La nuova muraglia cinese, parte prima: Giappone e sud-est asiatico

SECONDA PARTE

Nel medioevo, la dinastia cinese dei Ming ampliò le già esistenti fortificazioni nel nord dell’impero, costruendo centinaia di chilometri di mura e torri in pietra, per contenere le incursioni mongole e difendere il proprio territorio.
Qualche secolo dopo, possiamo ancora riscontrare la presenza di una “grande muraglia cinese” nella regione, con qualche differenza: Non si trova in terra – ma in mare – non è composta da torri ma da basi navali ed alleanze, non serve a difendere i cinesi ma a contenerli. Stiamo parlando della “prima catena di isole“.

La prima catena di isole è una “Linea Maginot” marittima, che si estende (le definizioni possono variare) circa dalla punta della penisola della Kamchatka fino al Mar Cinese del Sud, passando per Giappone, Formosa (Taiwan), Filippine e per le coste di Malesia e Vietnam, lambendo Singapore.
Nella dottrina navale americana rappresenta la prima linea della competizione con la Cina; sia in caso di guerra aperta – in cui verrebbe usata per contenere la PLAN ed impedirle di allontanarsi dalle coste cinesi, oltreché come base per attacchi contro la Cina continentale e insulare – che in tempo di “pace” (ovvero di campagne da zona grigia).
In questo post in due parti analizzeremo i punti forti e i punti deboli della prima catena di isole, le possibilità che fornisce agli USA in un ipotetico scontro con la Cina e i modi in cui quest’ultima sta cercando di aggirarla… o di sfondarla.

Suddivideremo la prima catena di isole in tre settori, diversi per condizioni politiche e militari: Il settore nord – composto da Giappone e Corea del Sud – il settore sud, in cui la competizione è incentrata sulle aree economiche esclusive reciprocamente contestate, e infine l’anello centrale, quello più importante: Taiwan.

Prima e seconda catena di isole

IL SETTORE NORD

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Il settore nord della prima catena di isole è il meno movimentato, sia a causa dello scarso interesse cinese rispetto agli primi due, sia a causa dell’alleanza – forte e con poche ambiguità – degli USA con Giappone e Corea del Sud.

L’Impero (è ancora possibile chiamarlo tale) del Sol Levante si sta ormai da tempo riarmando, con il benestare degli USA ed evitando i limiti imposti dalla costituzione con formule giuridiche creative, soprattutto dal punto di vista navale: Può anche vantare due portaerei di recente costruzione, classe Izumo, ufficialmente ritenute dai giapponesi dei “cacciatorpedinieri multiruolo“. Il Giappone gode anche della stabilità politica più elevata di ogni paese del blocco filoamericano, con un governo quasi del tutto ininterrotto del partito liberaldemocratico dal dopoguerra ad oggi.
Una mai sopita inimicizia con la Cina, rinfocolata periodicamente dalle ricorrenze della seconda guerra mondiale e dalle dispute sulle Isole Senkaku, completa il quadro: Il Giappone è sicuramente un alleato su cui gli USA possono contare nella regione – e l’architrave del settore nord della prima catena di isole – nonostante i frequenti disaccordi del primo con la Corea del Sud e con Taiwan stessa.

La Corea del Sud ha una discreta forza navale, anche se non è propriamente inclusa nella prima catena di isole. Rappresenta una possibile spina nel fianco della Cina nel continente, ma non si è sicuri sul fatto che una riunificazione con il nord porterà necessariamente ad un’avanzata dell’influenza americana oltre il 38esimo parallelo: Una Corea unita potrebbe anche diventare uno stato neutrale, o moderatamente filo-cinese, in luce delle enormi opportunità che questo potrebbe portare dal punto di vista commerciale rispetto ad un legame “forzato” con un alleato che risiede dall’altra parte dell’Oceano.

“Cacciatorpediniere” giapponese di classe Izumo

IL SETTORE SUD: UN LAGO CINESE?

Consigli di lettura

Le situazione si fa molto più calda – e quindi interessante – nel settore sud.

La contesa qua è principalmente una, e si chiama “linea dei 9 tratti“. La linea dei 9 tratti è il confine marittimo reclamato dalla Repubblica Popolare Cinese nel Mar Cinese del Sud – inizialmente tracciato dal nazionalista Chiang Kai Shek – che va a lambire le coste di Filippine, Vietnam, Malesia, Brunei.
In questo mare però la contesa non è solo tra la Cina e gli altri stati, ma si estende a livello bilaterale tra tutti gli attori in gioco: Tra Filippine e Malesia, tra Vietnam e Indonesia. La Cina quindi, pur essendo un attore decisamente più potente degli altri, non trova di fronte a se un’opposizione compatta.

Come agisce la Cina in questo settore? Attraverso quelle che vengono chiamate “tattiche da zona grigia“, tramite cui sta riuscendo a trasformare gradualmente il Mar Cinese del Sud in un lago della RPC. Queste tattiche da zona grigia hanno due capisaldi: Il primo è la costruzione di isole artificiali nell’arcipelago delle Spratly, che svolgono il duplice compito di fungere da base aeronavale e da pedina nella lawfare per il controllo delle Zone Economiche Esclusive; il secondo è l’uso della “milizia marittima” in vece della Marina dell’Esercito di Liberazione Popolare.

La linea dei 9 tratti

La milizia marittima è uno strumento (ora spiegheremo meglio come è composto) che permette di agire al di sotto delle linee rosse dei vari attori in gioco, permettendo di avanzare gli obiettivi territoriali della Cina riducendo il rischio di un’escalation (che se avvenisse potrebbe addirittura mettere la controparte dalla parte del torto) e con un velo di negabilità plausibile.
E’ suddivisibile in due corpi diversi ma complementari. L’Haishang Minbing Yuchuan è un corpo professionale – addestrato dalla marina – di pescherecci che svolgono anche il ruolo di guardia costiera e supporto logistico alle operazioni militari cinesi, equipaggiati tra le altre cose con potenti cannoni ad acqua. In più occasioni le navi dell’HMY hanno speronato pescherecci vietnamiti e filippini in acque contestate, in modo coordinato.
Vi è poi il Nansha Gugan Yuchuan, che non è un corpo paramilitare per se, ma un “consorzio” tra piccole-medie imprese ittiche locali e governo locale cinese: I pescatori ricevono importanti sovvenzioni per operare nelle zone contese, sovvenzioni che in certi casi incentivano le aziende a non svolgere neanche attività di pesca, inviando le navi con un equipaggio scheletro e lasciandole semplicemente ancorate vicino alle isole artificiali della PLAN.

In questo contesto, l’interesse statunitense di contenere la Cina si interseca con quello di paesi come le Filippine e il Vietnam di salvaguardare – o espandere – la propria zona di controllo marittimo. Ma la partnership tra gli USA e questi paesi è tutt’altro che sicura o scontata, diversamente dal caso del Giappone.

Nave della milizia navale cinese, 2009

CREPI XI JINPING VIVA IL CORPO DEI MARINES?

Particolarmente interessante in questo contesto è il ruolo del Vietnam.

Il Vietnam è la nazione dei Viet del sud (nam). I Viet del nord ora fanno parte della Cina, e un detto vietnamita dice che la storia del popolo vietnamita sia la storia di chi non è voluto essere cinese.

La recente storia del Vietnam però la conosciamo tutti, e i suoi snodi più traumatici non sono stati dovuti ai conflitti con la Cina (che pur ci sono stati) ma alla lunghissima guerra di liberazione prima contro la Francia, poi contro il Giappone (ora pietra miliare della prima catena di isole), poi nuovamente contro i francesi e in seguito contro USA e alleati del pacifico.

In questa lunga guerra, dall’invasione giapponese in poi, i comunisti cinesi hanno giocato un ruolo fondamentale per la sopravvivenza dell’esercito e delle guerriglie comuniste vietnamite, nonostante la storia ufficiale vietnamita lo ignori deliberatamente: Inizialmente fornendo basi e supporto logistico, poi, dopo la partizione del Vietnam e il ritiro francese, fornendo copertura politico/militare al Vietnam del Nord sulla falsariga di quella che era stata fornita alla Corea del Nord. Gli statunitensi temevano (o sapevano) che se avessero lanciato un’invasione terrestre del Vietnam del Nord si sarebbero dovuti scontrare non solo con il Viet Minh ma anche con l’Esercito Popolare di Liberazione cinese, motivo per cui non lo fecero mai.

Nonostante il legame storico, politico e militare tra i due partiti al governo sia molto forte, però, le relazioni iniziano rapidamente a deteriorarsi in parallelo alla rottura sino-sovietica (iniziata nel 1969) e all’alleanza de facto sino-americana. In questo frangente il Vietnam entra a far parte del campo sovietico, dando il via ad una battaglia per l’influenza sul resto dell’ex indocina francese, dove il Patet Lao è legato a doppio filo con il Vietnam e il Khmer Rouge invece con la Cina.

Quando il Vietnam riesce a rovesciare militarmente il regime di Pol Pot nel 1979, la Cina lancia un’azione punitiva dal nome di “guerra di autodifesa contro il Vietnam“, che si conclude in un nulla di fatto, non riuscendo le forze cinesi ad avanzare.
In Cambogia però continua una guerra per procura, che vede Raegan, Tatcher e Mao sostenere la guerriglia del Khmer Rouge di Pol Pot per tutti gli anni ’80, fino ad una risoluzione pacifica nel 1991.

Ora, non esistendo più l’Unione Sovietica e trovandosi di fronte ad una Cina sempre più ambiziosa in Indocina e nel Mar Cinese del Sud, il Vietnam è portato a cercare sponde nell’ex nemico giurato statunitense. Come al solito è la geopolitica ad orientare le relazioni internazionali.
In ambienti militari USA si parla addirittura di aprire una base navale nel paese, ma – salvo gravi crisi tra Vietnam e Cina – questo potrebbe essere un obiettivo irrealistico: Il Vietnam non può permettersi, per ora almeno, di essere un paese ostile alla Cina. Alla Cina che controlla la foce del fiume Mekong, vitale per il sostentamento di tutta l’Indocina, alla Cina i cui componenti sono fondamentali per le nascenti industrie vietnamite, il cui sviluppo può essere pesantemente condizionato da Pechino.

Il Vietnam è dotato anch’esso di una milizia navale che opera nelle aree contestate del Mar Cinese del Sud, ed è ancora strettamente legato al Laos, ma in Cambogia l’influenza cinese non ha rivali e si vede: E’ di questi giorni la notizia della costruzione di una base navale cinese nel Golfo di Thailandia, la seconda base ufficiale della PLAN all’estero, dopo quella di Djibouti.

Trump insieme al presidente vietnamita Nguyen Trong, davanti ad una statua di Ho Chi Minh, Hanoi, 2018

IL RITORNO DI MARCOS

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Per quanto riguarda l’altro paese al centro delle dispute marittime nel Mar Cinese del Sud – le Filippine – si può fare un discorso quasi speculare rispetto a quello vietnamita.

Le Filippine sono sin dalla loro indipendenza strettamente legate all’ex padrone coloniale – gli USA – che le hanno integrate nel loro sistema economico e le hanno difese (poi, non riuscendoci, liberate) dal Giappone durante la seconda guerra mondiale.

L’ascesa cinese da una parte porta a rinforzare questo legame – la Cina ha di fatto annesso un’isola delle Filippine nel 2012, il Banco di Scarborough – ma dall’altra lo mette in discussione. La potenza economica cinese in Asia, e la sua prossimità con le Filippine, porta a non volere – o potere – antagonizzarla più di tanto. Il nuovo duo presidenziale, formato da “BongBong” Marcos, figlio dell’autoritario ex presidente, e dalla figlia dell’ex presidente Duterte, in campagna elettorale è stato molto chiaro sulla necessità di dover mantenere un buon rapporto con la Cina.

Il problema per gli USA è che, se il Vietnam rappresenta una “piacevole sorpresa” e un potenziale alleato, le Filippine sono invece un attuale alleato su cui è imperniata tutta la strategia americana nel Mar Cinese del Sud, un alleato di cui non si può fare a meno e da cui non ci si possono permettere titubanze.

Ogni volta che si sente parlare, o si legge, un militare americano riguardo la strategia nel pacifico, le Filippine non mancano mai. In una guerra – limitata o estesa – con la Cina le basi americane più avanzate sarebbero quasi sicuramente nell’arcipelago delle Filippine. Il corpo dei marines si sta attrezzando per operare al meglio in questo scenario, per condurre operazioni anfibie in questo territorio.
E’ quindi comprensibile il nervosismo di Washington ogniqualvolta la Cina espande la sua influenza, anche solo dal punto di vista commerciale e politico – nelle apparentemente insignificanti Isole Salomone – nella regione: Se anche le Filippine vengono integrate in un sistema economico, portuale, marittimo e quindi politico cinese nel sud-est asiatico, la posizione strategica americana peggiora sensibilmente.

Con conseguenze che vanno dalla difesa di Taiwan al controllo sulle rotte commerciali.

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