Novorussia dreamin

Ormai è chiaro: Il riconoscimento russo delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk non era semplicemente atto a stabilizzarle e difenderle da un attacco Ucraino.

L’esplicita archiviazione degli Accordi di Minsk – che ricordiamo, prevedevano la neutralizzazione costituzionale dell’Ucraina – porta la Russia ad una conclusione: Se i nostri obiettivi non possono essere raggiunti per via diplomatica, saranno raggiunti per via militare, con tutti i costi (molti) e le opportunità (dubbiose) che ne conseguono. E’ una mossa che la Russia non si sentì di fare nel 2014, e che forse segna un vero cambio di passo nella dottrina strategica russa: Dalla “difesa attiva” dal Maidan e dalla rivoluzione colorata in Siria, si passa al “rollback” vero e proprio se non della NATO quantomeno della sua sfera d’influenza. Quello che la Russia non volle fare in Georgia nel 2008, lo sta facendo adesso in Ucraina.

Sorge però una domanda, anche se non sappiamo ancora fino a dove si estenderanno le operazioni: Dal punto di vista politico, la Russia come intende gestire questa guerra/occupazione? Quali nuove entità potranno nascere? Cosa sarà dell’Ucraina? Per il momento possiamo solo passare in rassegna delle opzioni.

Su telegram prima dell’inizio delle operazioni abbiamo brevemente elencato 4 scenari militari, dal meno esteso al più esteso: Un “attacco punitivo” sulla linea di contatto nel Donbass, un’offensiva per portare le Repubbliche separatiste verso i loro confini naturali (gli oblast di Donetsk e Lugansk), un’offensiva fino al Dnipro e a sud fino alla Transnistria e infine un’occupazione totale del paese, che abbiamo definito praticamente impossibile.

Smentita la prima dalla realtà dei fatti, ed essendo tutto sommato lineare la seconda, non ci resta che partire dall’ultima, soprattutto a fronte del fatto che le forze russe, partite dalla Bielorussia, si trovano a 30km circa da Kiev, alle 1630 del 24/02. E’ una possibilità che è stata certamente sottovalutata.

Elicotteri russi attaccano l’aereoporto di Gostomel, 24/2/22

REGIME CHANGE

Per effettuare un regime change in Ucraina la Russia dovrebbe occupare l’intero paese. Comprese Kiev – una città da 3 milioni di persone – e le aree nord-occidentali del paese confinanti con Polonia e Ungheria, dove è concentrata la popolazione ucrainofona e di etnia polacca, estremamente ostile alla Russia. Degli aspetti militari ha già parlato Enrico C, ma basti sapere che i russi, una volta superato l’ostacolo della conquista vera e propria, avrebbero a che fare con un una guerriglia prolungata e con una disobbedienza civile diffusa, che alzerebbero il costo dell’occupazione. Un regime filo-russo installato per governare l’intera Ucraina avrebbe sicuramente bisogno di assistenza militare ed economica russa piuttosto consistente.

Certamente la ricompensa sarebbe alta – il controllo di tutta l’Ucraina – ma se l’esercito ucraino opponesse seriamente resistenza i costi sarebbero ugualmente alti, forse spropositati, aumentati ulteriormente da sanzioni ancora più dure da parte della NATO. Forse quest’ultime sarebbero mitigate dalla Germania, dall’Italia le cui banche sono le più esposte al mondo verso la Russia, dall’Ungheria che, oltre ad aver firmato accordi a lungo termine per la fornitura di gas, potrebbe addirittura avere ambizioni territoriali nell’ovest dell’Ucraina.

Elezioni presidenziali 2007
“Novorussia” 1922

NOVOROSSIYA

La seconda possibilità che rimane è quella più interessante dal punto di vista politico. Ed ancora, alle 1630 circa del 24/2/22, la più realistica.

Mettiamo il caso che l’avanzata russa e separatista si concentri sulle zone ad est del Dnipro e sull’Ucraina meridionale fino al confine moldavo.

Ora, l’istituto dell’occupatio bellica, descritto da Schmitt nell’ambito della sua (nostalgica) ricostruzione dello jus publicum europeum, non esiste più.

Quando un esercito straniero marcia nel tuo villaggio, la vita non continua esattamente come prima.

Nell’epoca della sovranità popolare, inaugurata dalle guerre napoleoniche, bisogna dare una forma politica ad un’occupazione militare, per ottenere almeno una minima collaborazione da parte della popolazione, per poter riscuotere tasse, elargire servizi, commerciare e qualsiasi altra cosa voglia fare una polity moderna.

La domanda è: Come verrebbe organizzata dal punto di vista politico un’occupazione russa in queste aree?

Il primo concetto che viene in mente è quello, quasi dimenticato, di Novorossiya.

La Novorossiya era una regione dell’Impero Russo che grossomodo combacia con le regioni russofone e che furono pro-Yanukovich dell’Ucraina: Fu infatti “ceduta” all’Ucraina da Lenin nell’ambito dei compromessi necessari per far nascere l’Unione Sovietica (una cosa a cui Putin ha fatto riferimento, durante uno dei suoi ultimi discorsi). La regione, inizialmente abitata da cosacchi e poco civilizzata, fu colonizzata da russi e altre etnie principalmente nel 19esimo secolo.

Nel 2014 la ribellione anti-maidan si diffuse in gran parte delle zone a maggioranza russa dell’Ucraina. Oltre che in Crimea, le prime proteste non furono a Donetsk e Lugansk, bensì a Kharviv, a Slovyansk (la prima azione violenta), a Berdyansk. Quando i ribelli anti-maidan deciserò di impegnarsi in un progetto separatista, scelsero proprio il nome di “Novorossiya”.

Poi, come sappiamo, si ritirarano progressivamente, battuti dalle forze di sicurezza ucraine, fino all’intervento russo che attestò le loro forze su confini che sono rimasti bene o male invariati, dall’accordo di Minsk II fino al 23 febbraio 2022. Nel mentre, la “Novorossiya” cessò di esistere, scindendosi in Repubblica Popolare di Donetsk e Repubblica Popolare di Lugansk.

Ora, se Putin decidesse (per sua volontà o magari obbligato dall’andamento delle operazioni militari) di occupare solo una parte dell’attuale Ucraina, la Novorussia potrebbe rinascere, coronando il sogno dei separatisti della prima ora.

Un grande stato da Kharviv a Odessa avrebbe sicuramente il vantaggio di essere in una certa misura autosufficiente, avrebbe un esercito notevole ed aumenterebbe enormemente l’influenza russa in Moldavia – nell’ambito della disputa con la Transnistria – forse addirittura portandola ad un’immediata risoluzione. Si costituirebbe però un attore politico piuttosto forte e con un certo grado di indipendenza (diciamo come Lukashenko), che talvolta, pur seguendo la linea di Mosca, potrebbe far virare la sua politica estera in una direzione non desiderata dal Cremlino. E’ importante ricordare come i separatisti del Donbass abbiano agito consciamente, più volte, contro i desiderata russi, per spingere Mosca verso un intervento militare (riuscendoci). A quel punto, per evitare problemi di questo tipo, perché non annettere l’intero territorio? E’ anch’essa una possibilità.

L’alternativa sarebbe dividere il territorio occupato in tante, piccole, “repubbliche popolari” come si è fatto nel Donbass. Sarebbero sì meno efficienti e più dipendenti da Mosca ma anche più controllabili.

Oppure addirittura ritirarsi da gran parte del territorio conquistato obbligando l’Ucraina ad aderire ad una sorta di neutralizzazione, con cambiamenti territoriali minimi.

Ribelli novorussi nel 2015

CONCLUSIONE

Ormai è evidente che Putin stia facendo sul serio in Ucraina, quando parla di “denazificazione”, “decomunistizzazione”, “disarmo” dell’Ucraina, quando occupa la riva sud del Dnipro partendo dalla Crimea.

Le mire russe sull’Ucraina sono senza dubbio di ampio respiro. Solo il tempo, e l’andamento delle operazioni militari, ci diranno quale di queste opzioni si realizzerà.
O se invece se ne realizzeranno delle altre, che ad oggi non riusciamo ad immaginare.

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