Brasile multipolare: Una “potenza in potenza” in guerra civile permanente

A pochi giorni dal ballottaggio che deciderà se il prossimo presidente del Brasile sarà Jair Bolsonaro o Ignacio Lula da Silva, per molti è alta la tentazione di descrivere questa sfida secondo il tipico modello sudamericano: Una destra pinochettiana filo-angloamericana e una sinistra populista/bolivariana filo-cinese e filo-cubana. La realtà si discosta molto da questo modello, però.

Il Brasile fa storia a se, ed ha una storia piuttosto complicata; di cui forse l’aspetto più facilmente decifrabile sono le sue relazioni con il resto del mondo. Quest’ultime sono segnate da un persistente neutralismo o – per essere più precisi – multilateralismo, che accompagna quasi l’intera storia del paese, e ci porta a leggere le odierne tensioni politiche su un piano prevalentemente domestico, piuttosto che internazionale.

Bolsonaro viene accoltellato durante la campagna elettorale del 2018

UN ANTICO REGIME NEL NUOVO MONDO

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Ad essere singolare è già la genesi del grande stato amazzonico.

Il Brasile nasce, come gli Stati Uniti, da una contesa tra potentati locali e madrepatria, relativa al deferimento dei poteri.
All’inizio degli anni ’20 dell’Ottocento, la monarchia brasiliana si trova in una situazione piuttosto precaria, essendo stata da poco restaurata dopo l’occupazione napoleonica della penisola iberica. Parte della famiglia reale – ripiegata in Brasile – tra cui Pedro “il liberatore”, decide però di non tornare in patria dopo la restaurazione. Quando Lisbona minaccia di ridurre l’autonomia del Brasile, Pedro si schiera con le forze locali, diventando il primo Imperatore del Brasile indipendente, e conducendo con successo una guerra di liberazione contro le truppe rimaste fedeli al Portogallo.

Mentre le colonie spagnole – nonostante i tentativi di unificazione di Simon Bolivar – si emancipano separatamente dalla madrepatria, l’ex colonia portoghese rimane unita, diventando lo stato più esteso e popoloso del subcontinente sudamericano, ponendo le basi per la nascita di una potenza globale, o almeno regionale. Lo stato brasiliano – retto da una dinastia europea (che cercherà anche di riconquistare il Portogallo, non riuscendoci) è il più europeo tra gli stati americani, e parla una lingua diversa da quella di tutti i suoi vicini. Forse è già in questo momento che vengono poste le basi “psicologiche” di quello che sarà il successivo atteggiamento circospetto del Brasile sulla scena internazionale.

UNO STATO PRETORIANO

Consigli di lettura

Un altra ragione della prudenza brasiliana si trova nella difficoltà di mantenere il fragile equilibrio interno.

In questo il Brasile è una tipica nazione latina – come i suoi vicini, la Spagna, o l’Italia – sempre tormentata dallo spettro aleggiante della guerra civile; combattuta o meno che sia. Piuttosto che la cultura politica alla Westminster, in Brasile – con l’avvento della repubblica alla fine del diciannovesimo secolo – si afferma il coronelismo: L’alternanza al potere delle elite agrarie di Sao Paulo e Minas Gerais (anche detta politica del caffelatte) mediante una “democrazia clientelare”, assicurata dalle forze armate.

E’ proprio nell’assetto politico della prima repubblica che nasce un’ulteriore costante della politica brasiliana: Un ruolo preponderante dei militari.

Le forze armate brasiliane accompagneranno ogni svolta politica nella storia del paese, senza mai essere vittima degli eventi. Piuttosto, anticipandoli.

Sono proprio le forze armate ad assecondare il malcontento popolare nella fase terminale della Republica Velha – durante la grande depressione – appoggiando la rivoluzione di Getullio Vargas e la costruzione dell’estado novo sul modello di Salazar. Come il Portogallo di Salazar, il Brasile lavorerà per gli alleati durante la seconda guerra mondiale; arrivando a mandare un corpo di spedizione in Italia (che poi verrà internato e rieducato al ritorno in patria, per evitare contaminazioni politiche) in quella che sarà la seconda e ultima volta in cui le forze armate brasiliane parteciperanno ad un conflitto fuori dal continente americano.

Sarà poi proprio l’esercito a fiutare il cambio di vento successivo al secondo conflitto mondiale, deponendo Getullio Vargas con un colpo di stato e dando il via alla seconda repubblica. Il primo presidente eletto tramite libere elezioni nel 1945? Il Generale Eurico Caspar Dutra, ex ministro della guerra durante l’estado novo.

Ancora, nel 1954 i militari impongono a Getullio Vargas – tornato al potere tramite elezioni – di dimettersi, portandolo al suicidio. E saranno nuovamente i militari – in questo caso sì, ci sono paralleli con il Cile – a sfruttare una crisi costituzionale per mettere fine al governo del Partito Nazionale dei Lavoratori di Goulart nel 1964, instaurando il noto regime militare che governerà il paese fino all”85, quello contro cui combatterà Carlos Marighella, autore del primo manuale di guerriglia urbana mai scritto.

La transizione alla democrazia – sebbene richiesta dal basso – verrà anch’essa gestita dai militari senza scatenare una guerra civile, tanto che nessun esponente del regime verrà processato per gli eventi del “ventennio”.

Il “triumvirato” che detiene di fatto il potere durante la dittatura militare. Da sinistra: Rademaker (marina), de Sousa Melo (aviazione), de Lira Tavares (esercito)

DOPO LA DITTATURA MILITARE

L’inizio della “terza repubblica” brasiliana non coincide però con la fine dell’intervento dei militari nella vita politica del paese.

Nel settembre 2017, durante il caos politico causato dall’impeachment di Dilma Roussef e dai procedimenti giudiziari contro l’ex presidente Lula – nell’ambito dell’inchiesta “Lava Jato”, la tangentopoli brasiliana – il Generale Antonio Hamilton Martins Mourao dichiara pubblicamente la possibilità concreta di un intervento militare, e che ci sia “un limite al livello di caos politico che le forze armate possono tollerare“. La risposta della popolazione brasiliana fu tutt’altro che di unanime condanna, tanto che durante un’oceanica manifestazione di camionisti nel maggio 2018, si registra un convinto sostegno rispetto ad un’ipotesi di golpe.

Il costante interventismo dei militari nella vita politica del paese non sembra averne danneggiato irreparabilmente la reputazione. Dai sondaggi emerge che le forze armate siano l’istituzione di cui i brasiliani si fidano di più dopo la Chiesa; forse proprio a causa del ruolo di “traghettatore” durante periodi di caos per il paese.

L’immagine che esce da questo breve riassunto è quella di un paese di fatto “pretoriano”, in cui i militari accompagnano ogni importante transizione politica.

Il che ci porta ad arrivare alla caldissima questione delle elezioni e di Bolsonaro.

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UN NUOVO GOLPE?

Le pagine dei giornali sono piene di titoli riguardanti l’ipotesi di un golpe guidato dal presidente Bolsonaro, in seguito ad un risultato sfavorevole alle elezioni. Ma perché?

Tutto ruota intorno alla sicurezza o meno del voto elettronico. Bolsonaro ne è un ardente critico, ed ha dichiarato di non voler riconoscere una sconfitta subita attraverso questo sistema elettorale.

Molti brasiliani sono d’accordo con lui: Il 51% della popolazione ha “poca o nessuna” fiducia nella regolarità del sistema elettorale.

Bolsonaro gode anche di un notevole supporto all’interno delle forze armate (dai gradi più bassi a quelli più alti) essendo stato egli stesso un militare e avendo collocato diversi militari in posizioni di potere; oltreché di una coorte di militanti sempre più armati, e dotati di una straordinaria capacità di mobilitazione: Nel settembre 2021, Bolsonaro porta in piazza mezzo milione di brasiliani, a suo sostegno nella faida con la Corte Suprema riguardante le politiche di gestione del covid.

Bolsonaro dunque ha sia il movente, che forse anche i mezzi – secondo le linee guida di Luttwak – per rimanere presidente con l’aiuto dei militari in caso di sconfitta alle elezioni; ma se scegliesse questa via potrebbe doversi scontrare con un avversario inaspettato per un regime militare sudamericano di estrema destra, con tendenze al liberismo sfrenato: Il governo degli Stati Uniti.

Lo scenario che si prefigurerebbe sarebbe diverso da quello boliviano del 2019, in cui la destra di Jeanine Anez, contestando la regolarità del voto, fece destituire il presidente eletto Evo Morales con un pronunciamento militare, per poi reprimere le proteste successive causando decine di morti e centinaia di feriti.

In quell’occasione, l’amministrazione Trump si schierò con i golpisti, e l’amministrazione Biden insediatasi in seguito mantenne la stessa linea.

Per Bolsonaro le cose non andrebbero così “bene”, e non solo a causa dell’antipatia personale che Biden e il presidente brasiliano uscente nutrono l’uno per l’altro. Il problema di Bolsonaro è di non avere dall’altra parte un Evo Morales, un avversario che sia ostile agli interessi angloamericani nel paese, o quantomeno più ostile di quanto lo sia lui stesso.

Gli Stati Uniti difficilmente rischierebbero di alimentare un’altra ondata di “yankee go home” per fornire copertura ad un Bolsonaro la cui politica estera è decisamente multipolare, che – al netto di una politica regionale ostile a Cuba e Venezuela, gradita a Washington – non segue con convinzione le iniziative di politica estera che la grande strategia americana richiede, come l’impegno nella guerra per procura in Ucraina e la guerra commerciale con la Cina. E che, a differenza dei generali durante la guerra fredda – che pure mantenevano lo stesso orientamento in politica estera – non reprimerebbe nel sangue una sinistra brasiliana largamente filosovietica e/o filocinese, come quella di Goulart prima (che sostenne Cuba durante la crisi dei missili) e dei rivoluzionari alla Marighella poi.

L’avversario di Bolsonaro – Ignacio Lula da Silva – al netto di “pericolose” quanto utopiche proposte di competizione contro il dollaro, rappresenta una sinistra la cui politica estera non differirebbe più di tanto da quella del presidente uscente, restando imperniata sugli stessi principi multilateralisti e neutralisti. In sostanza, l’incentivo geopolitico a supportare un golpe anti-Lula sarebbe molto basso, a fronte del danno diplomatico e d’immagine che Washington subirebbe.

Bolsonaro potrebbe tentare comunque di non riconoscere un’eventuale sconfitta alle elezioni e prendere il potere con la forza? Sì, ma non avrebbe gioco facile come i suoi predecessori degli anni ’60, riconosciuti come governo legittimo da Washington entro poche ore.

Bolsonaro insieme a militari suoi sostenitori

UNA POTENZA IN POTENZA

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Ipotesi golpista permettendo, il Brasile che emergerà da queste elezioni, sotto il profilo delle relazioni internazionali, sarà lo stesso Brasile di sempre, a prescindere da chi vincerà le elezioni.

Un paese molto cauto e fautore del mondo multipolare; di una multipolarità che non intende sfruttare per avventure o tentazioni egemoniche – come la Turchia – ma in cui spera di ritagliarsi un’isola felice, forse anche una sfera d’influenza, senza però causare terremoti; nel mezzo del caos globale e interno.

Un paese le cui potenzialità nell’arena internazionale sono certamente frenate dalla costante instabilità domestica: Una disuguaglianza tra le più alte al mondo, violenza tra cartelli della droga e gruppi paramilitari, fette di territorio non controllate dallo stato centrale, tensione politica permanente che rischia ciclicamente di sfociare in guerra civile.

Un paese che anni fa sentii descrivere perfettamente dall’Avv. Diego Corrado, con l’espressione: “non è un paese per principianti“.

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