Capire il Pakistan

Torniamo a parlare, a distanza di mesi dalla riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani, della regione sud-asiatica, nella fattispecie di Pakistan.
Il momento non è causale: In pochi se ne sono accorti, perché la regione è effettivamente marginale per i nostri interessi e perché la guerra in Ucraina ci interessa/preoccupa molto di più – ma il Pakistan è in ebollizione.

A fine gennaio e inizio febbraio l’insurrezione multidecennale dell’Armata di Liberazione del Belucistan è aumentata in intensità, facendo probabilmente decine di morti in vari attacchi contro l’esercito pakistano. In Kashmir, la cittadina di Magam è scoppiata in rivolta quando un ufficiale dell’esercito pakistano ha strappato dal muro di una casa un’effige dell’ex capo delle forze Quds iraniane, Qassem Soleimani, ucciso da un drone americano all’aereoporto di Baghad a inizio 2020, diventato un martire e un simbolo per gli sciiti filo-iraniani.

Per capire perché questo stia succedendo è necessario inquadrare geopoliticamente il Pakistan, il suo rapporto con i talebani e con i suoi altri vicini, olteché la sua cultura politica.

Gli scontri tra esercito pakistano e Tehrik-i-Taliban Pakistan (talebani pakistani) si sono allargati fino a coinvolgere i talebani afghani. Quest’ultimi, nei pressi di Kunar, il 15 febbraio, hanno lanciato degli attacchi aldilà del confine contro le posizioni dell’esercito pakistano, che ha risposto con bombardamenti d’artiglieria verso l’Afghanistan.

Truppe dell’esercito pakistano in preghiera

PARTIZIONE E ISLAM

Il Pakistan (letteralmente: Paese dei puri) nasce dalla partizione del subcontinente indiano nel 1947 ad opera della potenza coloniale britannica, che divise – grossolana ma necessaria semplificazione – le aree a maggioranza musulmana da quelle a maggioranza indù, lasciando nel limbo i vari “stati principeschi” la cui integrazione nell’uno o nell’altro paese fu spesso turbolenta.

La partizione da subito si rivela traumatica, con migrazioni di massa e pogrom. Sfocia da subito in guerra nel Kashmir (uno degli stati principeschi sopracitati) e naturalmente rappresenta il peggior iniziò possibile per la convivenza delle due nuove comunità nazionali

Le comunità musulmana ed induista avevano convissuto bene o male armoniosamente per secoli nel subcontinente, dall’invasione delle truppe del califfato ummayade nel 711, creando una civiltà dove il sincretismo religoso e culturale garantivano un senso di “comunità sub-continentale” che prescindeva dai confini che di volta in volta dividevano o univano la regione. Le cose cambiano nel diciottesimo e dicannovesimo secolo durante la dominazione inglese – e in parte, ma non solo, a causa di essa – con l’avvento di un Islam più “puro” nel subcontinente.
Gli inglesi, sentendo da subito la necessità di trovare una legge coerente da applicare alla popolazione musulmana, si affidarono al diritto islamico, considerando quello consuetudinario poco affidabile e troppo arbitrario. Questa decisione promosse una diffusione dei tribunali islamici, e un’applicazione del diritto islamico, superiore a quella a cui i popoli islamici della regione erano stati abituati, ad esempio durante l’Impero Mughal. Questa “partizione culturale” però non è da imputare solamente agli inglesi: Avvenne infatti, durante un periodo – il diciannovesimo secolo – in cui tutta l’ummah, a seconda delle regioni, sperimentava nuove modernizzazioni, purificazioni e codificazioni dell’Islam.

Nella seconda metà del diciannovesimo secolo nasce la scuola di Deoband (oggi una città dell’India), basata su un curriculum tradizionale di stampo arabo. Nasce l’Ahl e-Hadith, un movimento che nega secoli di giurisprudenza islamica e di autorità degli ulama, aspirando ad un’interpretazione – letterale – del solo Corano. Ma è anche il periodo in cui diffonde le sue idee Ahmad Khan, sostenitore di una riforma dell’Islam in senso modernista e razionalista, che influenzerà i primi leader nazionalisti “laici” del Pakistan.


Non c’è spazio in un singolo post per riassumere tutte le vicende che influirono su questo processo (e neanche ne sarei in grado). Basti sapere che gradualmente, in particolar modo dopo l’istituzione di alcune forme di apartheid da parte dei britannici all’inizio del ventesimo secolo, le comunità indù e quella musulmana si allontanarono gradualmente, fino a portare alla partizione violenta e disordinata del 1947.
Il Pakistan degli albori fu la “creatura” di un’elite nazionalista, tendenzialmente seguace di un’Islam dai tratti modernisti, tendenzialmente mohajir, ovvero migrata in Pakistan durante la partizione da altre zone del subcontinente, da qui l’adozione dell’urdu come lingua dello stato. La nascita del Pakistan fu invece osteggiata da gran parte degli scolari islamici tradizionalisti, in quanto foriera di un confine “temporale” che avrebbe diviso i musulmani del subcontinente. Il più prominente tra questi fu Sayyid Maududi, che nel 1941 fonda il Jamat e-Islami, un movimento che sosteneva (e tutt’ora sostiene) un approccio tradizionalista all’Islam e una costruzione islamica dello stato simile, con i dovuti distinguo, a quella che vediamo oggi in Iran.

Per approfondire:

FORGIARE UN’IDENTITA’ PAKISTANA

Come spesso accadde agli stati di recente indipendenza dopo la decolonizzazione, il Pakistan dovette fare i conti con la necessità di trovare un’identità comune per uno stato nato su confini disegnati in gran parte da potenze coloniali. Possiamo dire che a suo modo ci riuscì, anche se a caro prezzo.
Il Pakistan oggi ha una composizione etnica altamente variegata. Il gruppo etnico più grande è quello punjabi, che rappresenta meno della metà della popolazione. Vi sono poi i pashtun, i sindi, i saraiki, i beluci ed altre minoranze più esigue. Nel ’47 però anche l’attuale Bangladesh faceva parte del Pakistan, apportando un’ulteriore disomogeneità etnica, politica, territoriale.

Nel Pakistan orientale andavano per la maggiore i piccoli appezzamenti terrieri e una certa propensione al “socialismo” islamico, in quello occidentale il latifondo e una concezione più tradizionalista del sistema economico, chiaramente sostenuta dai proprietari terrieri. Le tribù pashtun faticavano a riconoscere la Durand Line – il confine Afghanistan-Pakistan concordato tra le autorità coloniali inglesi e l’allora Emiro dell’Afghanistan Abdur Rahman – aizzate dai vari governi afghani che si susseguirono nel corso dei decenni. Il separatismo dei sindi e dei beluci, dovuto anche alla loro esclusione dall’elite politica (dominata inizialmente dai mohajir) e militare – dominata inizialmente e in parte oggi da pashtun e punjabi, le “razze marziali”, come le definivano i britannici – va a completare il quadro.

Il Pakistan quindi “decise” – difficile dire se fosse l’unica possibilità o meno – di adottare progressivamente un’identità: Quella islamica. E’ stato – ed è anche oggi – l’Islam l’unico vero collante identitario del paese. Un Islam che, minoranza sciita permettendo, si è via via arabizzato, purificato, irrigidito e che ha trovato i suoi principali araldi e custodi non già nelle madrase ma nell’esercito pakistano, in particolare nei suoi vertici e nei suoi servizi segreti, oggi conosciuti come ISI. Queste forze di sicurezza, più volte, sono intervenute in politica con colpi di stato, leggi marziali, destituzione di primi ministri e arrogandosi un primato in alcuni settori, come quello della politica estera e militare, rispetto alla politica, che ancora oggi detengono.

La coronazione del Pakistan come stato islamico avviene inizialmente nel 1956, con una disposizione inserita nella sua prima costituzione, dopo cui il Jamat e-Islami “accetterà” lo stato e deciderà di partecipare nella sua vita politica. Una seconda, marcata, islamizzazione della politica e dello stato pakistani avverrà poi durante il governo militare di Zia ul-Haq dal 1977 al 1988. Zia introdurrà i tribunali sciaraitici, la zakat di stato, abolirà l’interesse e istituirà il majilis, il consiglio islamico a supporto del leader, in conformità alla visione di Maududi del nizam e-mustafa, il sistema sociale del profeta. Alcune di queste modifiche verranno sconfessate con la democratizzazione nel 1988, molte altre, la maggior parte, rimangono valide fino ad oggi.

In ogni caso, non si deve commettere l’errore di pensare che l’opposizione alle forze legate al Jamat e-Islami sia o sia stata atea/laica. Nella storia del Pakistan, il blocco che più si è fronteggiato politicamente con il JI, sia democraticamente che tramite svariati colpi di stato, è stato quello legato grossomodo al “socialismo islamico”, rappresentato principalmente dal Partito Popolare Pakistano fondato da Zulfiqar Ali Bhutto nel 1967. Un blocco che ideologicamente si potrebbe descrivere “islamico rossobruno”, che ha conciliato l’Islam con un’impostazione di socialismo nazionale, anche con influenze sciite come quella del rivoluzionario iraniano Ali Shariati.

Per riassumere: L’Islam è la cifra della politica, dello stato e della società pakistana da cui non si può prescindere.

Muhammad Zia Ul-Haq

CONFLITTO PERMANENTE CON L’INDIA

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La questione geopolitica di maggiore importanza per il Pakistan, e in effetti per tutta la regione sud-asiatica, è quella del rapporto con l’India.

Tutte le scelte di politica estera pakistana (dopo vedremo quali) ruotano intorno al conflitto permanente con l’India. Conflitto che inizia nel contesto di violenza diffusa che accompagna la partizione del 1947, nella fattispecie in Kashmir.

Nel 1947, il Kashmir era uno degli stati principeschi di cui abbiamo parlato sopra. Governato dal Maharaja indù Hari Singh, ma a maggioranza musulmana, ancora non aveva deciso se far parte dell’India o del Pakistan. Quando una rivolta di musulmani diventò fuori controllo, il Maharaja chiese aiuto militare all’India, che lo fornì ponendo come condizione l’annessione del Kashmir, condizione che fu accettata. A sua volta, il Pakistan intervenne con delle milizie tribali per proteggere la popolazione musulmana e verosimilmente annettere a sua volta la valle.

La prima guerra tra India e Pakistan si conclude con un cessate il fuoco che stabilisce le zone di controllo valide ancora oggi, a cui sarebbe dovuto seguire un referendum nell’intera valle che non si tenne mai per opposizione dell’India.

Nel 1965 il Pakistan coglie l’occasione di alcune schermaglie di confine nel Rann di Kutch, una zona paludosa sulla frontiera meridionale dei due paesi, per dare inizio ad una vera e propria guerra, avente come punto focale il Kashmir e la sua annessione. Le percezioni delle forze armate pakistane, che credevano di poter cogliere una congiuntura di superiorità militare rispetto all’India, si rivelano però sbagliate, e una controffensiva indiana nel Punjab pakistano viene arrestata solo dalla mediazione sovietica, che riporta i confini allo status quo ante.

Nel 1970, vengono tenute elezioni sotto la legge marziale dichiarata dal generale Yaya Khan. Le elezioni vengono vinte dalla Awami League di Mujibur Rahman, il partito dominante nel Pakistan orientale. Il PPP, l’esercito e in generale l’establishment del Pakistan occidentale non riconoscono le elezioni, dando vita ad una serie di disordini nel bengala (in cui, secondo Bezmenov, l’URSS giocò un ruolo importante) che sfociò prima in una repressione e pulizia etnica da parte di forze legate al JI, poi in un’invasione indiana dell’ala orientale (decisa da Indira Ghandi) che portò ad una sonante sconfitta pakistana e alla nascita del Bangladesh. E’ dopo questa ulteriore “partizione” che l’Islam pakistano si dirige speditamente verso l’arabizzazione.

Il conflitto India-Pakistan procede nei decenni, principalmente, va detto, per iniziative pakistane. Dall’incidente del Kargil del 1999, nella cui occasione delle truppe pakistane occuparono delle alture disputate dando vita ad un conflitto limitato, all’infiltrazione e supporto di gruppi terroristici nel Kashmir indiano, fino alla conduzione di attacchi terroristici, coordinati dal Pakistan, in territorio indiano, come quello di Mumbai.

Questo conflitto permanente con l’India ha orientato le scelte di politica estera del Pakistan in due direzioni: L’alleanza con la Cina e il controllo dell’Afghanistan.

ALLEANZA CON LA CINA

Consigli di lettura

L’alleanza con la Cina comunista non è ne spontanea ne immediata per uno stato islamico come il Pakistan. Nasce per motivi squisitamente geopolitici, confermando ancora una volta la loro salienza rispetto a quelli ideologici, nelle relazioni internazionali.

Inizialmente, il “paese dei puri” si allea a pieno titolo con gli USA, entrando a far parte della loro architettura di sicurezza in Asia, ai tempi disegnata dalla “dottrina Heisenhower”, con l’accesso nella SEATO e nel Patto di Baghdad nel 1954.

Il rapporto con gli USA però sarà sempre ambiguo (lo è tutt’ora), e i pakistani svilupperanno una progressiva diffidenza verso gli americani. La scintilla che innesca l’avvicinamento sino-pakistano è la guerra tra Cina e India nel 1962; durante cui gli USA forniscono armi agli indiani. Naturalmente, nella rottura della “solidarietà asiatica” tra India e Cina, il Pakistan vede un’enorme opportunità, e i due paesi si avvicineranno gradualmente. Inizialmente senza che ciò crei una frizione con gli USA, impegnati negli anni ’70 in una distensione con la Cina in senso anti-sovietico, che durerà fino agli anni ‘2000.

Il Pakistan supporta la Cina durante le sue schermaglie di confine con l’India nel Ladakh, di poco distante dal Kashmir, ma a mostrare al mondo l’importanza che entrambi i paesi assegnano a quest’alleanza sarà lo sviluppo della bomba atomica da parte dell’India negli anni ’90. Nel 1998, il governo pakistano di Nawaz Sharif decide a sua volta di dotarsi di una triade nucleare (progetto che in realtà veniva perseguito da tempo). Non sarebbe stato possibile, o non sarebbe avvenuto così velocemente, senza il supporto che fornì la Cina al programma nucleare pakistano. La Cina decide di condividere con un alleato uno dei possedimenti più gelosi che uno stato possa avere: Lo strumento nucleare. Un evento quasi senza precedenti.

La Cina trae il beneficio di quest’alleanza non solo tramite la partecipazione del Pakistan alla sua via della seta e quindi grazie ai cospicui investimenti che ne conseguono, ma anche in ambito strategico. Il conflitto con il Pakistan (insieme a molti altri problemi interni) di fatto tiene in scacco l’India, una “superpotenza in-potenza”, la cui capacità di competere strategicamente ed economicamente con la Cina in Asia è di fatto gambizzata; in assenza della stabilità e della sicurezza necessarie ad uno stato per proiettare la sua potenza verso l’esterno.

L’ultimo scenario in cui di recente la Cina ha colto i frutti della sua alleanza con il Pakistan è quello afghano.

Ufficiali indiani pattugliano la “linea di controllo” India-Pakistan

AFGHANISTAN

I problemi tra Afghanistan e Pakistan iniziano già nel 1949. L’allora sovrano dell’Afghanistan, Zahir Shah, ripudiò la linea Durand da subito. Inoltre, quando tramite un referendum (dalla scarsa partecipazione) il Pakistan integrò la North Western Frontier Province, un’area tribale appunto nel nord-ovest del paese, abitata prevalentemente da pashtun, alcune jirga (assemblee) tribali a ridosso della linea Durand dichiararono l’indipendenza dal Pakistan, supportate dall’Afghanistan.

La crisi con le tribù pashtun rientrò parzialmente solo quando Jinnah conferì uno statuto speciale alle aree tribali, consentendo loro di mantenere il diritto consuetudinario pashtun e un’indipendenza di fatto dal centro politico. Questa autonomia permane ancora oggi, con alcune modifiche.

Anche in questo caso, il Pakistan decide di utilizzare l’islam, pressoché l’unico suo tratto identitario condiviso in tutta la popolazione, per sedare le rivendicazioni territoriali pashtun/afghane e in seguito per controllare l’Afghanistan stessa.

Questo processo inizia prevalentemente negli anni ’70 sotto la guida di Zulfiqar Ali Bhutto, quando ormai il Pakistan è solo occidentale, si è “liberato” (suo malgrado) delle influenze bengalesi, e l’islam pakistano è sempre più arabizzato e “purificato”.

Il sostegno a gruppi islamisti di matrice pashtun ha quindi due obiettivi: In Pakistan, quello di soppiantare l’identitarismo pashtun con quello islamico/pakistano, eliminando quindi i sentimenti separatisti a ridosso della linea Durand. In Afghanistan, quello di cooptare l’opposizione pashtun e islamista al governo socialista di Daoud, arrivando potenzialmente ad avere un governo alleato (o influenzato) in Afghanistan.

I motivi di questo interesse per il controllo dell’Afghanistan sono anche, naturalmente, da ricercare nel conflitto con l’India. La guerra del ’65 in particolare aveva reso evidente quanto la scarsa “profondità” territoriale del Pakistan rispetto all’India fosse uno svantaggio dal punto di vista militare. E’ quindi proprio negli anni ’70, dopo un’ulteriore sconfitta, che viene elaborata dai militari pakistani la dottrina della “profondità strategica”, ovvero la dottrina secondo cui l’Afghanistan deve rappresentare una potenziale retroguardia in cui poter manovrare – o in cui ci si possa ritirare – in caso di guerra con l’India.

Questa strategia assume una nuova dimensione quando va a intersecarsi con la guerra fredda, in occasione dell’intervento in Afghanistan dell’Unione Sovietica (di fatto anche se non formalmente alleata dell’India) nel 1979. A questo punto il Pakistan viene messo nella condizione di potersi servire di ingenti risorse americane e saudite – messe a disposizione per condurre una guerra per procura con l’URSS – per poter realizzare i suoi obiettivi di politica estera. Americani e sauditi inviano fiumi di denaro e armi al Pakistan, che a sua volta arma e finanzia i suoi “referenti” afghani, inizialmente rappresentati dall’Hezb e-islami di Gulbuddin Hekmatyar (ancora in vita e in politica, peraltro).

Dopo il rovinoso ritiro sovietico, la guerra civile afghana tra hezb e-islami, alleanza del nord ed altri gruppi non mostra segni di risoluzione. Il Pakistan decide quindi all’inizio degli anni ’90 di prendere l’iniziativa, coltivando un nuovo movimento tra i profughi afghani nel nord del paese, in particolare nelle madrase di scuola deobandita che ne ospitano gran parte. Nascono così i “talebani”, per l’appunto “studenti coranici”.

Nel 1996 i talebani entrano in Afghanistan e in breve tempo conquistano la quasi totalità del paese. E’ effettivamente una grande vittoria per la politica estera pakistana, che però, in un tipico caso di eterogenesi dei fini, creerà non pochi problemi.

La storia è nota: Nel 2001 gli USA, supportati da una coalizione multinazionale (e persino dalla Russia!), invadono ed occupano l’Afghanistan dopo il rifiuto dell’emirato islamico di consegnare Bin Laden, autore di diversi attentati contro gli USA in Africa dagli anni ’90 ed inidividuato come mandante ed organizzatore, con la sua Al-Qaeda, dell’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre. La guerra, dal grande successo iniziale, diventerà un pantano ventennale per gli USA, per motivi che abbiamo già provato a sviscerare, culminando nel ritiro definitivo del 2021.

Il comportamento del Pakistan durante questi 20 anni sarà ambivalente. Da un lato fornisce aiuti logistici agli USA, che di fatto sono ancora un alleato e una potenza che il Pakistan non può inimicarsi, dall’altro continua a supportare gli insorti talebani sia in Afghanistan che dando loro rifugio in Pakistan (il gruppo dirigente dei talebani durante l’occupazione americana è infatti la shura di Quetta). Da un lato beneficia del movimento di militanti talebani attraverso la linea Durand, dall’altro militarizza e demarca il confine per mettere definitivamente fine al separatismo pashtun ma anche alla cooperazione dei talebani afghani con il TTP, che inizia a creare sempre più problemi in Pakistan.

Nonostante i problemi domestici creati dall’islamismo militante, il ritiro americano e la reconquista talebana vanno comunque visti come una vittoria pakistana di portata storica: Il paese può ora finalmente godere della profondità strategica che desidera da decenni, ha notevolmente ridotto l’influenza indiana in un paese confinante e tramite il suo ascendente sulla leadership talebana può smorzare il separatismo pashtun.

Non solo: Sebbene, contrariamente all’orientamento dei leader talebani, molti gruppi di militanti e signori della guerra portino avanti autonomamente una politica di sabotaggio della linea Durand, va detto che la militarizzazione e fortificazione del confine negli ultimi 20 anni ha notevolmente diminuito la pericolosità del separatismo pashtun e aumentato il controllo pakistano sui propri confini.
Il fine bilanciamento tra interessi USA (che, salvo raid chirurgici, evidentemente sentirono di non poter agire più aggressivamente nei confronti del Pakistan, diventato una potenza nucleare a tutti gli effetti nel corso dell’occupazione) e talebani ha certamente dato i suoi frutti.
Le schermaglie con i militanti talebani di questi giorni rimarranno tali, in quanto il regime talebano non darà mai il suo pieno sostegno a niente di più: Troppa è l’influenza pakistana e cinese all’interno delle sue gerarchie di potere.

Per l’appunto, è la Cina il grande vincitore delle guerre d’Afghanistan. Senza spendere praticamente nessuna risorsa, si ritrova con un Afghanistan libero dalla presenza americana ed indiana.
Le preoccupazioni per il collegamento tra talebani e separatismo/islamismo uiguro, risolvibili comunque pattugliando il corridoio di Wakhan e tramite lo stato di sorveglianza capillare imposto nello Xinjiang – che addirittura fecero dichiarare ad alcuni che gli USA avessero consegnato una “trappola” alla Cina – saranno ampiamente controbilanciate dallo sfruttamento di trilioni in materie prime, dall’apertura di nuovi progetti infrastrutturali e da un Pakistan più forte nei confronti dell’India.

Delegazione talebana visita la Cina poco dopo il ritiro americano, viene ricevuta dal ministro degli esteri

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