Lo Zar nella steppa

Nell’anno 1999, nel settimo mese, dal cielo verrà il grande Re del Terrore, che riporterà in vita il grande Re dei Mongoli

Nostradamus

Quando Putin divenne Primo Ministro della Federazione Russa nell’agosto del 1999, l’Asia Centrale – la regione post-sovietica in cui la Russia era riuscita a ritenere un’influenza maggiore – era in procinto di conoscere un’importante presenza americana prima – e cinese poi – destinata a cambiarne gli equilibri.

Putin – nei 20 e passa anni successivi – non è diventato il “grande Re dei Mongoli”, ma tramite una politica abile e di ampio respiro è riuscito a costruire uno status quo stabile e piuttosto proficuo, in un’ampia regione posta sotto il “ventre molle” della Russia, sede di competizione sia tra potenze straniere, che tra potenze regionali autoctone.

Peacekeeper russi in Kazakistan nell'ambito della missione CSTO, inizio 2022
Peacekeeper russi in Kazakistan nell’ambito della missione CSTO, inizio 2022

L’ASIA CENTRALE, UN QUADRO GENERALE

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Si possono dare diverse definizioni di “asia centrale”, ma per quanto riguarda un’analisi dell’influenza russa è opportuno focalizzarsi sull’asia centrale sovietica. Dell’asia centrale sovietica facevano parte il Kazakistan, il Kyrgyzstan, il Tajikistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan. Questi paesi – nati come repubbliche socialiste in seno all’URSS – discendono dai “khanati” conquistati dall’Impero Russo nella seconda metà del diciannovesimo secolo, a loro volta discendenti dall’impero mongolo. Sono abitati da popolazioni di stirpe turca – eccezion fatta per i tajiki, di stirpe persiana – e religione prevalentemente musulmana.

La penetrazione russa nella regione si fermò a cavallo tra il dicannovesimo e il ventesimo secolo alle porte dell’Afghanistan – per mano britannica – nell’ambito di quello che è noto ancora oggi come “il grande gioco” che infine diede vita all’intesa anglo-russa, perno dell’architettura europea antecedente la prima guerra mondiale. L’Afghanistan entrò per un breve periodo a far parte della sfera d’influenza sovietica, dalla presa del potere del PDPA nel 1973 fino alla dissoluzione dell’Unione, passando però per un’infruttuosa e dispendiosa occupazione a partire dal 1979, iniziata dopo una lotta intestina tra fazioni rivali del PDPA; resa ancor più preoccupante per l’URSS dal supporto dell’amministrazione Carter ad elementi islamisti anti-sovietici, precedente all’invasione (come confessò il consigliere di sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski dopo la guerra fredda).

Dopo la dissoluzione dell’Unione – come in quasi tutti gli stati post-sovietici – nei paesi centroasiatici rimasero al potere i vecchi segretari comunisti.

Gli stati che disponevano di materie prime, nella fattispecie Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan, riuscirono a rimanere tutto sommato stabili tramite un sistema di sviluppo “centralizzato” e autoritario; retto da un consenso più di stampo tribale che di stampo democratico come inteso da europei e angloamericani. Tajikistan e Kyrgyzstan ebbero da subito una storia più complicata, segnata da una sanguinosa guerra civile – nel primo caso – e da più di una rivoluzione nel secondo caso.

E’ per questo complicato parlare generalmente dell’Asia Centrale. Per analizzare l’influenza e la condotta russe nella regione, bisogna quantomeno separare i paesi in gruppi distinti.

ISOLAZIONISMO TURKMENO

Una menzione a parte va fatta per il Turkmenistan.

Il Turkmenistan è governato – al momento della sua indipendenza – da Saparmurat Niyazov; anche detto turkmenbashi, padre dei turkmeni. Dopo la sua morte assume il potere il successore designato – Gurbanguly Berdimuhamedow – che ha nel 2022 passato il testimone al figlio Sardar.

Il turkmenistan è stato governato in modo estremamente isolazionista ed autoritario, con un bizzarro culto della personalità a corredo. Nonostante questo – o forse proprio a causa di questo – è rimasto fino ad ora il paese più stabile della regione.

La sua politica estera si basa su due pilastri: La neutralità – infatti la neutralità permanente del Turkmenistan è riconosciuta dall’ONU, e il paese non partecipa a nessuna organizzazione regionale – e le esportazioni di idrocarburi.

L’indipendenza del paese è garantita dal fatto che le esportazioni si muovano – e si possano rimodellare a piacimento – su tre direttrici: La Russia, che vuole importare gas a basso prezzo ad uso interno, l’UE, attraverso il gasdotto americano Baku-Tblisi-Cheyan e la Cina, ad oggi il maggiore importatore. La sua sicurezza è garantita da una neutralità armata – il Turkmenistan possiede la seconda flotta del mar Caspio, dopo la Russia, con cui in questo teatro ci sono anche state tensioni – e da una politica pragmatica nei confronti dei talebani (che vedremo, rappresentano un fattore destabilizzante per tutta la regione) a partire dalla fine degli anni ’90.

Gurbanguly Berdimuhamedow e Vladimir Putin, con un cane regalato a quest'ultimo dall'ex Presidente turkmeno
Gurbanguly Berdimuhamedow e Vladimir Putin, con un cane regalato a quest’ultimo dall’ex Presidente turkmeno

L’11 SETTEMBRE E LA PENETRAZIONE AMERICANA

Consigli di lettura

Quando gli USA decisero di invadere l’Afghanistan per – inizialmente – eradicare Al-Qaeda, trovarono subito un appoggio nei paesi centroasiatici e finanche nella Russia.

Questo appoggio si tradusse da subito nella creazione di due grosse basi militari: Kharsi-Khanabad in Uzbekistan (K2) e Manas in Kyrgyzstan. La penetrazione militare americana nella regione non fu osteggiata – e anzi fu appoggiata – dalla Russia; piuttosto favorevole al fatto che la potenza militare americana venisse usata per rovesciare un regime dal potenziale altamente destabilizzante, in una regione dove un islamismo radicale sopito rischiava di dare vita ad un effetto contagio. Eravamo nel periodo di maggiore distensione tra USA e Russia.
La preoccupazione per l’islamismo radicale era condivisa dai regimi centroasiatici. Specialmente in un momento in cui la potenza militare russa si mostrava decisamente fragile.

Come sappiamo però, il deterioramento delle relazioni Russia-USA va di pari passo con la ricostruzione dello strumento militare russo e – cosa ancora più importante in questa regione – con la crescita della competizione sino-americana. L’orientamento russo – e anche quello di alcuni paesi centroasiatici – cambierà definitivamente nel 2004/2005.

Nel 2004 – quasi in parallelo con l’allargamento della NATO ai paesi baltici – avvengono rivoluzioni colorate in Georgia e in Ucraina (quest’ultima “retrocederà” nel 2010, con la vittoria di Yanukovich alle elezioni), avvenimenti che la Russia percepisce come delle operazioni occidentali di “cambio di regime” a suo danno.

Nel 2005, sembra che questa “ondata” arrivi anche in Asia Centrale. A marzo scoppia una rivoluzione in Kyrgyzstan. Come normale che sia, gli USA cercano di sfruttare la situazione per guadagnare influenza nel paese sostenendo l’opposizione con i soliti strumenti delle rivoluzioni colorate (USAID, National Endowment for Democracy, Radio Liberty – Voice of America, ONG) ma la rivoluzione non assume – come in Ucraina e Georgia – un carattere antirusso, e l’influenza americana nel paese rimane del tutto marginale, come ebbe a dire la stessa Fiona Hill, consigliere di Bush ai tempi. Il nuovo regime kyrgyzo – infatti – si dimostrerà perfettamente integrato nel sistema d’influenza russo-cinese che si creerà negli anni successivi, e la Russia non reagirà in modo ostile.

Gli eventi kyrgyzi, comunque, contribuiscono a creare diffidenza verso gli USA da parte dei regimi centroasiatici – con cui fino a quel momento avevano collaborato – e a dar vita a quella che sarà la loro espulsione dalla regione, sostenuta da Russia e Cina.

A maggio 2005, un gruppo di radicali islamici armati irrompe nel carcere uzbeko di Andijon, liberando dei prigionieri politici. In seguito a questo evento si raduna una manifestazione pacifica contro il governo, che viene ritenuta dal Presidente Islam Karimov parte dell’insurrezione armata, e repressa nel sangue.

Andijon segna una rottura delle relazioni tra USA – che criticano il governo uzbeko e chiedono una missione internazionale di verifica – e Uzbekistan; rottura che viene sfruttata da Russia e Cina. La prima sostiene il governo uzbeko, la seconda, tramite un’iniziativa della Shangai Cooperation Organization (SCO) chiede formalmente il ritiro americano dalla regione.

A novembre, gli USA vengono espulsi dalla base di Kharsi-Khanabad, e ad inizio 2006 l’Uzbekistan rientra (ne era uscito nel 1999) nella Collective Security Treaty Organization (CSTO), la NATO eurasiatica a cui la Russia e il Kazakistan hanno dato un nuovo impulso vitale con la presidenza di Vladimir Putin.

Nel 2014 il Kyrgyzstan revoca il contratto americano sulla base di Manas, mettendo fine all’influenza statunitense guadagnata dopo il 2001 e probabilmente contribuendo ad alzare i costi economici e logistici dell’occupazione afghana (già complicati dai vari momenti di tensione con il Pakistan) che finirà 7 anni dopo.

Team armato della CIA alla base K2 in Uzbekistan, 2001
Team armato della CIA alla base K2 in Uzbekistan, 2001

ORGANIZZAZIONI SOVRANAZIONALI E COMPETIZIONE UZBEKISTAN-KAZAKISTAN

In Asia Centrale ad oggi sono presenti 3 organizzazioni sovranazionali che in parte si sovrappongono. La “meno integrata” è la SCO, di cui fanno parte Cina, Russia, tutti i paesi centroasiatici meno il Turkmenistan, India, Pakistan e di cui è recentemente entrato a far parte a pieno titolo l’Iran, durante il fondamentale Summit di Samarcanda. Si tratta di un’organizzazione che funge prevalentemente da forum per costruire intese bilaterali su temi economici e di sicurezza, e che ultimamente ha preso un nuovo vigore: Trattandosi di una sorta di veicolo – a guida, ma non egemonia – cinese per scalzare l’influenza angloamericana in Eurasia, nel suo alveo sono stati forgiati trattati di scambio in valute locali, e accordi di integrazione ferroviaria ed energetica.

La seconda è il CSTO, composto da Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Tajikistan e Kyrgyzstan, ed è un’organizzazione prettamente militare, costruita in modo simile alla NATO. E’ dotata di una forza di risposta rapida e di una task force congiunta; la sua prima missione ufficiale è stata la messa in sicurezza di alcuni siti strategici del Kazakistan (non sembra ci siano stati combattimenti) durante l’insurrezione avvenuta nel paese a gennaio 2022, identificando come – al netto delle influenze straniere che sempre ci sono – non si trattasse di una rivoluzione colorata, bensì di una rivolta prevalentemente sociale, sfruttata dal Presidente Tokayev per “purgare” Nursultan Nazarbayev, il padre fondatore della nazione.

La terza – la più integrata – è l’Unione Economica Eurasiatica – sul modello della Comunità Europea di una volta – che comprende gli stessi paesi del CSTO meno il Tajikistan.

Queste organizzazioni – soprattutto le ultime due – vengono spesso descritte in modo caricaturale come strumenti di una presunta egemonia russa sulla regione.

Ora, non solo la Russia non ha i mezzi per esercitare nessuna egemonia sulla regione ma, l’idea che queste organizzazioni siano state forgiate dal Cremlino – come mezzo per sussumere gli stati centroasiatici persi con il collasso dell’URSS – diventa tanto più sbagliata quanto più si nota il fatto che – l’integrazione eurasiatica – sia nata in realtà come un progetto kazako, che la Russia ha inizialmente ignorato con Eltsin e solo dopo sostenuto con Putin.

E’ evidente che la Russia faccia la “parte del leone” – soprattutto dal punto di vista militare nel CSTO – ma le due organizzazioni vengono usate dal Kazakistan nell’ambito di una politica estera multi-vettoriale, mentre vengono snobbate dall’Uzbekistan che – con la sua potenza demografica e militare – unita ad una diaspora dalle tendenze irredentiste, ha ambizioni regionali in contrasto con quelle di Astana, che persegue bilanciandosi tra Mosca, Pechino e Washington.

Pertanto non ci si deve sorprendere se un membro senior dell’amministrazione presidenziale kazaka, in un intervista ad Euractiv ha recentemente dichiarato, riguardo alle sanzioni per la guerra in Ucraina:

La ragione principale è la nostra volontà di venire qui, dal nostro principale partner commerciale e uno dei nostri principali partner di investimento, per discutere apertamente la situazione e dire che sì, continueremo a commerciare con la Russia. Continueremo a investire in Russia e ad attrarre investimenti dalla Russia: non c’è modo per la nostra economia di fare diversamente. Ma faremo del nostro meglio per controllare le merci sanzionate. Faremo del nostro meglio per controllare qualsiasi investimento da parte di una persona o entità sanzionata in Kazakistan, e questo è qualcosa che volevamo trasmettere agli europei apertamente. Per dimostrare che abbiamo un sistema in atto, e il sistema è qui, purtroppo, per rimanere per un lungo periodo.
Pertanto, deve essere un sistema, non un insieme di misure. Questo richiederà dei cambiamenti nella legislazione, ed è quello che faremo.”

La politica estera di Kazakistan e Uzbekistan è multi-vettoriale. Il primo è fortemente integrato con la Russia a livello economico e militare ma vede nell’UE il suo principale partner commerciale, ed è disposto anche a non dare il suo pieno appoggio a Mosca per non intaccare questa relazione (e permettere alle aziende UE che vogliono commerciare “silenziosamente” con la Russia di stanziarsi sul suo pianerottolo, anche se questo non viene detto). Il secondo – nel 2015 – conclude simultaneamente un accordo con gli USA per la fornitura di veicoli da combattimento, e uno con la Russia per la cooperazione militare contro il terrorismo, nonostante sia uscito nuovamente dal CSTO nel 2012.

Una mappa che mostra la sovrapposizione delle organizzazioni sovranazionali in Asia Centrale: SCO, CSTO ed UEE
Una mappa che mostra la sovrapposizione delle organizzazioni sovranazionali in Asia Centrale: SCO, CSTO ed UEE

HARD POWER: KYRGYZSTAN E TAJIKISTAN

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Se il rapporto tra Russia, Kazakistan e Uzbekistan è vicino ad essere un rapporto tra pari, quello tra Russia, Kyrgyzstan e Tajikistan si avvicina più ad un rapporto di tipo clientelare.

I due paesi sono piccoli, poveri, instabili; in questo contesto si è inserita la Russia sia economicamente che militarmente.

In questi due paesi la Russia mantiene diverse installazioni militari: La base di Kant – in Kyrgyzstan vicino al confine kazako – ad esempio, o la 201esima base militare in Tajikistan – vicino al confine afghano – la più grande base russa all’estero. Da queste basi – viste con favore dagli stati ospitanti nell’ottica di frenare le influenze destabilizzanti provenienti da Afghanistan e Uzbekistan – la Russia è in grado di proiettare la sua forza militare nella regione.

Fu in grado di farlo anche durante i caotici anni ’90 quando – durante la guerra civile tajika – le sue truppe protessero il personale diplomatico americano su richiesta ufficiale statunitense, unico caso in cui qualcosa di simile sia mai successo. La Russia controlla militarmente gran parte del confine tra il Tajikistan e l’Afghanistan, e in occasione della presa del potere dei talebani ha partecipato ad esercitazioni militari congiunte volte alla deterrenza.

Anche la Cina naturalmente estende la sua influenza in questi paesi.
Influenza che di recente – oltreché economica – è anche divenuta militare, con un base in Tajikistan posizionata a guardia del “corridoio di Wakhan”, una sottile strada che congiunge l’Afghanistan talebano con la regione cinese dello Xinjiang, dove la popolazione autoctona musulmana è posta sotto strettissima sorveglianza da Pechino, dopo un’ondata di terrorismo all’inizio degli anni ‘2000. Per la Cina è fondamentale che questa regione sia stabile e governata da regimi non ostili, in quanto snodo cruciale della sua moderna “via della seta“.

Per l’appunto, ancor di più dopo il ritiro americano dall’Asia Centrale prima e dall’Afghanistan poi, Russia e Cina stanno cercando – e per ora trovando – un modus vivendi che permetta ad entrambe di perseguire i propri obiettivi nella regione, che talvolta coincidono, senza pestarsi troppo i piedi. Per questo la Cina ha ampiamente supportato, forgiando quella che possiamo definire “Dottrina Yi-Lavrov”, l’operazione del CSTO in Kazakistan. Per questo la Russia non ha obiettato ad una presenza militare cinese in Tajikistan.

Questo “ordine” è destinato a durare fintanto che le due potenze sentiranno di dover collaborare in funzione antiamericana. Se questo fattore dovesse venire meno, si riaprirebbe verosimilmente una competizione più serrata tra le due e, l’Afghanistan talebano – che adesso è stato appena accreditato diplomaticamente a Mosca – potrebbe diventare nuovamente un problema per la Russia e i suoi alleati centroasiatici, così come il Pakistan – alleato in modo sempre più stretto con la Cina – che nel paese esercita un’influenza fondamentale.

Una mappa che mostra le principali basi militari straniere in Asia Centrale
Una mappa che mostra le principali basi militari straniere in Asia Centrale

CONCLUSIONE

La regione centroasiatica è di fondamentale importanza per Mosca, sia a livello economico – come mercato di riferimento e terreno dove le compagnie energetiche russe possono mettere a frutto le proprie competenze tecniche – che a livello militare, in quanto regione dove si possono trovare alleati importanti – e che non può essere ostile vista la sua posizione su un lungo (e poco difeso) tratto di confine russo – che a livello politico, a causa della sua contiguità con regioni russe abitate da popolazioni demograficamente affini, che potrebbero essere “contagiate” dal radicalismo islamico o da altre influenze destabilizzanti.

La Russia è riuscita a recuperare alcune delle posizioni “perse” dopo l’intervento americano in Afghanistan, ma è lungi dall’essere l’egemone di una regione dove sia la Cina che l’Unione Europea hanno una presenza economica fondamentale. Dove sono presenti medie potenze e stati neutrali intenzionati a portare avanti una politica estera indipendente, che si congiunge con quella russa solo in circostanze di mutuo beneficio.

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