Georgia 2008: I carri di agosto

In un periodo di così grande interesse per la Russia e lo spazio post-sovietico, causato dall’invasione dell’Ucraina, è opportuno ricordare quello che è stato un’importante spartiacque per le relazioni Russia-NATO: La guerra russo-georgiana del 2008.

E’ un conflitto a cui si fa spesso riferimento, anche su questo blog, ma che non avevamo ancora approfondito.

I paralleli con il conflitto ucraino, tra l’altro, si sprecano, e può essere utile per spiegare quel punto fisso della politica estera russa ormai noto a tutti: Allontanare la NATO dal proprio territorio.

Truppe russe entrano in Georgia, 2008

GUERRA CIVILE (1991-1993)

La Georgia, come tutto il resto del caucaso post-sovietico, con la fine dell’URSS sprofonda immediatamente nella violenza. Il pugno di ferro di Mosca e la fratellanza tra i popoli sovietici lasciano spazio molto velocemente a nazionalismi sopiti nelle popolazioni, elite locali in cerca di potere e vecchie inimicizie.
Nel periodo 1991-1993 la piccola Georgia è in preda a 4 conflitti separati, quasi da fare invidia alla Yugoslavia: Una guerra civile per il potere a Tblisi, due guerre tra i separatisti di Abkhazia, Ossezia del Sud e il governo centrale; un colpo di mano del presidente dell’Adjaria, che tramite la sua milizia personale chiude i confini della regione a entrambi gli schieramenti della guerra civile, assumendo di fatto il controllo totale. Questi conflitti si risolsero come segue.

A Tblisi, il potere fu preso da Eduard Shevarnadze, un ex ministro degli esteri sovietico, sostenuto da truppe russe durante la guerra civile. L’Adjaria non dichiarò l’indipendenza ma arrivò ad un tacito accordo per un’atonomia di fatto rispetto al governo centrale. L’Abkhazia (che a sua volta era stata sostenuta da truppe russe e volontari caucasici) firma un cessate il fuoco con il nuovo governo di Shevarnadze, mediato da Mosca, che invierà un contingente nella regione come parte degli accordi. Per l’Ossezia del Sud, invece, si trova un accordo simile ma diverso in un importante dettaglio: La forza di peacekeeping è multinazionale: Principalmente formata da russi, georgiani e forze locali leali al governo separatista di Tskhinvali. Una commistione che diventerà rilevante dopo.

SHEVARNADZE E LA “RIVOLUZIONE DELLE ROSE” (1993-2003)

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Il decennio di Shevarnadze che, ripetiamo, è stato anch’esso supportato dalla Russia, insieme ai separatisti, durante la guerra civile, dal punto di vista militare e geopolitico è segnato da una buona stabilità. Tramite la mediazione russa, il governo centrale fa dei piccoli/grandi passi verso una soluzione politica dei conflitti; facilitando l’interscambio, mantenendo il cessate-il-fuoco, tenendo dei colloqui bilaterali e multilaterali costanti. I problemi non vengono risolti ma dal punto di vista militare il conflitto rimane bene o male freddo, mentre si fanno passi in avanti dal punto di vista economico e diplomatico.

Le relazioni Russia-Georgia sono piuttosto buone, al punto che nel 2002, racconta Galeotti nel suo “Russia’s war in Chechnya“, le FAR individuano e bombardano dei ribelli ceceni nella Gola di Pankisi, un’area dove il governo georgiano esercita un controllo pressoché inesistente, ma che dopo questo episodio verrà militarizzata in supporto allo sforzo bellico russo in Cecenia.

Nel 2003, però, lo scenario politico georgiano è destinato a cambiare.

Nel 2003 si tengono delle elezioni presidenziali in Georgia, che vengono ufficialmente vinte da Shevarnadze ma immediatamente contestate dall’oppositore Saakashvili, che dichiara vittoria.

Organizzazioni (della cui imparzialità si può ragionare) come l’OSCE, il Consiglio d’Europa e il parlamento europeo esprimono perplessità sulle elezioni, ma il vero casus belli per Saakashvili e i suoi sostenitori è il “conteggio parallelo” da parte dell’International Society for Fair Elections and Democracy (ISFED), un’istituto direttamente finanziato dal governo americano tramite il National Endowment for Democracy (il cui ruolo è stato preminente anche nella rivoluzione colorata in Armenia) e sul cui sito si possono vedere oggi anche numerose collaborazioni con il governo britannico, il governo olandese, l’Unione Europea. Questo conteggio parallelo assegna la vittoria a Saakashvili che mobilita i suoi sostenitori e li incita alla “resistenza pacifica”. Iniziano una serie di manifestazioni nel paese in cui ha un ruolo fondamentale l’organizzazione giovanile Kmara, a sua volta finanziata dal governo americano tramite USAID oltreché da fondazioni private occidentali come la Open Society Foundation di George Soros che, secondo un parlamentare georgiano, ha speso 42 milioni di dollari per l’operazione, e di cui alcuni “luogotenenti” locali assumeranno posti di rilievo nella politica georgiana post-Shevarnadze; come i direttori esecutivi Alexander Lomaia e David Darchiashvili, che diventeranno rispettivamente ministro dell’istruzione e segretario della commissione parlamentare per l’integrazione europea.

La rivoluzione termina con un’irruzione dei manifestanti nel parlamento durante un discorso di Shevarnadze, che fuggirà verso la sua residenza privata invocando la protezione dei servizi di sicurezza. A questo punto, come avvenuto di recente in Bolivia ad Evo Morales, i militari “sfiduciano” Shevarnadze che è quindi costretto a rassegnare le dimissioni.

Si terranno nuove “elezioni” presidenziali, in cui Saakashvili correrà da solo, prendendo il 96% dei voti.

La rivoluzione delle rose, vista dal balcone dell’ambasciata americana

LA SVOLTA DI SAAKASHVILI (2003-2007)

Il cambio di orientamento del nuovo regime per quanto riguarda le relazioni con i separatisti non tarda ad arrivare. E’ infatti un obiettivo dichiarato di Saakashvili la reintegrazione, anche militare, dei territori separatisti; e questo viene prontamente evidenziato dalla nuova politica militare georgiana. Per quanto riguarda i dettagli dottrinali e l’acquisto di armi, oltre che per l’andamento delle operazioni in seguito, mi riferirò a “Tanks of August“, una serie di paper che è il resoconto più completo del conflitto russo-georgiano, dal punto di vista militare, che sono riuscito a trovare.

L’esercito georgiano riceveva già finanziamenti da paesi NATO dagli ultimi anni della presidenza Shevarnadze, ma con l’arrivo di Saakashvili l’integrazione con l’alleanza atlantica aumenta, andando di pari passo con un enorme riarmo finanziato dal bilancio georgiano: Le spese militari georgiane dal 2003 al 2008 aumentano di quasi 30 volte.

Dal 2005 al 2007 viene elaborata e messa per iscritto la nuova dottrina militare georgiana tramite documenti come il Documento di Sicurezza Nazionale (DSN), il Documento di Individuazione delle Minacce (MIM) e la Strategia Militare Nazionale (SMN).
In questi paper viene espressamente dichiarata come obiettivo militare prioritario “l’integrità territoriale della Georgia” e vengono indicate come minacce le basi russe “su territorio georgiano” (propriamente detto e separatista). Saakashvili sta preparando una guerra per riportare le regioni separatiste sotto il controllo di Tblisi ed è pronto a scontrarsi anche con la Russia se necessario.
La Georgia persegue anche un’integrazione graduale con la NATO nell’ambito di un futuro accesso all’alleanza atlantica, tramite diversi tipi di partnership, alcune delle quali iniziate sotto Shevarnadze, che portano sia benefici che problemi all’esercito georgiano.

Come abbiamo detto sopra, le FAG ricevono armi dai paesi NATO. Inoltre, gran parte dei loro ufficiali vengono addestrati negli USA, in Germania e in Turchia. Il ministero della difesa georgiano ottiene addestramento e consulenze da parte di compagnie mercenarie statunitensi ed israeliane, come MPRI, Cubic Defense Applications, American Systems e Defense Shield. Ma per questi aiuti, naturalmente, la Georgia deve pagare un “prezzo”: La partecipazione alle missioni in Iraq, Kosovo e Afghanistan, che oltre ad essere dispendiosa, quasi a portare gli autori dei paper a sostenere che i costi siano stati maggiori del valore dei finanziamenti dalla NATO alla Georgia durante l’intero periodo, porta alla necessità di riorganizzare le FAG in modo che siano compatibili con queste missioni.

Nei documenti dottrinali sopracitati si cerca di conciliare la necessità di un esercito numericamente sostanzioso per una guerra contro i separatisti (e potenzialmente la Russia) con i requisiti delle missioni NATO, che richiedono un esercito leggero e professionale. Le FAG però traggono anche beneficio dalle operazioni NATO all’estero: Nella loro dottrina militare è espressamente menzionata la controguerriglia, ambito in cui ottengono ampia esperienza in Iraq e Afghanistan. Controguerriglia che verosimilmente non può che essere prevista in un’ottica di riconquista militare delle regioni separatiste.

SCONTRI DEL 2004 E RITIRO RUSSO

Consigli di lettura

Nel 2004, un anno dopo la presa del potere da parte di Saakashvili, una delle solite, piccole schermaglie di confine tra FAG e osseti aumentà di intensità quando la Georgia decide di inviare colonne corazzate e carri armati sulla linea di contatto, prendendo il controllo di alcune alture.

I peacekeeper russi vengono minacciati senza mezzi termini dall’esercito georgiano, che afferma di non avere remore ad usare la forza contro di loro, se interverranno.

Ora, può sembrare strano che la Georgia potesse minacciare l’esercito russo di alcunché, ma teniamo a mente alcune cose:

  • Come abbiamo evidenziato, la Georgia era in pieno riarmo e poteva contare su una buona quantità di armamenti NATO
  • Il Distretto Militare Nord Caucasico (DMNC) russo era impegnato nella seconda guerra di Cecenia. Il 2004 è l’anno dell’attacco terroristico alla scuola elementare di Beslan, che si trova proprio in Ossezia del Nord (Russia)
  • Il territorio russo era collegato all’OS solamente tramite il tunnel di Roki, e nessun contingente russo avrebbe fatto in tempo a rinforzare il piccolo – e leggermente armato – contingente di peacekeeper in OS, prima che venisse sopraffatto dalle forze georgiane. Le milizie ossete potevano contare su pochi uomini e, armate solo con qualche mortaio, avrebbero potuto fare poco per rallentare i georgiani
  • L’esercito russo del 2004 non era quello del 2022, ma neanche quello del 2008. Il DMNC era di fatto inferiore all’esercito georgiano, anche escludendo l’impegno in Cecenia.

Infatti i russi non intervengono in questo caso, e vedremo come questo episodio influenzerà l’iniziativa georgiana 4 anni dopo, ma anche la preparazione russa.

Nel frattempo, però, difficile dire se per paura di un conflitto armato con la Georgia o se per volontà di mantenere buone relazioni con essa e con la NATO, la Russia chiude volontariamente le sue due ultime basi nel paese. La prima in Adjaria, nel 2005, quando la regione torna sotto il controllo di Tblisi con un ultimatum di Saakashvili al suo “feudatario” Aslan Abashidze. La seconda nel 2007 ad Akhalkalaki, nel sud del paese.

Cecchino georgiano ingaggia milizie ossete durante gli scontri del 2004

PREPARAZIONE RUSSA

Gli episodi del 2004, nonostante il ritiro volontario dalle ultime basi georgiane, cambiano però in modo drastico la mentalità di Mosca.

Le tradizionali esercitazioni militari kavkaz nel nord del Caucaso aumentano per quanto riguarda il numero di truppe e, come è consuetudine, sono progettate sia per addestrarsi ad uno specifico scenario operativo che per, contestualmente, mandare un messaggio al plausibile avversario (che in questo caso però non lo colse). Non più improntate alla controguerriglia, ora le esercitazioni prevedono operazioni combinate, truppe aviotrasportate e anche operazioni anfibie a meno di un kilometro dal confine abkhazo.

Inoltre, complice la progressiva vittoria nella seconda guerra di Cecenia (che terminerà ufficialmente nel 2009) e il progressivo miglioramento dello strumento militare russo, le FAR rinforzano la loro base in Ossezia del Nord, insediandovi una brigata in grado di intervenire velocemente in Georgia. Si fanno preparativi anche per il trasferimento di truppe aviotrasportate dal Distretto Militare Centrale. Oltre alle esercitazioni programmate, inoltre, se ne tengono anche altre a sorpresa, per mantenere le truppe locali in uno stato costante di prontezza.

Nel 2008, in retrospettiva, è evidente che la Russia è intenzionata a difendere le regioni separatiste nel nord della Georgia, e che la sua postura strategica è decisamente cambiata.

LA GUERRA DEI 5 GIORNI

PREPARAZIONE

In questo contesto di aggressività/riarmo georgiani e risolutezza/riarmo russi si inseriscono gli eventi che porteranno alla guerra russo-georgiana, anche nota come “guerra dei 5 giorni”.

I primi incidenti avvengono in Abkhazia dove, mentre la Georgia ammassa truppe sul confine e i russi aumentano il loro contingente nella regione a 3000 uomini, vengono abbattuti 3 UAV georgiani sconfinati in territorio abkhazo.

I piani georgiani, però, riguardano la meno difesa Ossezia del Sud, e prevedono:

  • Un blitzkrieg nella regione separatista con schiacciante superiorità numerica e con mezzi corazzati che le milizie ossete difficilmente possono fermare
  • Il raggiungimento, il prima possibile, del tunnel di Roki, così da isolare i separatisti dalla Russia
  • L’installazione di un governatore ad interim in OS che verrà dichiarata reintegrata nella Georgia
  • Operazioni di controguerriglia e dispiegamento di battaglioni territoriali per il controllo del territorio, che in larga parte sarebbe stato bypassato per raggiungere il tunnel e conquistare la capitale il prima possibile

Sono piani che non fanno una piega, se non per una piccola falla: Ignorano completamente la possibilità di una risposta ostile da parte del contingente di peacekeeper russi. Agli ufficiali e alle truppe georgiane non viene fornita nessuna indicazione in tal senso, non viene neanche previsto l’uso della difesa aerea (naturalmente, gli osseti non disponevano di una forza aerea). I georgiani erano convinti di non dover combattere contro la Russia.

E’ una percezione che potrebbe essere dovuta ad errori di intelligence, come avvenne per l’invasione delle Falklands, o a causa delle esperienze del 2004, 2005 e 2007 che avevano mostrato una Russia tutto sommato rassegnata davanti al fatto compiuto, e riluttante ad entrare in conflitto con la Georgia.

Da notare invece, dal lato russo, che i piani georgiani erano conosciuti (anche se non si conosceva la loro data) e la decisione politica di intervenire in caso di invasione dell’OS era stata già presa dal duo Medvedev-Putin. Dopo l’esercitazione kavkaz 2008, due battaglioni russi vengono dispiegati in segreto vicino al confine osseto, sono in grado di intervenire nella regione in poche ore, e lo faranno.

Mappa delle operazioni militari, con evidenziate Ossezia del Sud e Abkhazia

OPERAZIONI MILITARI

L’1 agosto 2008, un pickup georgiano esplode alle 0800, colpito da un IED vicino al confine osseto, ferendo 5 poliziotti.

Inutile discutere se si tratti di una provocazione osseta o russa per attirare la Georgia in un conflitto o di una false flag georgiana. La Georgia stava da tempo preparando un’offensiva, e questo è il segnale che le da inizio.

I cecchini georgiani iniziano a colpire i posti di osservazione osseti sul confine, e nel giro di poche ore il confine è ingolfato in raffiche di fuoco automatico e colpi di mortaio. I peacekeeper russi vengono messi in stato d’allerta ma per il momento non sono coinvolti negli scontri.

Il 7 agosto viene presa la decisione di iniziare l’offensiva terrestre, e l’esercito georgiano avanza in OS, prendendo il controllo di alcune alture strategiche. Le forze russe vicino al confine osseto vengono messe in stato d’allerta. Saakashvili proclama in diretta televisiva un cessate il fuoco unilaterale, mentre le FAG raggiungono le loro posizioni finali per l’invasione, artiglieria compresa.

Alle 2330 i circa 12.000 uomini delle FAG e 4.000 uomini del ministero dell’interno ricevono l’ordine di aprire il fuoco.

Alle 2345 il comando dei peacekeeper russi riceve una telefonata dal suo omologo georgiano. I russi vengono informati dell’inizio di un’operazione militare e viene loro offerta una garanzia di sicurezza, posto che non intervengano nel conflitto.

La capitale osseta, Tskhinvali, viene subito attaccata con l’artiglieria. I peacekeeper russi non vengono bersagliati intenzionalmente, ma a 0003 dell’8 agosto il fuoco scarsamente preciso dei georgiani colpisce la loro base, pur senza causare danni significativi. Alle 0100, i due BTG russi vicino al confine iniziano a marciare verso il tunnel di Roki, entrano in OS alle 0200, si dispiegano a difesa del tunnel di Roki ed iniziano a posizionarsi in territorio osseto. Vengono inolre mobilitate altre forze russe del DMNC.

All’alba, le FAG stanno avanzando in tutta l’OS, le milizie ossete possono solo rallentarle ma senza successi operativi. Una task force speciale del ministero dell’interno georgiano si muove verso la capitale da sud. Sulla sua strada, incontra una base che ospita 250 peacekeeper russi. Quando la task force georgiana si avvicina alla base, scoppia uno scontro a fuoco con i peacekeeper russi che soffrono da subito delle vittime. Quest’ultimi riescono a bloccare l’avanzata georgiana pur rimanendo trincerati nella base. E’ con questo incidente che iniziano definitivamente le ostilità tra Russia e Georgia, mandando all’aria i piani di guerra georgiani che non si aspettavano tale evenienza.

I successivi 5 giorni di guerra, fino al 12 agosto, sono meno interessanti.

Le truppe russe, pur subendo perdite non indifferenti, respingono l’avanzata georgiana in OS, nel mentre, viene lanciata un’offensiva dal – meglio equipaggiato rispetto a quello osseto – esercito abkazo, supportata dal contingente russo nella regione.

Le FAR insieme ai separatisti inziano ad occupare aree della Georgia propriamente detta con una controffensiva, inclusa la città di Gori ma senza arrivare alla capitale di Tblisi, mentre per via aerea colpiscono obiettivi strategici in tutto il paese.

Il 12 agosto, il Presidente Medvedev dichiara unilateralmente la fine dell'”operazione per obbligare la Georgia alla pace“, e viene siglato un cessate il fuoco proprio a Gori. Prima di ritirarsi nelle regioni separatiste, le truppe russe “demilitarizzeranno” (il termine oggi risuona) le zone da loro occupate, smantellando basi e sequestrando armi ed equipaggiamenti militari.

Soldati georgiani fanno una foto ricordo all’entrata di Tskhinvali, la capitale dell’Ossezia del Sud

CONSIDERAZIONI FINALI

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Possiamo così riassumere il conflitto russo-georgiano del 2008, senza paura di esagerare: Un governo asceso al potere tramite un colpo di stato supportato dalla NATO, ha lanciato un’operazione militare contro un territorio garantito da peacekeeper russi, attaccando truppe russe con un esercito armato, addestrato da, e integrato nella NATO. La Russia ha risposto respingendo l’offensiva e limitandosi a ciò, senza occupare l’intero paese e implementare un cambio di regime.

Una risposta quasi eccessivamente misurata, probabilmente dovuta anche alla relativa debolezza dell’esercito russo del 2008 che, sul finire delle traumatiche guerre di Cecenia, avrebbe dovuto sostenere grosse perdite per occupare l’intero paese. Una risposta però influenzata anche, probabilmente, dal desiderio di non rompere totalmente i rapporti con la NATO, nonostante il ruolo da essa giocato nell’avventura georgiana oltreché nella questione cecena. Forse ebbe un ruolo anche la moral suasion di Berlusconi?

Una tesi, quest’ultima, che può trovare parziale riscontro nel fatto che l’inquilino del Cremlino nel 2008 fosse Medvedev, di orientamenti più atlantisti rispetto a Putin, legato alla cerchia degli “avvocati di San Pietroburgo” piuttostoché alla cerchia dei siloviki, ex KGB, generali e uomini dell’apparato di sicurezza.

Certo è che possiamo osservare come la Russia abbia continuato a fidarsi, almeno parzialmente, della NATO fino al 2011, quando non mise il veto all’istituzione della no-fly-zone sulla Libia.

Come sappiamo, l'”operazione di pace” in Libia si trasformò (tristemente, per gli interessi italiani) in un vero e proprio regime change contro Gheddafi, e in una guerra civile che 11 anni dopo non è ancora del tutto finita.

Infatti, sebbene la guerra in Georgia abbia dato impulso a tutta una serie di considerazioni strategiche (e riforme militari) in Russia, fu proprio la Libia a cambiare definitivamente l’orientamento del Cremlino, come ebbe a dire lo stesso Putin. La “dottrina Kosyrev”, lo spirito di Pratica di Mare e le idee di integrazione russa nella NATO e nell’UE diventano definitivamente cose del passato.

In seguito al 2011 verranno elaborate le analisi, le strategie e le percezioni russe sulle “rivoluzioni colorate”, messe per iscritto da Gerasimov (ma non solo) nel 2013, sperimentate goffamente in Ucraina, senza grande successo, nel 2014, con successo in Siria nel 2015 ma affinate e implementate definitivamente solo in Kazakistan nel 2022, con l’intervento del CSTO a sostegno del governo di Tokayev.

La guerra russo-georgiana, che da molti erroneamente viene ricordata come guerra per impedire forzosamente alla Georgia di entrare nella NATO (cosa che sta invece avvenendo adesso in Ucraina) va però considerata, soprattutto a posteriori, fondamentale per capire la percezione russa verso l’alleanza atlantica.

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