non sarebbero più state le stesse.

Oggi, “Fortress Falklands” è diventata realtà, le isole sono difese da una base della RAF, una fregata o un cacciatorpediniere permanentemente di stanza a Port Stanley e da un contingente di marines notevolmente espanso rispetto a quello che, con pochi mezzi, tentò di difendere Port Stanley nel 1982. Un’invasione argentina delle Falkland, oggi, sarebbe impossibile.

Il sole, per il momento, non è ancora tramontato sull’impero britannico.

Britannici accolgono la task force di ritorno dalle Falkland
Britannici accolgono la task force di ritorno dalle Falkland

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