Guerra mondiale nel Caucaso

Lo spettro della guerra aleggia nuovamente sul Caucaso.

E’ solo questione di tempo prima che lo showdown globale, iniziato cineticamente e simbolicamente in Ucraina; e proseguito con altri mezzi a Bruxelles, Istanbul e Samarcanda, scaldi un’altra regione del mondo. Si manifesti telluricamente con l’apertura di un secondo fronte.

Questo secondo fronte, secondo l’opinione di molti, potrebbe essere Taiwan. Secondo altri potrebbero essere i balcani.

Di Taiwan abbiamo già parlato, ma in questa occasione vogliamo offrire una visione alternativa, senza avere la pretesa di affermare quanto lo scenario sia probabile.
Il secondo fronte potrebbe aprirsi nel Caucaso. La culla dell’Europa. Il terreno di secolare conflitto tra russi e turchi. La barriera che protegge il ventre molle dell’impero russo, o la rampa di lancio per proiettare l’influenza di Mosca in medio oriente.

Carro armato russo vicino al confine con Armenia e Nagorno Karabakh, anno 2020
Carro russo, Nagorno-Karabakh, 2020

ARMENIA E AZERBAIJAN

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Di Armenia e Azerbaijan abbiamo già parlato molto.
Fu’ proprio la seconda guerra del Nagorno-Karabakh – quella scoppiata nel 2020 – a dare l’impulso per la creazione di questo blog. In quella guerra, ai tempi largamente ignorata dall’opinione pubblica, si poteva vedere il preludio di quello che sarebbe accaduto dopo.
Finita definitivamente l’era del (mai concretizzatosi) unipolarismo americano, non sarebbe più stato possibile leggere i conflitti globali nella sola ottica delle guerre egemoniche statunitensi (Ex-Yugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia). Nuovi attori entrano in gioco, le placche geopolitiche si riassestano, e quando le placche tettoniche si muovono producono terremoti: Guerre tra pari, guerre tra potenze.
Questa realtà si palesa al grande pubblico con l’inizio (o meglio, l’escalation) della guerra in Ucraina nel febbraio 2022.

Ora però ritorniamo al Caucaso.
Come per la maggior parte delle guerre, la questione tra Armenia e Azerbaijan è complicata e antica. Per avere un contesto migliore, rimando ai due post del nostro amico e collaboratore Kevin Prenna.

Arriviamo dunque a metà settembre 2022. L’Azerbaijan per l’ennesima volta attacca le truppe al confine armeno, e capire chi “abbia iniziato” è abbastanza semplice applicando il rasoio di Occam. Le forze armate armene sono di fatto impotenti rispetto a quelle azere, soffrendo un divario tecnologico importante. L’unica cosa che separa l’Azerbaijan da un’offensiva totale è la possibile reazione delle potenze mondiali.
Questa volta però osserviamo due novità: Le truppe azere colpiscono direttamente le guardie di frontiera russe dell’FSB, come le truppe georgiane nel 2008. E lo fanno con armi turche, italiane ed israeliane, che continuano ad arrivare a ritmo sempre più sostenuto.
In ogni caso, è proprio la Russia a riuscire ad ottenere un – fragilissimo – cessate il fuoco, ma il danno è già stato fatto

Drone turco Baraktyar, in dotazione presso le forze armate azere, abbattuto da truppe armene. Uno dei rari casi del conflitto in cui questo sistema d’arma non ha avuto la meglio

DIVIDE ET IMPERA

Consigli di lettura

E’ in questo contesto di passività russa che si inserisce la sapiente politica estera americana.

Il governo armeno di Pashinyan chiede aiuto al CSTO e alla Russia, ottenendo solamente l’ennesimo – inconcludente – cessate il fuoco. Mosca non può e/o non vuole sostenere l’Armenia fino alle estreme conseguenze, ovvero fino all’apertura di un nuovo fronte contro l’Azerbaijan. Quindi contro la Turchia – fin’ora rimasta pressoché neutrale nel conflitto ucraino – la cui potenza militare spaventa.
Fiutando l’odore di sangue, si precipita a Yerevan – con una grossa delegazione – Nancy Pelosi, speaker democratica della camera statunitense, plenipotenziaria dei dem e di Biden.
In occasione di questa visita le autorità statunitensi esprimono delle inedite posizioni di condanna nei confronti dell’Azerbaijan e in sostegno dell’Armenia, nel giro di pochi giorni viene addirittura sollevato l’embargo di armi nei confronti del governo cipriota, acerrimo rivale di Ankara. L’obiettivo è porsi come potenza protettrice dell’Armenia – ruolo in cui la Russia ha oggettivamente fallito – per staccarla dall’influenza di Mosca. A poco serve la corrispettiva visita di una delegazione russa nel paese, la strategia di Washington funziona: Le banche armene si scollegano dal sistema di pagamenti MIR.


C’è però un non-detto nella strategia americana nei confronti dell’Armenia.
Ovvero che l’Armenia nella scala dei potenziali alleati viene di gran lunga dopo la Turchia, ma anche dopo l’Azerbaijan.
Per Yerevan la prospettiva futura è quella di fare la fine dei curdi siriani: Inizialmente alleati di Mosca (il PKK è di fatto una creatura sovietica, concepita durante la guerra fredda, tanto che il Kurdistan viene persino inserito nella sfera d’influenza moscovita in Geopolitika Rossii, di Dugin) e cobelligeranti dell’Esercito Arabo Siriano di Assad. I curdi delle YPG vengono poi sedotti da Washington, vengono portati ad una rottura con Damasco, all’ospitare truppe americane e a siglare accordi petroliferi… per poi essere abbandonati: La Turchia invade il territorio controllato dalle milizie curde con le operazioni “Ramo d’Oliva” e “Scudo dell’Eufrate”, utilizzando come carne da cannone i rimasugli di Al Qaeda e dell’ISIS coltivati nei campi per migranti al confine turco-siriano. I soldati americani si ritirano ordinatamente per lasciare campo libero agli alleati NATO.

Lo stesso destino attende possibilmente l’Armenia: Se l’Azerbaijan deciderà di invadere, e chiudere la questione una volta per tutte, Washington guarderà con soddisfazione la distruzione di un alleato naturale della Russia e l’espansione dell’influenza turca sugli approcci al Caucaso.

Militanti curdi manifestano intorno ad un veicolo militare americano, poco prima dell’inizio dell’offensiva turca nel nord della Siria

UNA POSSIBILE REAZIONE RUSSA

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Se, in un simile scenario, la Russia decidesse di intervenire, lo farebbe a suo grosso rischio e pericolo.
Lo farebbe innanzitutto al fianco di un “alleato” – l’Armenia – con cui ormai i rapporti sono piuttosto gelidi, soprattutto per quanto riguarda il governo Pashinyan, laureatosi da una rivoluzione colorata. Lo farebbe inoltre contro un paese musulmano, in una regione in cui – a 25 anni dalla prima guerra di Cecenia, e a 15 dalle ultime insurrezioni in Dagestan e Kabardino-Balkaria – il jihadismo (spesso e volentieri infiltrato, sponsorizzato, influenzabile se non manovrato dalla NATO) esercita ancora una enorme influenza. Il rischio è – a prescindere dall’insostenibilità militare di combattere in un secondo fronte contro una media potenza armata fino ai denti, a conflitto ucraino in corso – di aprire un vaso di Pandora, da cui potrebbero uscire “mostri” impossibili da controllare per Mosca: Insurrezione nel Caucaso russo, entrata della Georgia in guerra, minacce separatiste a catena come negli anni ’90.

Un dilemma non facile da risolvere. Un teatro in cui la NATO ha decisamente il coltello dalla parte del manico.

IL FATTORE IRANIANO E LA REAZIONE A CATENA

Mosca può contare, dalla sua parte, su un alleato dal peso non indifferente: L’Iran. Ci sono tanti fattori da considerare, però.

Tehran è entrata a gamba tesa nella rissa caucasica, e l’ha fatto tramite il portavoce dei pasdaran, i guardiani della rivoluzione: “Una guerra nel Caucaso è una guerra contro l’Iran”. E ha schierato decine di migliaia di truppe al confine con Armenia e Azerbaijan.

L’Iran, che ha una forte rivalità con l’Azerbaijan, dovuta alla presenza di separatisti azeri in alcune regioni di confine, potrebbe (e vorrebbe) combattere al fianco dell’Armenia, con successo.

Entrano però in gioco due fattori: La tenuta interna dell’Iran e la guerra fredda mediorientale.

La prima è minacciata dalle proteste anti-governative in corso in questi giorni, già diventate violente in più citta e naturalmente amplificate dai soliti strumenti di guerra ibrida angloamericana, come il NED. Viene addirittura “scomodata” la dinastia Pahlevi dal parlamento europeo. E’ ancora difficile però dire se saranno il solito “fuoco di paglia”, come quasi tutte le proteste degli ultimi decenni, o se saranno una reale minaccia per la tenuta della teocrazia iraniana.

La particolare situazione mediorientale, invece, porterebbe all’allargamento del conflitto a diversi altri paesi, la maggior parte dei quali fin’ora rimasti neutrali nella contesa tra superpotenze. Stiamo parlando di Israele, diplomatico con la Russia fino a far infuriare Zelensky, che però altro non aspetta se non un occasione per colpire Tehran, assestando un duro colpo al principale rivale geopolitico ed eliminando per sempre (o almeno per qualche decennio) la possibilità che l’Iran si doti di armi nucleari. I piani di guerra esistono già.

E a quel punto, anche l’Arabia Saudita e gli Emirati – che fin’ora si sono tenuti fuori dal conflitto cercando di massimizzare profitti energetici e concessioni da entrambe le parti – vedrebbero l’opportunità di regolare i conti con Khamenei una volta per tutte: In Yemen, in Libano, in Iraq, in Siria.

In caso di entrata in guerra dell’Iran, il Caucaso sarebbe la miccia che farebbe esplodere una bomba in Medio Oriente. Con tutte le conseguenze del caso.

Dobbiamo quindi fare molta attenzione a ciò che avviene sulla lontana – ai nostri occhi – linea di contatto azero-armena.
E’ proprio lì che può finire la drôle de guerre. Che il conflitto mondiale può drammaticamente, e cineticamente, espandersi.

6 pensieri riguardo “Guerra mondiale nel Caucaso

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