Multipolarismo con caratteristiche cinesi

Questa riflessione nasce da un libro che ho letto di recente: “Stato e Impero da Berlino a Pechino. L’influenza del pensiero di Carl Schmitt nella Cina contemporanea“, di Daniele Perra.

Il titolo era accattivante, e in effetti il contenuto non ha deluso.

Sapevo che Schmitt fosse un “estimatore” di Mao Zedong, in quanto inventore di un nuovo tipo di guerra partigiana, quella informata dall’inimicizia assoluta. Il condottiero comunista cinese è artefice del ribaltamento della massima clausewitziana “La guerra è un’estensione della politica con altri mezzi” in “La politica è un’estensione della guerra con altri mezzi“.

Non sapevo però che – dalla fine della rivoluzione culturale in poi – ci fosse un’ampia letteratura cinese su Carl Schmitt, con diverse citazioni anche da colui che è ritenuto il principale teorico del PCC di Xi Jinping: Wang Huning, recentemente riconfermato nel Comitato Permanente del Politburo del Partito Comunista Cinese.

Il libro è diviso in due parti: La prima tratta dell’influenza del giurista di Plattenberg – l’autore che più di tutti teniamo in considerazione, su Inimicizie – sul pensiero dei teorici della Cina comunista, la seconda della dottrina geopolitica della Repubblica Popolare Cinese, secondo l’Autore informata dai precedenti concetti.

La questione che appare più interessante è questa: Fermorestando che la Cina parteciperà (anzi, sta già partecipando) in un ruolo di prim’ordine alla costruzione del mondo multipolare; quali saranno le “caratteristiche cinesi” che inserirà in questo nuovo ordine? Dobbiamo pensare ad un'”eccezionalismo cinese” rispetto agli USA e alle potenze europee che di volta in volta hanno contribuito a cambiare – e creare – il sistema internazionale? Oppure dobbiamo guardare alle grandi costanti della storia e delle relazioni internazionali, limitandoci ad applicarle alla geografia ed alla demografia cinesi?

Carl Schmitt su una bandiera del Partito Comunista Cinese
Carl Schmitt su una bandiera del Partito Comunista Cinese

IL SISTEMA INTERNAZIONALE

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Prima di affrontare questo discorso, bisogna fare un brevissimo riepilogo di quelli che sono stati i “sistemi internazionali” precedenti al nostro.

La disciplina della “storia del sistema internazionale” (che infatti più propriamente andrebbe definito sistema interstatale) fa partire la sua analisi dalla nascita degli stati moderni in Europa, un processo lungo e travagliato – durato 2/3 secoli – che termina molto simbolicamente con la “pace di Westphalia” del 1648, con cui si sancisce la fine della guerra dei trent’anni.

A Westphalia gli stati riconoscono reciprocamente la sovranità e i confini degli altri; si da’ una spinta decisiva a quel processo che vede nascere le prime ambasciate permanenti, e la stesura dei primi trattati di “diritto internazionale” da parte di giuristi come Ugo Grozio e Francisco de Vitoria (che infatti scrive 200 anni prima di Westphalia).

Schmitt definisce il periodo che va da Westphalia alla fine della prima guerra mondiale (con la parentesi napoleonica considerata un’anomalia) come “ius publicum europeum“; un periodo in cui gli stati europei si riconoscevano a vicenda come “legittimi”, e un sistema di norme condivise – accompagnato dallo spostamento delle maggiori tensioni fuori dal continente – permetteva agli stati di limitare la guerra, o quantomeno di provarci. Nella contemporaneità, questo “reciproco riconoscimento” si sarebbe definitivamente rotto, passando (o meglio, tornando) tramite l'”abolizione della guerra” e la “criminalizzazione del nemico” dallo ius in bello (diritto nella guerra, teso a limitare una guerra ne giusta ne sbagliata) al bellum iustum (la guerra giusta, quindi il diritto alla guerra) una sorta di “guerra santa” dove tutto è permesso; e quindi alla guerra civile globale.

Andando più nello specifico, si può anche tracciare una storia del sistema internazionale (Schmitt lo chiama più elegantemente “Nomos della terra“) che prenda in esame il susseguirsi degli “arbitri” – o delle principali potenze – dello scenario internazionale.

Nella fattispecie, nell’Europa post-westphaliana quest’arbitro è la Gran Bretagna, la potenza che controlla gli oceani, e la cui dottrina geopolitica nei confronti del continente è evitare la formazione di un centro di potere che possa avere ambizioni globali; così da poter di fatto regolare i rapporti delle potenze continentali con il resto del mondo.

Xi Jinping in visita nella provincia di Hebei
Xi Jinping in visita nella provincia di Hebei

IL SISTEMA DI VIENNA E IL SISTEMA BISMARCKIANO

Dopo la rivoluzione francese, l’esperienza napoleonica termina con lo strangolamento tramite blocco navale britannico e tramite la soverchiante potenza terrestre zarista, in un’immagine quasi biblica di “Behemot e Leviatano” che combattono dalla stessa parte, come nella seconda guerra mondiale.

L’esperienza traumatica della “nazione in armi” francese che marcia dalla penisola iberica alla steppa russa, crea il necessario impulso per la nascita di un nomos più rigido, più codificato, nel 1815.

E’ il “Sistema di Vienna” – architettato dal ministro degli esteri austriaco Metternich – che per la prima volta si arroga anche il diritto di regolare le questioni interne agli stati, tramite il principio di legittimità. Non è un sistema unipolare, riconosce infatti 5 grandi potenze: Gran Bretagna, Francia, Austria, Russia, Prussia; ciascuna con i suoi legittimi interessi. Si può però dire che sia imperniato sull’influenza austriaca nel centro del continente (comprese Italia settentrionale e Germania meridionale) e su quella britannica sugli oceani. E’ un sistema che ha il merito di garantire una pace duratura in Europa, con l’eccezione della guerra di Crimea (comunque piuttosto periferica) fino alla nascita del “problema tedesco” (e di quello italiano) negli anni ’60 del diciannovesimo secolo.

Dopo la guerra franco-prussiana del 1870 – ovvero il completamento dell’unità tedesca e italiana – si può parlare invece di “sistema bismarckiano” in Europa. Ora l’architetto non è più Metternich, ma il cancelliere tedesco. La sostanza però rimane molto simile rispetto al sistema di Vienna: La Germania come “arbitro” continentale – che media la spartizione del continente africano avanzando poche pretese per se stessa, come l’Austria dopo Vienna – e la Gran Bretagna dominus degli oceani.

Notiamo che anche questo sistema, come il precedente, si basa su un’autolimitazione della principale potenza continentale, che scientemente evita sia di perseguire una totale egemonia continentale, sia di sfidare la Corona britannica sul piano navale, e quindi globale. E’ proprio su questo punto che crolla il sistema bismarckiano e si arriva alla prima guerra mondiale: La weltpolitik della Germania guglielmina; che non accetta di essere relegata alla mitteleuropa, con inglesi e francesi lasciati a spartirsi il resto del mondo indisturbati. Londra non è disposta a condividere il potere sugli oceani, e il fallimento delle trattative navali equivale ad una dichiarazione di guerra.

Klemens von Metternich
Klemens von Metternich

BIPOLARISMO E UNIPOLARISMO AMERICANI

Consigli di lettura

La fine della prima guerra mondiale vedrà la dirompente entrata degli Stati Uniti negli affari europei, e dunque mondiali. Washington tramite il suo enorme (e incontrastabile) potenziale demografico, economico e navale gradualmente riceve lo scettro di egemone degli oceani dal Regno Unito; con l’incoronazione pienamente compiuta dopo la seconda guerra mondiale e la sconfitta del secondo tentativo egemonico tedesco, o terzo tentativo egemonico continentale se si include anche quello napoleonico.

Il nomos che si delinea dopo la seconda guerra mondiale è quello bipolare noto ai più – anche se con germogli di multipolarismo che iniziano a farsi strada – che si conclude nuovamente con il lungo strangolamento della potenza di terra europea (o eurasiatica), perfettamente eseguito dall’amministrazione Raegan, e il collasso interno – con resa senza condizioni – dell’Unione Sovietica.

Seguirà un breve “momento unipolare” (anglo)americano, presto però destinato a concludersi.

Il mondo in cui viviamo oggi – nel 2022 – è già a tutti gli effetti un mondo multipolare, e un mondo che sta diventando sempre più multipolare.

In questo processo di “decentralizzazione” è la Cina il motore principale, e questo ci porta finalmente alla nostra questione: Che caratteristiche imprimerà Pechino al nuovo nomos della terra?

CARATTERISTICHE CINESI

Quando lo lessi, mi colpì molto un articolo dell’Economist – in previsione del ventesimo congresso del Partito Comunista Cinese – intitolato “China seeks a world order that defers to states and their rulers: Xi Jinping wants less global interventionism“. Il pezzo, evidentemente con grande nostalgia per lera di intervento globale permanente – ovviamente a guida angloamericana – inaugurata dalla caduta del Muro di Berlino, parla con apprensione di una Cina che, a quanto pare, vorrebbe riportare le relazioni internazionali sul loro binario originale: Quello delle relazioni (per l’appunto) “inter-nazionali”, ovvero tra stati. Vorrebbe quindi tornare indietro sugli ultimi 30 anni di “diritto internazionale” (giustificazione giuridico-filosofica dell’egemonia planetaria angloamericana) che hanno visto una costante espansione delle questioni interne agli stati su cui la “comunità internazionale” (l’anglosfera, con coalizioni ad hoc costruite di volta in volta) ha diritto di sindacare.

Più generalmente – anche andando oltre all’ipotesi di intervento armato – la Cina viene ad esempio accusata di fornire prestiti senza “conditionality” ai paesi in via di sviluppo, ovvero senza che siano legati ad un progressivo cambio di regime – politico e/o economico – come è invece prassi consolidata secondo il Washington Consensus.

E’ interessante che alle stesse conclusioni – pur dandone un giudizio di merito diametralmente opposto – arrivi il nostro Daniele Perra. Servendosi di un’analisi molto sfaccettata, che tocca la filosofia confuciana, le dichiarazioni di esponenti di spicco del PCC, la geografia sacra cinese, il pensiero dei teorici contemporanei più influenti nella Cina comunista e la prassi stessa della politica estera cinese, l’Autore giunge alla stessa lettura di fondo del settimanale degli Elkann: Una Cina meno incline all’intervento globale rispetto all’anglosfera, che – assumendo un ruolo di primo piano nel sistema internazionale – si dimostrerà più rispettosa delle sovranità nazionali e più tollerante rispetto a modelli di sviluppo e regimi politici diversi dal suo. Viene citato l’antico proverbio cinese: “Il mare è abbastanza capiente per contenere l’acqua di centinaia di fiumi“.

GLI ECCEZIONALISMI, DALLE PAROLE AI FATTI

Nell’era post-westphaliana, ogni potenza ha formato un suo “eccezionalismo”. Con eccezionalismo si intende una sorta di filosofia – un modo di agire e pensare – che differenzia la potenza dalle altre, e conferisce un’impronta riconoscibile alle sue azioni nell’arena internazionale.

L’esistenza di questi eccezionalismi non è difficile da constatare anche per chi – come noi – si rifà generalmente alla scuola realista delle relazioni internazionali. Sebbene i rapporti di forza, la geografia e la ragion di stato (il concetto rinascimentale-machiavelliano secondo cui la tendenza naturale di ogni stato sia accrescere la sua potenza) siano i fattori più importanti tra quelli che conducono l’andamento delle relazioni internazionali; è anche vero che le particolarità geografiche, demografiche, storiche, filosofiche, religiose, climatiche, culturali, ideologiche, storiche e in sostanza umane di ogni potenza effettivamente incidono sul suo agire internazionale; in caso contrario la geopolitica sarebbe una scienza esatta, cosa che assolutamente non è.

Altra questione è prendere per buone le dottrine eccezionaliste prodotte dagli stati senza offrirne una lettura critica.

La “città sulla collina” nordamericana dei pellegrini puritani – vergine rispetto alla corruzione morale dell’Europa, destinata ad irradiare la palude sottostante con la sua influenza civilizzatrice – vista con un occhio critico assomiglia più ad una Babilonia corrotta e guerrafondaia.

L’afflato anticolonialista dei founding fathers si traduce immediatamente in una brutale colonizzazione del subcontinente nordamericano, tramite lo sterminio delle popolazioni indigene nella marcia verso il pacifico. Poi in un veterocolonialismo in stile squisitamente europeo, con la conquista delle Hawaii, delle Filippine, di Guam, del Portorico, di Cuba (alcuni di questi territori vengono integrati, su altri si impone un protettorato), con l’imposizione di protettorati nei caraibi e in America Centrale; e infine con la trasformazione – ove la contesa globale lo richiedeva – in una vera e propria polizia coloniale globale, con il sostegno economico di quasi l’intero sforzo bellico francese e olandese rispettivamente in Indocina e in Indonesia.

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L’idealismo liberaldemocratico della “Nuova Gerusalemme” – da esportare possibilmente in tutto il mondo – si traduce plasticamente nel sostegno dei regimi e dei movimenti più disparati: da Pinochet a Mao, dalla Decima Mas di Junio Borghese alla guerriglia dei khmer rossi guidata da Pol Pot, da Saddam Hussein ad Hayat Tahir al-Sham, passando per la teocrazia saudita e il freedom fighter Osama Bin Laden, arrivando al neonazismo ucraino.

Il sostegno del “rules-based order” e del “nuovo ordine mondiale” post guerra fredda viene meno con le guerre d’aggressione unilaterali in Kossovo, in Iraq, in Siria, con il sostegno delle avventure militari turche, saudite, azere, francesi. E con l’arrogarsi da parte di Washington e Londra – nella cornice (il)legale della “global war on terror” – del diritto di esecuzione sommaria di chiunque, ovunque, in qualsiasi momento, tramite droni.

L’eccezionalismo quindi va analizzato dall’esterno – guardando sia alla teoria che alla prassi – per capirne le reali implicazioni.

Per quanto riguarda l’eccezionalismo americano con una lettura critica – aldilà dei giudizi di merito espressi sopra – si può facilmente constatare come sia la filosofia che il caso pratico dipingano l’immagine di una superpotenza (nel bene o nel male, a seconda di chi guarda, o del caso specifico) altamente interventista.

Osama Bin Laden, beniamino della stampa americana
Osama Bin Laden, beniamino della stampa americana

IL CASO CINESE

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Ebbene, anche l’eccezionalismo cinese (post Deng Xiaoping) va posto sotto una lente severa ed impietosa, come quella usata in precedenza nel caso americano.

Un primo pensiero va subito al caso kazako e alla “dottrina Yi-Lavrov“, formulata in occasione dei tumulti del 2021.

Per essere un paese che si proclama sempre neutrale rispetto agli affari interni degli altri stati, la Cina si dimostra molto interessata alla stabilità politica del regime post-comunista di Tokaev. Il realismo politico lo impone: Come può la Cina essere “indifferente” rispetto agli sviluppi interni del paese da cui obbligatoriamente passa la via della seta che collega Berlino a Pechino, attraverso l’Eurasia?

E questo caso ci porta ad un’altra riflessione: Il comportamento cinese nelle varie aree del mondo muterà con il consolidamento della sua influenza? E’ indiscutibile che i prestiti bilaterali cinesi – o delle istituzioni internazionali a guida cinese – non presentino le condizionalità tipiche del Washington Consensus – come lamentato dall’Economist – ma ci dobbiamo chiedere se questa non sia semplicemente “concorrenza al ribasso” contro USA e FMI, eliminata la necessità della quale anche la Cina inizierà a dettare legge tramite il debito.

Un altro aspetto riguarda il rapporto della Cina con il mare, elemento cruciale nella contesa con l’anglosfera e per l’innesco della cosiddetta “trappola di Tucidide”.

Mao Zedong esprimeva così la sua visione ideale dei grandi spazi planetari, in una poesia intitolata “Kunlun“, riportata da Carl Schmitt in “Teoria del Partigiano“:

“Se il cielo mi fosse patria sguainerei la mia spada

e ti taglierei in tre pezzi:

Uno in regalo all’Europa

Uno all’America

Ma uno lo terrei per la Cina,

e sarebbe la pace a dominare il mondo”

E’ questa una visione multipolare, che riconosce l’esistenza di grandi imperi-civilizzazioni ma non chiede per la Cina un impero di estensione globale.

La questione è se – o quanto – la moderna leadership cinese si vorrà autolimitare nell’espansione della sua influenza sulla terra – e soprattutto – sul cielo e sul mare.

Naturalmente la degenerazione o meno del conflitto tra grandi potenze dipenderà anche dalla volontà o meno dell’anglosfera di negoziare e cedere posizioni, ma fondamentale sarà l’attitudine cinese: Il Regno di Mezzo si autolimiterà come l’Austria di Metternich o la Germania di Bismarck, esercitando un’influenza stabilizzatrice sull’Eurasia e sul mondo, gestendo come un arbitro i conflitti tra potenze che il mondo multipolare sicuramente presenterà (ma negandosi potenziali “conquiste”) o sfiderà frontalmente il predominio americano sugli oceani, come fecero la Germania guglielmina e la Francia napoleonica nei confronti degli inglesi? La grande flotta in costruzione servirà per reintegrare Taiwan, difendere il grande spazio cinese e le sue rotte commerciali – come sostiene l’Autore di Stato e Impero – o per aprire tramite diplomazia delle cannoniere le porte ai mercanti e ai soldati cinesi, e magari svolgere “freedom of navigation operations” nel Golfo del Messico, ricalcando l’evoluzione della talassocrazia inglese e poi americana?

Pensando a Schmitt: Con la Cina in controllo, vedremo un ritorno allo ius publicum europeum – con il reciproco riconoscimento e la neutralità negli altrui conflitti come norma – o vedremo proseguire come prima la guerra civile globale?


Sono domande che – secondo chi vi scrive – restano decisamente aperte. Che venga o meno il “nomos del fuoco” cinese.

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