Dalla no fly zone all’olocausto nucleare

E’ dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina che il Presidente Zelensky chiede l’istituzione di una no fly zone sul paese. Questa prospettiva è stata fin’ora è stata negata dalla NATO, ma alcuni segnali portano alla necessità di fare un’analisi, per quanto possa essere imprevedibile uno scenario del genere, di quello che potrebbe succedere.

Negli ultimi giorni abbiamo visto una richiesta ufficiale da parte dell’Estonia di istituire una no fly zone sull’Ucraina, una circolare ufficiale dell’esercito italiano che prevede misure per l’aumento della prontezza al combattimento delle truppe e una proposta da parte del premier polacco di inviare truppe NATO nel paese. Per non parlare delle dichiarazioni di Ursula Von Der Leyen a favore di un’entrata dell’Ucraina nell’UE che, ricordiamolo, è anche un’alleanza militare nucleare.
Anche prendendo in considerazione solo uno scenario di intervento aereo e non terrestre, la probabilità – seppur minima – di un confronto militare tra NATO e Russia esiste. Questo confronto militare convenzionale potrebbe poi diventare anche nucleare.

Se la NATO decidesse di stabilire una NFZ sull’Ucraina, naturalmente lo farebbe nella convinzione che le ostilità rimarrebbero limitate e circoscritte alla zona delle operazioni, senza sfociare in una guerra totale. Ora cercheremo di spiegare tutto quello che potrebbe andare storto, evidenziando diversi modi in cui le cose potrebbero degenerare. Percorreremo alcuni “bivi” e “trivi” che da un intervento aereo limitato potrebbero portare al massimo grado di scontro: Quello nucleare totale.

Test nucleare statunitense da 15mt nell’Atollo Bikini, 1954

NO FLY ZONE

Scatta l’ora X. La NATO dichiara l’inizio di un’operazione di enforcement di una NFZ su tutto il territorio ucraino, dando 24 ore di tempo alla Russia per rititrare ogni sua forza aerea dal paese: Arriviamo subito al primo bivio.

Come ha segnalato Michael Kofman nel podcast di “War on the Rocks” che ho linkato sul canale telegram, le forze aereospaziali russe operano già, in gran parte, da territorio russo e bielorusso: I missili balistici e da crociera partono dal territorio russo o dal Mar Nero, i missili aria-terra il più delle volte vengono lanciati dallo spazio aereo russo. La Russia non perderebbe quindi tutte le sue capacità di “attacco dall’alto” se decidesse di restare fuori dallo spazio aereo ucraino, e pertanto potrebbe accettare suo malgrado l’ultimatum NATO, proseguendo comunque le operazioni.

Perderebbe però la possibilità di usare elicotteri e aerei in funzione CAS (close air support) per le sue operazioni terrestri; ciò le renderebbe più dispendiose e, se l’operazione militare speciale dovesse entrare davvero in difficoltà, a causa di problemi logistici e magari anche a causa di nuove forniture di armi più avanzate alle FAU, la Russia potrebbe trovarsi costretta a violare la NFZ, anche in modo “limitato”.

Se lo spazio aereo ucraino diventasse conteso tra Russia e NATO, il rischio di escalation si alzerebbe drammaticamente.

E’ ragionevole pensare che, in tal caso, le basi aeree di entrambi gli schieramenti sui rispettivi territori, in Russia e in Bielorussia – come in Polonia e in Slovacchia – diventerebbero obiettivi militari a tutti gli effetti. Non solo: La difesa aerea russa, da territorio russo o bielorusso, anche su iniziative di singoli ufficiali, potrebbe decidere di colpire i caccia della NATO in Ucraina, che a loro volta si troverebbero nella condizione di decidere se subire un costante attrito senza poter rispondere, o se attaccare il territorio dello Stato d’Unione.

GUERRA CIRCOSCRITTA NELLO SPAZIO E NEGLI OBIETTIVI

Consigli di lettura

Se Russia e NATO alzassero il livello dello scontro ad una battaglia aria-aria e terra-aria nell’est Europa, si presenterebbe probabilmente lo scenario seguente.

La NATO avrebbe senza dubbio il coltello dalla parte del manico, e si presenterebbero le condizioni per un ribaltamento dello scontro a terra in Ucraina. I caccia e i sistemi missilistici convenzionali a medio raggio russi sarebbero impegnati e colpiti dalle forze aeree della NATO, e quindi non più in grado di colpire obiettivi terrestri ucraini con efficacia. Le FAU e i battaglioni territoriali sarebbero in grado di mobilitarsi, spostarsi e combattere con molta più tranquillità, rendendo un’avanzata terrestre russa sempre più improbabile. Con il tempo, potrebbero anche iniziare a contrattaccare con convinzione.

Inoltre, inevitabilmente i caccia della NATO arriverebbero ad attaccare concentrazioni di truppe russe in Ucraina, dotate di batterie antiaeree e MANPAD, fornendo quindi un supporto aereo indiretto alle FAU.
A questo punto, diventerebbe sempre più proibitiva una soluzione diplomatica, perché – anche prendendo in considerazione uno scenario in cui Putin fosse disposto a tornare allo status quo ante il 2022, o addirittura ad abbandonare il Donbass – le FAU sarebbero determinate a riprendere la Crimea, che la Russia considera suo territorio a tutti gli effetti, con la NATO che poco potrebbe fare per convincerle altrimenti.

Non è neanche impossibile che un secondo fronte terrestre possa essere aperto in Bielorussia, con insorti armati e supportati dalla NATO e dalle FAU

2 eurofighter italiani e 1 Mig-29 polacco pattugliano i cieli della Lituania, 2015

DOTTRINE NUCLEARI

E’ ora necessario fare una premessa sulle dottrine nucleari della Russia e dei paesi NATO.

Né Russia, né USA, Francia o Regno Unito hanno una “No first use policy”. Secondo la loro dottrina ufficiale, tutti questi paesi, prevedono la possibilità di usare per primi le armi nucleari in un conflitto. Ci sono però delle differenze su come questi paesi intendono usarle.

Russia e USA, che vantano arsenali nucleari di un ordine di misura più grandi rispetto a quelli degli altri paesi, applicano una dottrina “counterforce” per quanto riguarda le armi nucleari strategiche, questo significa che – soprattutto nel caso di first strike – contro un’altra potenza nucleare questi paesi userebbero il proprio strumento nucleare per colpire quello dell’avversario e cercare di neutralizzarlo il più possibile.

Diverso è il discorso per UK e Francia che – come le restanti potenze nucleari mondiali – mantengono un deterrente minimo. La loro dottrina nucleare strategica, dichiaratamente, è invece una dottrina “countervalue“. “Countervalue” significa infliggere il massimo danno possibile all’avversario, nella fattispecie colpendo la leadership politica, le città e le zone industriali.

Vi è poi la distinzione tra armi nucleari strategiche – quelle di cui abbiamo appena parlato – e tattiche. Le armi nucleari tattiche vengono usate all’interno di un teatro operativo circoscritto, contro le formazioni e le basi militari nemiche, e sono tendenzialmente meno potenti. Rappresentano teoricamente un gradino inferiore dell’escalation rispetto ad una guerra nucleare strategica, anche se gli strateghi militari hanno più volte dubitato della possibilità che un conflitto nucleare tattico, tra potenze dotate di armi strategiche, rimanga tale.

La Russia in particolare nella sua dottrina prevede la possibilità di un “primo colpo” – tattico o strategico – nel caso in cui i suoi interessi vitali vengano minacciati. Un altro concetto rilevante è quello di “escalate to de-escalate“, ovvero la convinzione che un primo colpo counterforce possa convincere (o meglio, costringere) la NATO a sedersi al tavolo delle trattative per evitare che la guerra nucleare si sposti verso obiettivi civili.

Dal canto loro, gli USA abbandonano progressivamente la dottrina della “mutually assured destruction” dalla fine degli anni ’70, con la convinzione di poter arrivare al punto di vincere una guerra nucleare: Nella fattispecie, con un primo colpo counterforce e la neutralizzazione di gran parte del secondo colpo avversario tramite ABM (anti balistic missiles).

Il progetto dello “scudo spaziale” di Raegan, l’uscita unilaterale degli USA dal trattato ABM nel 2002 – che limitava il numero di batterie antimissile, con l’intenzione di garantire che una guerra nucleare portasse sicuramente danni inaccettabili ad entrambi gli schieramenti – e il dispiegamento di batterie anti-missile in Romania e Polonia (l’ultima quest’anno, a 100km dal confine russo) vanno in questa direzione.

ICBM russo “Topol” montato su ruote. Spesso in movimento per non renderne possibile la neutralizzazione con un primo colpo

ESCALATION NUCLEARE

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Tornando al nostro scenario – si spera – ipotetico, la Russia si trova ora in una situazione precaria e con poche vie d’uscita, la possibilità di una guerra nucleare si alza a dismisura. Ci sono, a mio modo di vedere, 3 cose che potrebbero succedere con una Russia esistenzialmente minacciata via terra in questo modo e non intenzionata ad arrendersi.

Il primo scenario è quello più limitato: La Russia decide di usare armi nucleari tattiche contro l’esercito ucraino. Causando in ogni caso incalcolabili vittime civili, le FAR riescono a sbloccare la situazione sul terreno ed iniziano ad avanzare rapidamente in un’Ucraina orientale ormai diventata una wasteland. A questo punto, posto che truppe NATO non siano già coinvolte nei combattimenti a terra e non vengano colpite, si potrebbe arrivare ad una fine del conflitto, con una resa di fatto dell’Ucraina.

Il secondo scenario, molto improbabile giunti a questo punto, è quello di un first strike counterforce di una delle due parti che metta fine alla guerra, un successo dell’escalate to de-escalate.

Arriviamo al terzo scenario – quello della guerra nucleare totale, contro obiettivi civili, l’incubo così presente durante la guerra fredda e forse dimenticato oggi – sottolineando nuovamente quanto sia improbabile che ci si fermi a un primo colpo di natura counterforce.

Se fossero gli USA ad effettuarlo, la Russia si troverebbe completamente impotente dal punto di vista convenzionale contro un’offensiva terrestre, una minaccia esistenziale che la porterebbe quasi sicuramente ad effettuare un secondo colpo countervalue con la massima potenza possibile, per poi provare a combattere sulle macerie. “Brocken-backed“, così descrivevano questo scenario le dottrine militari della guerra fredda.

Se invece fosse la Russia a colpire per prima con armi nucleari strategiche, si porrebbe l’ulteriore problema delle dottrine nucleari di Francia e Regno Unito, che prevedono solo una risposta contro obiettivi civili e politici.

Il tutto, senza considerare che in realtà la distinzione tra counterforce e countervalue non è poi così netta. Certo, bersagliare un silos nucleare o una base aerea non è la stessa cosa che bersagliare il centro di una megalopoli come Miami o Mosca, ma le basi che contengono armi nucleari, o il “comando e controllo” delle rispettive forze armate, si trovano spesso vicino ad obiettivi civili.

In realtà anche i centri di decisione politica, si potrebbe sostenere, sono parte del sistema di comando e controllo delle armi nucleari.

Utilizzando la “NukeMap” di Alex Wallerstein possiamo notare che se venissero colpite le basi italiane di Ghedi e Aviano – dove sono presenti testate nucleari americane – con testate strategiche russe da 800kt in funzione counterforce, verrebbero ampiamente colpite e danneggiate Brescia e la periferia di Pordenone.

Simulazione di un attacco nucleare strategico su Ghedi, che ignora inoltre gli effetti del “fallout” radioattivo

CONCLUSIONE

E’ opportuno ricordare che quelli descritti sopra sono scenari improbabili ed ipotetici, e non è quindi necessario, al momento, preoccuparsi eccessivamente.

Anche in caso di intervento NATO in Ucraina, possibilità già di per se remota, esistono molti scenari in cui non verrebbero usate armi nucleari – alcuni descritti sopra altri no – ma di certo la possibilità non si può ignorare.

Forse, come peraltro sottolineano interventi di generali ed ex-generali che si possono leggere in questi giorni, la guerra tra potenze nucleari in un paese a pochi minuti di volo da Mosca, Minsk, Varsavia e Bucarest è un gioco in cui l’unica mossa vincente è non giocare.

5 pensieri riguardo “Dalla no fly zone all’olocausto nucleare

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