L’isola mondo e la geopolitica anglosassone

In ogni scritto a tema geopolitico (in primis su Inimicizie) vi è la quasi certezza di incontrare uno di questi termini: Isola-Mondo, Heartland, Rimland, Eurasia, tellurocrazia, talassocrazia… ma cosa vogliono dire esattamente? Qual’è la teoria dietro questi concetti? Come si rapporta questa teoria al riscontro con la storia e con il presente?

Naturalmente la risposta all’ultima domanda può essere infinitamente lunga e oggetto di altrettanto lungo dibattito, ma è altresì importante mettere giù un impianto teorico, una visione generale della grande geopolitca – quella quindi che si estende all’intero pianeta e riguarda il lungo periodo – che vada a fare da sfondo alle varie analisi sul caso specifico, o sulla piccola geopolitica. Una visione di fondo che è pressoché comune ai principali pensatori geopolitici passati e presenti, ai teorici della scuola realista delle relazioni internazionali (di ogni nazionalità ed orientamento politico) e che – crediamo – spieghi (e in alcuni casi informi) le azioni degli stati nell’arena internazionale.

LA RAGION DI STATO E LA GEOPOLITICA

La scuola realista delle relazioni internazionali basa il suo intero impianto analitico sul concetto di “ragion di stato”, il concetto che vede l’arena internazionale come uno stato di natura, in cui i singoli soggetti – gli stati – sono animati principalmente e dal desiderio di perpetuare la propria esistenza, e dalla tensione ad accrescere la propria potenza rispetto agli altri. E’ un concetto che in varie forme esiste da ben prima che la Pace di Westphalia cristallizzasse quello di stato, che si riscontra in scritti come “Il Principe” di Machiavelli (1532), l’Arthashastra (3 secolo a.C.), “L’Arte della Guerra” di Sun Tzu (5 secolo a.C.) e via dicendo.

Dall’utilizzo della ragion di stato (consapevole o inconsapevole) da parte di tutti i soggetti dell’arena internazionale nasce la competizione tra essi, che dopo la scoperta dell’America e l’inizio dei colonialismi diventa gradualmente una competizione non solo tra vicini, ma anche – soprattutto – globale.
Secondo il pensiero geopolitico, sviluppato in termini chiari a partire dal diciannovesimo secolo – era infatti della piena globalizzazione della competizione internazionale – la geografia, fisica e umana, sarebbe il principale motore di questa competizione. Le caratteristiche geografiche di uno stato, rapportate a quelle dei suoi avversari, dei suoi alleati, dei suoi vicini, delle sue dipendenze e delle zone dove ha influenza sancirebbero la posizione di uno stato nella competizione internazionale, la sua ricchezza, la sua sopravvivenza, la sua potenza.

Questo incrocio tra ragion di stato e geografia da vita a guerre, alleanze, competizioni, accordi. E’ quello che oggi intendiamo quando pensiamo “geopolitica”. E’ – quantomeno secondo chi vi scrive ed altri, siccome altre, diversissime, teorie delle relazioni internazionali sono state sviluppate nel tempo – il principale motore dietro le azioni degli stati nell’arena internazionale, quindi l’impianto teorico migliore per capirle, studiarle. Con un corollario: L’importanza della geografia non significa “determinismo geografico”. La geografia non obbliga né conduce automaticamente ad un corso d’azione. Semplicemente, fornisce possibilità, mezzi, condiziona le opzioni tra cui la ragion di stato – che può assumere forme diverse a seconda del regime politico, delle credenze culturali, delle idee politiche, della tecnologia – è chiamata a scegliere: Tra le opzioni possibili vi è ad esempio anche il suicidio, la scelta sbagliata che porta alla scomparsa. Come scrive il mio Professore, Corrado Stefanachi: “Un’isola può essere trasformata in un eremo o in un porto“. L’essere circondati dal mare non significa dover vivere un’esistenza imperniata su di esso, come fa notare anche Carl Schmitt nel suo paragone tra Sicilia e Sardegna, due isole così simili per caratteristiche geografiche ma storicamente così diverse per il loro modo di vivere il mare.

Detto questo si arriva al passo successivo: Quali sono i fattori geografici determinanti nella competizione tra potenze?

Tutte le isole ruotano intorno all'Isola Mondo
Tutte le isole ruotano intorno all’Isola Mondo

MACKINDER E L’ISOLA MONDO

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Dalla scoperta della americhe – quindi dalla globalizzazione dell’arena internazionale – le principali superpotenze che si sono succedute sono state tutte potenze proiettate nell’oceano: Portogallo, Spagna, Olanda, Francia, Regno Unito, Stati Uniti. Questo è intuitivamente comprensibile, se si considera il pianeta come un insieme di grandi e piccole isole unite dagli oceani.

Qui entra in gioco Halford Mackinder, il più conosciuto e influente esponente di quella che possiamo grossomodo chiamare “prima generazione” di geo-politologi, che comprende lo svedese Rudolf Kjellen (inventore del termine “geopolitica”) il tedesco Karl Hausofer e – si potrebbe dire, anche se è conosciuto più come teorico della guerra navale – l’americano Alfred T. Mahan. Il lavoro seminale di Mackinder , “Democratic Ideals and Reality“, è scritto a Conferenza di Versailles non ancora conclusa, per espandere un saggio preliminare del 1908 e riflettere sulle cause, e sui i possibili (o auspicabili) risvolti della Grande Guerra.

Secondo l’Autore, la chiave del successo di una superpotenza sarebbe una “base of seapower” – una base terrestre da cui proiettare potenza sugli oceani – sicura e allo stesso tempo dotata di sufficienti risorse naturali e demografiche oltreché, ovviamente, di accesso agli oceani.

Da qui il motivo per cui il Regno Unito – protetto dal canale della manica – riesce infine a prevalere sulle potenze continentali nella competizione oceanica, dunque globale: Queste potenze – come la Francia napoleonica o la Germania guglielmina – sono rese perennemente insicure dai propri vicini a causa della competizione con essi; competizione in cui il Regno Unito lavora affinché non emerga alcun vincitore decisivo, o non sfoci in una cooperazione che ambisca alla proiezione esterna.

Questo è il leitmotiv – ampiamente condivisibile – della geopolitica di Mackinder: Nella competizione geopolitica, prevale l'”isola” più forte. Attenzione: “Isola” in senso non solo geografico, ma anche politico. Isola in senso geopolitico: Lo è il Nord America, dominato dagli Stati Uniti con un Canada pienamente integrato, circondato ad est e ovest da due oceani sconfinati e con a sud – fino all’istmo di Panama – una zona subordinata e instabile, messa – ogni volta che serve – in condizione di non nuocere. Non lo è il Sud America, che dopo il tentativo fallito di unificazione di Simon Bolivar si frammenta in entità di misura comparabile in competizione tra loro, con un Brasile troppo instabile internamente (e circospetto verso l’esterno, vista anche la differenza linguistica con i vicini) per “federare” intorno a se il continente sud-americano.

Dunque, qual è geograficamente la “base di potenza” migliore, la cui “insularità geopolitica” darebbe vita ad una superpotenza imbattibile? L’Isola Mondo, la massa terrestre che unisce Europa, Asia e Africa, attorno a cui “orbitano” tutte le altre isole (geograficamente intese) come Nord America, Sud America, Giappone, Australia, Regno Unito, isole minori e via dicendo.

L’Isola Mondo contiene la stragrande maggioranza della popolazione mondiale e delle risorse naturali, oltre ad essere la più vasta per superficie. Il fatto che le ultime due “maggiori potenze” siano state “isole minori”, poggia proprio sul fatto che – geopoliticamente – non sia un’isola, ma un continente, che appunto contenga centri di potere in competizione tra loro.

La competizione geopolitica ruota quindi intorno al controllo dell’Isola Mondo: Tentativi di espandere la propria quota di controllo da parte di (ambiziose) potenze interne ad essa, tentativi di governarla tramite il divide et impera – tradotto nel più politicamente corretto “balance of power” – da parte delle potenze insulari esterne ad essa.

Biomi isola mondo
I biomi dell’Isola Mondo

EURASIA

Consigli di lettura di Inimicizie

Accertato che l’Isola Mondo sia il principale terreno di scontro dell’arena internazionale, bisogna poi capire quali siano le sue caratteristiche chiave, e dunque su quali aeree geografiche debba essere imperniata una strategia per conquistarla, per federarla o per mantenerla divisa. Nuovamente la risposta ci arriva da Halford Mackinder.

All’interno dell’Isola Mondo, le dinamiche di potenza sono decise in Eurasia, collegata con l’enorme – ma problematico – continente africano solo dall’istmo di Suez e dallo stretto di Gibilterra.

L’Eurasia viene a sua volta divisa in due macroregioni: Una con facile accesso agli oceani, naturalmente “contaminata” da essi, l’altra invece isolata all’interno della massa terrestre.

La seconda di queste regioni è chiamata Heartland da Mackinder, il cuore dell’Eurasia. Definiamola (non è facile, perché le mappe di Mackinder sono disegnate a mano libera e le descrizioni sono spezzettate lungo più capitoli).
L’Heartland è la regione dell’Eurasia i cui fiumi scaricano o in laghi, o nel difficile (soprattutto ai tempi di Mackinder) Oceano Artico. Inoltre, fanno parte dell’Heartland le catene montuose – anche quelle a drenaggio oceanico – che la circondano, e i bacini di drenaggio di Mar Baltico e Mar Nero, due mari che facilmente possono essere chiusi dalla terraferma.

La migliore rappresentazione dell'Heartland che sono stato capace di disegnare seguendo i criteri di Mackinder
La migliore rappresentazione dell’Heartland che sono stato capace di disegnare seguendo i criteri di Mackinder

Partendo da Nord-Ovest, il confine dell’Heartland inizia in Scandinavia, prosegue per le regioni a drenaggio baltico di Danimarca e Germania, include pienamente Slovacchia, Polonia, Austria, costeggia le Alpi Dinariche lungo l’Adriatico, segue poi il bacino del Mar Nero e il Tauro (su questo la cartina è lievemente imprecisa) per poi congiungersi con il lungo arco montuoso che – da sopra la Mesopotamia – costeggia il Golfo Persico, racchiude Afghanistan e Pakistan e si unisce con l’Altopiano Tibetano. Il “confine” dell’Heartland poi corre lungo il limite montuoso e a drenaggio continentale della Cina fino al Mare di Okhotsk, e lungo tutta la costica artica russa (in teoria, la Kamchatka non farebbe parte dell’Heartland secondo questi criteri, ma le caratteristiche impervie del suo territorio e il congelamento periodico del mare che la circonda la rendono di fatto passibile di inclusione).

Mappa che mostra l'elevazione dei vari territori dell'Eurasia, e il lungo arco montuoso (giallo, rosso) che congiunge l'Anatolia al Mare di Okhotsk, confine dell'Heartland.
Mappa che mostra l’elevazione dei vari territori dell’Eurasia, e il lungo arco montuoso (giallo, rosso) che congiunge l’Anatolia al Mare di Okhotsk, confine dell’Heartland.

Secondo Mackinder, l’Heartland – oltre a dare vita a determinate caratteristiche politiche nelle popolazioni che la abitano, questione che abbiamo già trattato – sarebbe dotata di una “posizione centrale” perfetta all’interno dell’Eurasia, e di una naturale difendibilità, tali da creare le condizioni – per una potenza che la controllasse – per controllare l’intera Isola Mondo, dunque per controllare il mondo.

HEARTLAND

Scendiamo ancora più nello specifico: Cosa significa controllare l’Heartland? Per rispondere a questa domanda, Mackinder analizza le sue caratteristiche geografiche, valide ancora oggi.

Ad Ovest, con l’eccezione dei Carpazi, l’Heartland inizia con una grande pianura fertile che – delimitata dalla taiga scandinava e russa a nord – prosegue verso est diventando sempre più sottile e sempre più arida, terminando al Lago Bajkal con a sud il Deserto del Gobi, a nord e a est montagne, foreste dense e permafrost. Una mappa della densità di popolazione ci mostra chiaramente queste realtà geografiche.

Una mappa della densità demografica ci mostra la grande pianura fertile europea che si assottiglia verso est, delimitata da foreste, steppe, deserti e montagne.
Una mappa della densità demografica ci mostra la grande pianura fertile europea che si assottiglia verso est, delimitata da foreste, steppe, deserti e montagne.

L’eventuale controllo dell’Heartland si decide quindi nella sua parte europea, fertile e abitata. Il controllo dell’Heartland si decide ad est dell’Elba (fiume) e del Danubio, a ovest del Volga.

Ecco costruito il famoso adagio che sintetizza la teoria geopolitica dell’Autore:

Chi controlla l’Est Europa controlla l’Heartland

Chi controlla l’Heartland controlla l’Isola Mondo

Chi controlla l’Isola Mondo controlla il Mondo

Halford Mackinder

E’ proprio su quest’ultimo adagio però che la teoria di Mackinder – pur essendosi mostrata fino a questo punto solida ad un lettore del 2023 – cade.

RIMLAND

Durante la guerra fredda – per 45 anni – l’Unione Sovietica controlla l’Est Europa, ma non riesce a controllare l’intero Heartland né – pur controllandone gran parte – riesce a controllare l’Isola Mondo , proiettarsi negli oceani ed uscire dominante dallo scontro tra superpotenze.

Emerge l’importanza della seconda macroregione individuata da Mackinder: Il Coastland o – come lo chiamerà l’americano Nicholas Spykman ricordato per questo termine – il Rimland.

La fascia costiera che cinge l’Heartland e – grazie alla sua costa e al drenaggio oceanico dei suoi fiumi – ha facile accesso agli oceani, è la zona in cui si concentrano la maggior parte della popolazione e della ricchezza dell’Eurasia e del Mondo: Europa Occidentale, Cina costiera, Subcontinente Indiano, Levante, Africa Settentrionale.

Se vogliamo riassumere la guerra fredda dal punto di vista geopolitico, appare chiaro come si sia vinta nel Rimland, con un impegno americano in un arco da ovest a est: Iniziamo dopo la seconda guerra mondiale con entrambi i campi concentrati sulla ricostruzione interna ed una supremazia americana in campo nucleare come assicurazione per l’Europa Occidentale.
Con Truman gli USA si impegnano a mantenere il controllo di Grecia e Turchia e rallentare l’avanzata sovietica nel sud-est asiatico, inizialmente tramite il sostegno economico alla controguerriglia coloniale di Francia, Olanda e Regno Unito.
Con Eisenhower si blindano Mediterraneo ed Oceano indiano tramite il triangolo Israele-Iran-Arabia Saudita nel Vicino Oriente e l’alleanza col Pakistan, atta ad impedire il collegamento terrestre tra Unione Sovietica e India.
Il capolavoro si consuma con Kissinger-Nixon, quando finalmente l’Unione Sovietica raggiunge la parità nucleare alla fine degli anni ’60: Gli USA blindano il Pacifico tramite l’alleanza con la Cina comunista, a questo punto è possibile ritirarsi dall’Indocina – dove la Cina si occuperà di contenere i sovietici – e, messo al sicuro Suez e richiamato all’ordine il fronte interno europeo con la guerra “gestita” del Kippur, congelare il confine di Yalta tramite gli Accordi di Helsinki. La dirigenza sovietica pensa di aver conquistato una posizione di forza (e un grande filone accademico concentrato sul “declino” americano sembra essere d’accordo) con il riconoscimento formale del suo status di superpotenza, ma nulla è più lontano dalla realtà.
I tentativi sovietici precedenti di raggiungere l’oceano o mettere sotto scacco gli USA (Cuba, conflitto arabo-israeliano, guerra indo-pakistana, guerra civile cinese, guerra di Corea, sostegno ad Allende) sono stati tutti frustrati; con Carter-Brzezinski e poi con Raegan diventa possibile passare all’offensiva, sulla base della strategia britannica contro Napoleone: Imporre un embargo (grano + tecnologia) sostenere attività partigiana interna all’impero sovietico (in Afghanistan, in Polonia… cosa che in Ungheria non fu fatta 25 anni prima) per poi mandarlo in bancarotta con corsa agli armamenti ed aumento della tensione militare, fino alla sua definitiva implosione.

Il Rimland si è dimostrato il vero fattore decisivo, nella misura in cui l’Unione Sovietica è stata isolata da esso.

Ritornando alla teoria di Mackinder, appare chiaro che – se dominare l’Heartland è sicuramente una condizione necessaria per dominare l’Eurasia, vista la continua minaccia che può portare verso la costa – l’Heartland, senza accesso agli oceani, abbia una potenza limitata. La sua fortuna – ovvero la sua difendibilità – è anche la sua maledizione, ovvero il suo isolamento, la dispersione delle sue risorse e la sua inospitabilità.

L'assetto geopolitico intorno ai confini dell'Unione Sovietica dopo Nixon
L’assetto geopolitico intorno ai confini dell’Unione Sovietica dopo Nixon

LA STRATEGIA ANGLOSASSONE: EUROPA

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E’ con questi elementi che ci è possibile ricostruire la strategia geopolitica più importante di tutte, quella delle due superpotenze anglosassoni che dalla Battaglia di Trafalgar dominano gli oceani in modo incontrastato.

Mackinder – aldilà del suo peccato di aver sopravvalutato l’Heartland – in questo frangente torna spaventosamente attuale, delineando la strategia che non solo verrà seguita prima del secondo conflitto mondiale da Londra, ma verrà riproposta – questa volta con il peso determinante degli USA – successivamente alla vittoria nella guerra fredda.

We must see to it that East Europe, like West Europe, is divided into self-contained nations”

Halford Mackinder

Quella che Mackinder immagina (e che otterrà) è un Europa Orientale completamente riconfigurata, secondo una singola priorità: Dividere Germania e Russia.

La regione deve essere divisa in 3 sistemi: Uno tedesco ad ovest, uno russo ad est e – nel mezzo – un cordone di stati nazionali indipendenti (Baltici, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Yugoslavia) una “three seas initiative” che colleghi Adriatico, Mar Nero e Mar Baltico. Questi ultimi due, in quanto mari dell’Heartland presso cui l’accesso navale britannico deve essere mantenuto costantemente, grazie a Polonia e Romania, e tramite il controllo del Bosforo (controllo che l’intesa cerca di stabilire tramite un’occupazione diretta in collaborazione con un’invasione greca dell’Anatolia occidentale, ma che fallirà grazie ad una dura opposizione turca: Bisogna accontentarsi della collaborazione o della coercizione della Turchia).

Ciò che preoccupa Mackinder è che dalla competizione, o dalla collaborazione, di Germania e Russia – ai tempi in diretta prossimità in Est Europa, ancor di più se si considera l’impero austroungarico come parte della nazione tedesca – possa nascere in futuro la temibile potenza in controllo dell’Heartland (e quindi dell’Isola Mondo) pronta a lanciarsi aldilà della manica – e sugli oceani – per ridurre il Regno Unito ad un ruolo subordinato, se non addirittura minacciarne l’esistenza.

Particolarmente pericolosa – e si ritorna al ben noto “problema tedesco” – è la natura bicefala della Germania.
A cavallo tra Coastland e Heartland, la sua anima occidentale la spinge verso gli oceani, verso le colonie o gli investimenti d’oltremare a partire dal porto di Amburgo. La sua anima orientale la spinge verso le pianure dell’Europa Orientale, dove può guadagnare la sua base of seapower, la sua base produttiva, il suo lebensbraum. E’ a causa di queste due anime che la Germania si trova durante la Grande Guerra a combattere su due fronti, senza decidere quale sia quello principale. E che si troverà a farlo di nuovo durante la seconda guerra mondiale. E che – ritenuta da Kissinger “naturalmente portata a manovrare liberamente tra est e ovest” – inaugurerà l’ostpolitik durante la guerra fredda e proverà a portarla avanti fino ad oggi, pur rimanendo nel quadro dell’alleanza atlantica.

Mackinder ripercorre una “consistente” strategia britannica – con appoggio francese da dopo la sconfitta di Napoleone – per impedire sia la cooperazione tra Russia e Germania, sia la sconfitta di una di esse da parte dell’altra. La ricerca di un purissimo balance of power nella zona cruciale dell’Heartland, volto ad impedirne l’unificazione: Opposizione all’avanzata contro gli ottomani della Russia germanofona e germanofila di Pietro III e Caterina II, opposizione all’intesa russo-prussiana su Polonia e Sassonia durante il Congresso di Vienna, poi intesa anglo-russa in Asia Centrale e trattato di cooperazione militare franco-russo quando l’elemento tedesco (tramite l’Impero austroungarico con sostegno di Berlino) minacciava di dominare i balcani annettendo la Bosnia e, infine, soggiogando la Serbia. Così nasce la Grande Guerra secondo il geografo britannico: Da un tentativo di dominare l‘Heartland da parte dell’elemento tedesco a scapito di quello russo, a cui gli anglofrancesi si oppongono. Mackinder si augura anche che la fine della Grande Guerra possa portare ad una “balcanizzazione” di Germania e Russia: Quest’ultima viene sostenuta dal geografo stesso, che si trova nel Caucaso durante la guerra civile russa – in cui Regno Unito e altre potenze sostengono i russi “bianchi” – per favorirne il distaccamento dall’Impero Russo.

Questa visione anglosassone dell’Europa Orientale, della Russia e della Germania sopravvive a Mackinder, e anche al “passaggio di titolo” di potenza egemone da Londra a Washington, ratificato dall’assenso del resto dei Five Eyes. Torna ad essere rilevante soprattutto dopo la guerra fredda, quando l’Europa Orientale si riconfigura sullo schema successivo alla prima guerra mondiale (sfera tedesca, intermarium alleato con Washington, sfera russa).

Sarà il Segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld nel 2003 a dichiarare senza mezzi termini che il baricentro strategico americano in Europa sia Varsavia e non Berlino o Parigi, nei suoi roventi commenti su “nuova Europa” e “vecchia Europa” causati dal mancato sostegno dei tradizionali “partner” europei all’avventura in Iraq. Sarà il Segretario di Stato Anthony Blinken nel 2022 ad evidenziare quanto questo intermarium possa essere una vera e propria barriera fisica – e non solo un concetto astratto – definendo una “tremenda opportunità strategica” il sabotaggio dell’infrastruttura strategica russo-tedesca Nord Stream, molto probabilmente – sulla base però, va detto, di sole speculazioni – da imputare proprio a Washington (dove ci si felicita che il gasdotto sia “una pila di detriti sul fondo del mare“) Londra o stretti alleati.

LA STRATEGIA ANGLOSASSONE: ASIA

Una dottrina geopolitica anglosassone per l’Asia ci viene invece fornita da un americano, il Contrammiraglio Alfred T. Mahan, che nel 1900 – in piena rivolta dei boxer – scrive “The Problem of Asia and its Effect Upon International Policies“.
Gli Stati Uniti si proiettano oltre il pacifico ben prima di rompere il tabù ed immischiarsi – dicono, riluttantemente – nelle faccende europee.

Solo 7 anni prima il noto storico statunitense Frederick Jackson Turner elabora le sue tesi sul “frontierismo“, la lunga conquista della frontiera che ha contribuito a plasmare una definita identità statunitense, separata dalle origini europee dei suoi cittadini. Le tesi di Turner sono ampiamente sposate da entrambi gli schieramenti politici, da Wilson a McKinley, passando per Teddy Roosevelt, che diventerà poi il più grande sostenitore del colonialismo statunitense.

L’esaurimento della frontiera continentale – che mette in profonda crisi il modello socioeconomico statunitense negli anni ’90 dell”800 – si unisce al “completamento” di fatto dell’obiettivo principe della Dottrina Monroe, formulata nel 1823: Impedire la presenza di potenze europee nell’estero vicino degli Stati Uniti. Normalizzati i rapporti con Canada e UK dopo il 1812, sventati i tentativi di restaurazione in America Latina post Congresso di Vienna (grazie al contributo indispensabile della Royal Navy) e acquistate la “Louisiana” francese e la Florida, resta solamente da espellere il vetusto impero spagnolo dai Caraibi, per stabilire la piena insularità geopolitica del Nord America e portare a compimento il “destino manifesto” degli Stati Uniti.
La guerra con la Spagna non è però mossa solo da questioni di sicurezza, ma anche dalla necessità di proiettarsi verso l’Asia, la nuova “frontiera” turneriana di cui il modello socioeconomico statunitense sente di aver bisogno.

Non e’ un caso che le isole Hawaii – un regno indipendente – vengano annesse dagli Stati Uniti durante la guerra con la Spagna (1898), così da formare una catena di basi che da Honolulu, passando per Guam e Wake Island connetta la west coast statunitense al nuovo possedimento coloniale: Le Filippine, avamposto da cui proiettarsi verso l’Asia.

Mahan diventa subito conscio della portata immensa delle nuove acquisizioni territoriali, che rendono gli Stati Uniti una potenza asiatica a tutti gli effetti, con interessi sovrapponibili a quelli britannici.

Questi interessi, si scopre, sono anche in larga parte simili a quelli di Londra in Europa.
Primo: Isolare il più possibile la Cina dall’Heartland, dalle “potenze di terra” la più temibile delle quali è l’Impero Russo. E’ pericoloso che queste potenze raggiungano l’oceano, e dunque la loro influenza va combattuta nelle regioni costiere.
Secondo – per quanto possibile – minare l’unità politico/territoriale della Cina: “It is scarcely desirable that so vast a proportion of mankind as the Chinese constitute should be animated by but one spirit and moved as a single man. If not a diversity of governments, at the least a strong antagonism of parties, embodying opposite conceptions of national policy, is to be hoped“. Mahan riconosce la potenzialità dirompente del Regno di Mezzo, nonostante si trovi nel pieno del suo “secolo dell’umiliazione”. Terzo: Mantenere l’accesso statunitense e britannico ai mercati orientali (la nuova frontiera), guidando l’apertura della Cina che sarà inevitabile e potenzialmente pericolosa.

Anche in questo caso si può riproporre lo schema basilare di Mackinder: Impedire sia la cooperazione tra le potenze che uniscono l’Heartland al Rimland asiatico, sia il predominio di una di esse.
Dunque fornire una sponda antisovietica alla Cina quando Mosca sembra avere il predominio della regione, poi (Brzezinski, 2011) immaginare una Russia notevolmente ridimensionata come argine ad una Cina in ascesa nell’Heartland. Oppure – quando la Cina ha ormai guadagnato il favore o la neutralità di pressoché tutti gli stati dell’Heartland – fare il possibile affinché rimanga strategicamente confinata nel suo Rimland asiatico: Sostegno all’India, presidio militare della prima catena di isole, sostegno ai separatismi in Xinjiang e Tibet, e forse anche alla guerriglia – che in modo curioso sembra colpire molto spesso cittadini ed interessi cinesi – dei separatisti in Belucistan e dell“ISIS” in Afghanistan, un fenomeno che rinasce repentinamente dalle ceneri mentre ISAF evacua gli ultimi contingenti militari, con cui anche in Siria è esistita una vera e propria convergenza strategica.

Zbigniew Brzezinski illustra una strategia (ora diventata obsoleta) di contenimento della Cina tramite Russia, India e catena di isole.
Zbigniew Brzezinski illustra una strategia (ora diventata obsoleta) di contenimento della Cina tramite Russia, India e catena di isole.

CONCLUSIONE

Con la graduale fusione strategica tra Stati Uniti, Regno Unito ed ex colonie, è possibile parlare di una singola strategia anglosassone, riguardo a tutta la massa eurasiatica.
Considerando che gli Stati Uniti sono ancora la maggiore potenza mondiale, e considerando che quella attuale – nonostante sia in cambiamento – è un architettura geopolitica costruita in gran parte da Washington, capire questa strategia geopolitica è fondamentale. Non tanto per leggervi un piano diabolico di questa o quella classe politica quanto – invece – per capirne l’estrema razionalità, che spiega perché la si possa individuare così coerentemente e consistentemente sia nella teoria che nella pratica della politica estera anglosassone ormai da secoli.
Una strategia che nasce da quel binomio sicurezza/potenza che ha informato la “ragion di stato” di tutti gli stati e gli imperi che si sono succeduti nei secoli, da quando esiste l’uomo. Per – come li chiama Mackinder – gli “isolani”, la necessità imperativa è quella di impedire l’insularità geopolitica dell’Isola Mondo; quindi l’emergenza di un’isola più grande, capace di contestare gli oceani e – chissà – un giorno anche di lambire coste che fin ora sono state ritenute invulnerabili.

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5 pensieri riguardo “L’isola mondo e la geopolitica anglosassone

    1. Buongiorno Claudio, grazie.

      Il pezzo di Hersh l’ho letto, ma non l’ho rilanciato perché non mi sembra aggiunga molto valore alla discussione. Una questione come quella del Nordstream – secondo me – dove le prove sono l’elemento naturalmente carente, va affrontata più dal punto di vista del “Chi avrebbe potuto? Chi avrebbe voluto? Chi avrebbe guadagnato?” piuttosto che con le fonti anonime.

      Beninteso, la storia di Hersh potrebbe benissimo essere vera, e in un certo senso coincide con la tesi nostra (sono stati gli americani) ma quello rimane: Una storia con una fonte anonima, nonostante la rispettabilità del giornalista. Fosse uscito un articolo del Times che delineava per filo e per segno da quale base russa i sommozzatori di quale divisione hanno fatto saltare in aria il Nordstream, ugualmente non avrei dato credito.

      "Mi piace"

      1. Concordo su tutto, e aggiungerei che comunque verrà mantenuto il silenzio mediaico più assoluto al proposito (ci son già articoli nel mainstream tedesco che danno nemmeno tanto velatamente del complottista a Hersh). Le conseguenze di una notizia simile, verificata, sarebbero devastanti.

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