La tempesta perfetta: Scacco matto all’asse Berlino-Roma

Non è possibile sapere come andrà a finire l'”operazione militare speciale” russa in Ucraina. Se con una presa della Crimea da parte dell’Ucraina nel 2023, o con una balcanizzazione dello stato ucraino, o ancora se durerà per anni su linee di fronte in lento movimento.

Quello che ci preme, in questo momento, sono le sue ricadute sull’Europa (da Khazan a Lisbona), sull’Unione Europea come organizzazione e sui suoi paesi membri.

Abbiamo affrontato l’argomento più volte, ma riassumiamo: Prima dell’escalation russa del febbraio 2022 (ricordiamo che la guerra inizia nel 2014) si possono grossomodo individuare due “cordate” di paesi nel continente.

La prima è formata dai paesi della “vecchia europa”, i primi paesi a far parte dell’Unione Europea nonché vecchie potenze del continente. Francia, Germania, Italia, Spagna, Danimarca, Belgio, e via dicendo. Questi paesi, pur rimanendo leali all’alleanza atlantica, guardano (o guardavano) alla nascita di un nuovo ordine mondiale; non quello dichiarato da Bush Senior all’indomani di Desert Storm, ma un ordine multipolare, con potenze emergenti, in cui l’Unione Europea deve diventare un attore indipendente, o quasi. E’ anche grazie a questa forma mentis che, tra una citazione di Dostojevski e l’altra, vengono siglati importanti accordi commerciali ed energetici con la Russia. Non in presunti incontri segreti, tra commercialisti e oligarchi, in mezzo ad alcool e prostitute nella lounge di hotel moscoviti, ma alla luce del sole: Vengono siglati dall’allora premier e attuale oltranzista anti-russo, Renzi, che in un’occasione si vanterà pure di aver fatto correggere un articolo di Russia Today alzando la cornetta e telefonando a Putin. Vengono siglati dall’allora premier Letta, uomo di punta del partito francese in Italia. Vengono siglati dall’allora premier Gentiloni quando, 3 anni dopo l’annessione della Crimea, l’interscambio con la Russia è in rapida ascesa.

E’ questa parte di Unione Europea che, tramite Germania e Francia, aiuta ad elaborare e a sostenere più volte gli Accordi di Minsk, inizialmente accettati da tutte le parti del conflitto, poi fatti naufragare dall’ala oltranzista ucraina con appoggio angloamericano.

La seconda è invece formata dalla “nuova europa” (questa terminologia non è di mia invenzione, ma è stata usata proprio dalle parti in causa). Paesi baltici, Polonia, Repubblica Ceca, Romania e, per l’appunto, Ucraina. Questi paesi formano il “cordone sanitario” angloamericano in Europa. Dal Mar Baltico al Mar Nero dividono fisicamente la vecchia europa dai rivali geopolitici dell’anglosfera: Russia e poi Cina. Questi paesi hanno una visione strategica opposta a quella della vecchia europa.
Il mito fondativo dei loro attuali regimi politici, come per quello italiano può essere la lotta partigiana o per quello americano la guerra d’indipendenza, è la caduta della cortina di ferro, l’indipendenza dall’URSS o lo scioglimento del Patto di Varsavia, e in concomitanza l’ascesa della potenza unipolare americana. In questi paesi un antico (in alcuni casi più, in alcuni casi meno) sentimento anti-russo, decantato per secoli di guerre e rivalità, si fonde con una maggiore fiducia nell’alleanza con gli Stati Uniti.

Mentre Trump critica la NATO ed arriva ai ferri corti con la Merkel, viene accolto in pompa magna a Varsavia.

Nel cordone sanitario lo “spirito di Pratica di Mare” non è mai arrivato, così come non è mai arrivato a Londra.

Renzi presiede un tavolo di mediazione tra Putin e Poroshenko, presenti Merkel e Hollande

LA SVOLTA FRANCESE

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Con l’inizio dell’Operazione Militare Speciale russa la seconda cordata prevale nettamente sulla prima, e i motivi sono molteplici.

Certo, si può parlare dell’effetto traumatico della guerra, oggettivamente, fisicamente scatenata dalla Russia, sull’opinione pubblica, ma si sta solo grattando la superfice. Non si spiegherebbe ad esempio la condotta dell’Italia, un paese in cui la maggioranza della popolazione si dichiara equidistante tra le parti e contraria all’invio di armi all’Ucraina, nonostante il parlamento, quasi all’unanimità, primo partito di “opposizione” compreso (anzi, in testa) continui a sostenere lo sforzo bellico ucraino.


Più utile, a mio modo di vedere, a spiegare la capitolazione della “vecchia europa”, è la scelta di campo di Macron.

Non possiamo ignorare come la Francia sia l’unica potenza, all’interno dell’UE, dotata di armi nucleari ed uscita vincitrice dalla seconda guerra mondiale. Non è un caso che tutte le iniziative di autonomia strategica e militare della Comunità Europea e poi dell’Unione Europea siano sempre partite dalla Francia e su essa abbiano fatto affidamento; e che senza di essa siano morte. Senza la Francia, non ci si muove.
Macron, in tempi recenti ardente sostenitore dell’Europa fino a Vladivostok e della “morte cerebrale” della NATO, posiziona il suo paese su schemi simili a quelli antecedenti la seconda guerra mondiale, ai tempi del patto Molotov-Ribbentrop. Entente anglofrancese, garanzie di sicurezza per l’Europa Centrale, isolamento della Germania e dell’Italia dalla Russia.

Certo, molte cose sono cambiate: Gli USA non sono più un alleato di backup come nel 1939 ma la superpotenza guida dell’alleanza, la Germania di Scholz non ha né la potenza, né la volontà di potenza, del Terzo Reich, e al contrario i paesi del cordone sanitario sono più numerosi e più forti di un tempo, soprattutto in relazione ai paesi della “vecchia europa”.

Il risultato è uno scacco matto alla Germania: Aldilà dei silenziosi, e francamente patetici, tentativi di smorzare il supporto all’Ucraina tramite blocchi non dichiarati sull’export di armi, tramite il proxy ungherese e tattiche dilatorie nelle istituzioni comunitarie, per strappare qualche metro cubo di gas in più a Mosca, Berlino si adegua.
Sull’Italia non vale neanche la pena di spendere tante parole: Un paese il cui partito guida è pieno di legion d’onore francesi, è presieduto dal rettore di un’università francese, ha tentato di regalare un pezzo di mare ai francesi (di nascosto!) e recentemente ha invitato rappresentanti francesi alle riunioni del consiglio dei ministri, non poteva fare altrimenti. Non c’era neanche bisogno di scomodare l’influenza di Washington.

E’ tutto da vedere se questo posizionamento si dimostrerà vantaggioso per la Francia, quel che è certo però è che sia stata il pezzo chiave della partita che si è giocata tra i paesi membri dell’Unione.
Una partita conclusasi, ripetiamolo, con la vittoria della decisa linea pro-Ucraina dei paesi centroeuropei e dell’anglosfera. Ne sono una dimostrazione plastica non solo le bollette in vertiginoso aumento, ma anche i periodici deliri della Von der Leyen e di Borrell, peraltro ridicolizzati più volte anche dalle capitali più oltranziste della NATO.

LA TEMPESTA PERFETTA

Consigli di lettura

L’Unione Europea non arriva a questa crisi in ottima salute, tanti sono i trend sia di lungo che di breve periodo che allarmano, da prima che il primo soldato russo varcasse il confine tra la Crimea e l’Oblast di Kherson.
Facevamo notare, un anno fa, il prezzo estremamente alto dell’energia e la possibilità di blackout; così come la crescita del prezzo della benzina in Italia a partire almeno da inizio 2021.
Un aumento dei prezzi dovuto, oltre che a politiche poco lungimiranti da parte nostra, allo shock economico causato dalle restrizioni covid, a cui è seguito uno short squeeze dei produttori di energia.

In sostanza i paesi UE (non tutti, a dimostrare che, al contrario di quello che afferma Draghi, una scelta c’era) scelgono di sanzionare il loro principale partner energetico durante una crisi energetica già grave. Alcuni, come la Francia, sono meglio preparati, altri, come l’Italia, peggio. Ma in generale ovunque in Europa questa decisione – al netto del fatto che sia presa con convinzione o con riluttanza – si soffre, e non deriva solo dalle sanzioni e dai rispettivi tagli alle forniture, ma anche dall’ormai nota giostra speculativa al mercato TTF di Amsterdam.

Il risultato? Recessione (mite però!), deindustrializzazione, razionamenti.

Un paese, l’Italia, la cui industria (la seconda d’Europa) già reggeva a stento i colpi della concorrenza, della delocalizzazione e della privatizzazione – grazie a forniture energetiche convenienti da Libia, Russia, Algeria – in mancanza di nucleare e giacimenti sostanziali si ritrova oggi a discutere di quale sia il porto giusto per importare gas via nave dagli USA, si trova davanti alla tempesta perfetta. E così la Germania. Che il nucleare ce l’ha, ma in preda a deliri suicidi, o a qualche forma di possessione mistica, corre per dismetterlo in anticipo.

Viene quindi da chiedersi se l’UE sopravviverà a questa crisi. Se i paesi la cui linea era un’altra sopporteranno i sacrifici che invece altri paesi, opinioni pubbliche comprese (questo va detto) sono ben volenterosi di sopportare. Se la campagna della Commissione Europea contro Polonia e – soprattutto – Ungheria, che viene portata avanti parallelamente a tutte queste altre tensioni, non finirà per minare ancora di più l’unità di un’Unione profondamente disunita.

Quello che possiamo dire con certezza fin’ora è questo: Gli angloamericani la guerra in Ucraina l’hanno già vinta, prendendosi l’Europa senza colpo ferire. Import che diminuiscono, export che aumentano, Germania che diventa dipendente dalle materie prime americane. E’ quello che Trump ha sempre voluto, ma non servivano i dazi, serviva una guerra in Europa.
La Cina anche ne esce vincitrice, preparandosi ad importare sempre più gas russo a prezzo stracciato e a sostituire le importazioni sanzionate dai paesi del G7, e ritrovandosi ora con un alleato di ferro, che non vede più altre vie.
Per quanto riguarda Russia e Ucraina, decideranno le armi, ma i paesi UE sono già stati pesantemente sconfitti. Italia e Germania in testa.
E forse l’Unione, già scricchiolante, sta per subire il colpo di grazia.

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