Gheddafi, sic transit gloria mundi [1/2]

DI DAVIDE RIVA // SECONDA PARTE

Questo pezzo è un contributo esterno, che non rispetta necessariamente il punto di vista dell’editore

“Così passa la gloria del mondo”, con queste parole l’allora Premier Silvio Berlusconi commentò la notizia dell’esecuzione a Sirte di Muammar Gheddafi, fino ad allora signore incontrastato della Libia.
Ma cos’è stato il Rais di Tripoli per l’Italia e per il mondo? Un dittatore sanguinario,un pazzo o qualcuno di utile da addomesticare? A 10 anni esatti dalla sua morte cerchiamo di capire chi fu davvero per noi questo stravagante colonnello e le ombre che stanno dietro la sua caduta.


La vita pubblica di Muammar Gheddafi comincia nel 1969 quando, da giovane capitano dell’esercito libico, ai tempi intriso del panarabismo di Nasser, guidò il colpo di stato militare che depose la monarchia di re Idris, accusato di corruzione e di essere un fantoccio in mano alle potenze occidentali. Al golpe partecipò anche un altro capitano, Khalifa Belqasim Haftar (si, proprio lui, il Feldmaresciallo della Cirenaica che oggi sta cercando di prendere il posto che fu’ del suo amico e commilitone), che entrò a fare parte della Giunta Militare, che governò la Libia per i primi anni dopo il colpo di stato, per poi diventare capo di stato maggiore dell’esercito e comandante delle forze libiche in Ciad, fino alla sua incarcerazione e rinnegazione da parte di Gheddafi.


Dopo la rivoluzione, la giunta militare prese una serie di provvedimenti che ricalcavano in pieno l’esperienza socialista araba. In primis, la nazionalizzazione della principale fonte di reddito della nazione: Il petrolio, che fino ad allora era in mano a compagnie private occidentali, principalmente inglesi e francesi, che pagavano royalties al governo libico.
Con gli introiti della vendita del petrolio Gheddafi mise in piedi una lunga serie di interventi statali che andavano dall’erogazione di sussidi, a nuove infrastrutture, fabbriche e raffinerie, fino alla costruzione di numerosi appartamenti per eliminare le baraccopoli, causate dal trasferimento di migliaia di persone dal deserto alle città negli anni 60.
Il progetto più importante è stato però il “Grande Fiume Artificiale”, un enorme acquedotto che tutt’ora porta acqua delle falde acquifere del Fezzan fino alla costa, dove risiede la stragrande maggioranza della popolazione.
Tutte queste opere hanno trasformato la Libia da uno dei più poveri paesi al mondo, a quello più ricco dell’Africa, che contribuiva alla prosperità, erogando sostanziosi aiuti (sotto forma di denaro ma anche di rifornimenti militari) ad altri stati e organizzazioni, talvolta definite terroristiche, ostili al blocco politico occidentale.

Muhammar Gheddafi

IL PRIMO VENTENNIO

La politica estera e il ruolo internazionale della Libia di Gheddafi possono essere divisi in due periodi che corrispondono grosso modo ai due ventenni in cui fu al potere.
Dagli anni ’70 agli anni ’90 il Colonnello di Sirte fu per gli occidentali fondamentalmente un nemico, in quanto sostenne e finanziò organizzazioni terroristiche e stati ostili in tutto il mondo, spesso in concomitanza con i sovietici (di cui era amico e, naturalmente, grande compratore di armi), tra cui: I regimi di Bokassa, Idi Amin e Mengistu, il terrorismo palestinese, organizzazioni come le Brigate Rosse italiane, la Banda Baader-Meinhof tedesca e l’IRA.


Nel mondo arabo, invece, il ruolo di Gheddafi fu quello di unificatore, in quanto cercò in tutti i modi di portare avanti il progetto pan-arabo di Nasser, consistente nell’unire sotto un unico stato tutti gli arabi dal Nord Africa al Medio Oriente. Il progetto, però, fallì definitivamente dopo molti rifiuti da parte di Tunisia, Siria, Algeria ed Egitto, oltreché a causa delle rivalità con altri paesi arabi che volevano intestarsene la guida. Proprio contro l’Egitto, infatti, la Libia combatté una guerra di confine, da cui uscì sconfitta nonostante la superiorità tecnologia dei suoi armamenti.


Fallito il progetto pan-arabo, Gheddafi dirottò le sue energie verso la riorganizzazione interna della Repubblica Araba Libica.
Nel 1973 venne sciolta la giunta militare, e il paese venne trasformato nella Jamahiriya Araba Libica Popolare Socialista, fondata su un peculiare sistema di democrazia diretta, in cui Gheddafi rivestiva formalmente solo il ruolo di “Guida della Rivoluzione”.
In realtà, fu uno stato di fatto autoritario, in cui il potere veniva informalmente diviso tra il Rais e le tribù, de facto in controllo dei Congressi Regionali, nei quali il popolo era chiamato a votare direttamente le leggi che venivano proposte. Ci sono stati casi in cui questi congressi hanno effettivamente bocciato le proposte del Colonnello, ma furono comunque molto rari.
Questo sistema di contrappesi tra potere centrale e tribù, fondato anche sul divide et impera, nel quale Gheddafi era chiamato a fare da arbitro, durò non senza scossoni fino al rovesciamento del Rais nel 2011.


In questi anni, come già detto, la Libia divenne il faro del mondo terroristico anti-NATO, portandola ad essere inclusa nella lista degli “Stati Canaglia”.
Ma nonostante ciò, grazie alla protezione sovietica, non ci sono furono grandi azioni da parte delle potenze occidentali per cercare di rovesciare il regime del Colonnello. Certamente ci furono dei tentativi di cambio di regime, tramite opposizioni che venivano finanziate e protette dagli USA, ma in una qualche maniera, Muammar Gheddafi, faceva comodo a tutti. Principalmente, perché poteva essere incolpato di qualunque misfatto, in cui di certo non negava il suo coinvolgimento (spesso e volentieri senza essere minimamente coinvolto).
Il che, tra l’altro, portò gli israeliani, suoi acerrimi nemici, non solo a dire “Se non ci fosse lui dovremmo inventarlo” ma anche a proteggerlo ed avvisarlo di alcuni attentati, progettati dall’opposizione.
Ma perché Gheddafi si accollava la responsabilità anche di cose in cui non c’entrava nulla? Principalmente, per confermare la sua leadership, il suo ruolo centrale nel mondo arabo; e per dimostrare agli altri paesi, ma anche e soprattutto alle tribù del suo paese, di avere la forza e il coraggio di sfidare gli Stati Uniti.

Libia, 1981

Questa aperta sfida all’Occidente cominciò a portare a serie conseguenze nel 1987, quando Ronald Reagan decise, con un URSS ormai indebolita, che si era passato il limite, in occasione di un attentato in una discoteca di Berlino, in cui morirono e vennero feriti dei soldati americani. La colpa cadde sui servizi di sicurezza della Jamahiriya, e il Presidente americano ordinò di bombardare Tripoli come atto di ritorsione.
Gheddafi ne uscì vivo, perché venne avvisato anticipatamente dell’attacco da parte di Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio. La Libia, con l’Italia, intratteneva importanti accordi commerciali e di sicurezza, quest’ultimi di carattere segreto, e causa di forte imbarazzo per il nostro paese.
Per proteggere Craxi e l’Italia da eventuali ritorsioni americane dopo la “soffiata”, Gheddafi fece sparare due missili Scud contro Lampedusa che, probabilmente di proposito, finirono in mare.


Dopo questi avvenimenti, il Colonnello di Sirte, intensificò il sostegno a gruppi terroristici e insurrezionali, il che gli causò un forte isolamento internazionale, sanzioni economiche e tentati colpi di stato sostenuti dall’Occidente.
Ma dopo la caduta dell’Unione Sovietica, sua principale protettrice, con conseguente ascesa degli Stati Uniti come Gendarme del Mondo, Gheddafi si “calmò”, e nei successivi 15 anni cercò un avvicinamento con l’Occidente, per potersi focalizzare sul controllo politico del suo paese, in cui l’opposizione islamica dei Fratelli Mussulmani continuava a crescere, e sulla cui economia le pesanti sanzioni internazionali avevano imposto un grosso peso.

Questa articolo è la prima parte di due in occasione del decenalle dell’esecuzione di Gheddafi, il 20 ottobre 2011, per non perderti la seconda quando uscirà iscriviti al canale telegram o alla mailing list che trovi in fondo a questa pagina

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