Coercizione Russa e deterrenza Ucraina

DI ENRICO C

Questo pezzo è un contributo esterno, che non rispetta necessariamente il punto di vista dell’editore

Negli ultimi tre mesi la Russia ha eseguito, nei confronti dell’Ucraina, un’operazione di coercizione: la minaccia di un’azione militare per indurre un mutamento dello status quo. La minaccia è rappresentata dallo schieramento di ingenti forze militari sul confine russo-ucraino, sul confine bielorusso-ucraino e in Crimea. Il mutamento pubblicamente domandato da Mosca è una revisione radicale della posizione della NATO in Europa Orientale e l’implementazione degli accordi di Minsk. La reale richiesta russa, però, è vedere riconosciuto dai paesi occidentali il proprio diritto ad una sfera di influenza.

Se la diplomazia fallisse, la guerra potrebbe ritornare in Ucraina e se il popolo ucraino non fosse in grado di difendersi, essendo i paesi occidentali determinati ad evitare ad ogni costo lo scontro con le truppe russe, la sua sovranità dipenderebbe unicamente dalla benevolenza del governo russo.

Lo scopo di questa analisi è valutare le capacità delle forze in campo e le loro opzioni. Cercare di delineare dettagliatamente l’evolversi di un eventuale confronto militare sarebbe uno sforzo infruttuoso, la guerra è il regno dell’imponderabile e nessuna panificazione realistica copre più di qualche ora.

Carri russi vicini al confine ucraino, febbraio 2022

GLI OBIETTIVI RUSSI

Solo negli ultimi dodici mesi l’esercito russo ha lasciato i propri confini ben due volte. La prima verso la Bielorussia, per garantire il regime di Lukashenko. Nel 2021 il governo bielorusso ha attraversato diversi momenti critici: intense proteste popolari, flussi migratori fuori controllo e sanzioni europee per il dirottamento di un aereo di linea. La seconda verso il Kazakistan, nel contesto di una missione congiunta, per arginare una furiosa sollevazione popolare scaturita dall’incremento del prezzo del gas naturale e, incidentalmente, assicurare la posizione al presidente kazako Tokayev nel mezzo un colpo di mano effettuato ai danni del Concilio di Sicurezza, il governo parallelo presieduto dal padre della nazione Nursultan Nazarbayev e dal suo fedelissimo Karim Masimov, ora agli arresti.

Se in Kazakistan Putin ha voluto solamente presentarsi come garante dell’ordine davanti al timore, poi rivelatasi infondato, di una vera e propria ribellione in una nazione amica, in Bielorussia si è giocata una partita del tutto differente. Il prezzo pagato dal governo Bielorusso per rinfrancare la propria autorità in patria è stata la cessione della propria sovranità a favore del Cremlino.

Il 9 settembre 2021 i leader dei due paesi si sono incontrati a Mosca per discutere di un processo di integrazione, culminato il 4 novembre con l’approvazione da parte del Concilio Supremo dello Stato dell’Unione di Russia e Bielorussia di una dottrina militare congiunta; una misura a cui Lukashenko aveva sempre opposto resistenza, indovinando il ruolo subordinato che l‘esercito bielorusso avrebbe ricoperto in un tale contesto. Non sono infatti le forze bielorusse ad aver trovato ospitalità in Russia. Cosa garantiscono le forze russe deve essere ben chiaro a Lukashenko, l’azzeramento delle possibilità di condurre una politica estera autonoma e forse più collaborativa con l’Europa Occidentale. Per quanto questa ipotesi potesse apparire remota, Putin ha verosimilmente ritenuto di non poter valutare né le intenzioni di Lukashenko né la sua parabola politica futura e dunque ha assicurato la posizione russa nel paese.

A rafforzare ulteriormente il potere di Mosca su Minsk sarà la riforma costituzionale che la popolazione bielorussa sarà chiamata a confermare con un referendum il 27 febbraio prossimo. Il nuovo testo permetterà a Putin di cancellare l’ultima differenza esistente tra la Bielorussia e un qualsiasi stato della Federazione Russa, la possibilità di ospitare armi nucleari. Lukashenko, in un’intervista rilasciata a Russia Today il 30 novembre 2021, ha risparmiato al suo nuovo principe l’imbarazzo di chiedere ciò lui non avrebbe potuto rifiutargli e ha affermato: “Offrirò a Putin l’opportunità di riportare le armi nucleari in Bielorussia”. Due settimane prima la Corte Costituzionale Bielorussa aveva iniziato le discussioni sulla la riforma della carta costituzionale.

Riguardo all’Ucraina, lo scopo di Putin è avere la garanzia che il paese non entrerà a far parte del campo Occidentale, ossia che non entrerà nella NATO e che il processo di integrazione economica con l’Europa Occidentale sarà interrotto, se non invertito. La speranza russa è indurre l’Ucraina ad accettare la supremazia di Mosca attraverso la minaccia di un’azione militare e convincere i paesi NATO che difendere Kiev non valga il rischio di una guerra in Europa.

GLI OBIETTIVI DELL’UCRAINA E DELLA NATO

L’obbiettivo dell’Ucraina è conservare intatta la propria sovranità, inclusa la facoltà di scegliere i propri alleati ed esprimere un governo non filo-russo, evitando una guerra distruttiva sul proprio territorio. Una delle incognite della crisi attuale è fin dove il governo ucraino sarà disposto a spingersi per raggiungere i propri scopi, in particolare se sarà disposto mettere sul tavolo delle trattative il riconoscimento, almeno parziale, dell’autonomia delle repubbliche separatiste del Donbass.

Lo scopo principale dei paesi NATO è ristabilire la credibilità dell’alleanza atlantica, proteggere l’indipendenza dell’Ucraina e impedire un confronto militare in Europa. Per fare ciò è necessario che sia chiarito il principio che non è a Mosca che si decide chi possa o meno entrare nella NATO, nonostante l’ingresso dell’Ucraina nell’alleanza atlantica sia ad oggi una remota possibilità. Ottenere questo e non provocare una guerra rappresenterebbe una vittoria per le nazioni occidentali.

LE OPZIONI RUSSE

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La prima opzione che si presenta al governo russo è evitare lo scontro militare. Una tale scelta può manifestarsi in due modi: ritirando gran parte delle forze militari ora schierate intorno all’Ucraina o inviando truppe regolari nelle regioni di Donetsk e Luhansk, con la motivazione di garantire la sicurezza della popolazione, e mantenerle lì fino a che in governo Ucraino non accettasse di dar seguito agli accordi di Minsk. Entrambe queste strade hanno il pregio di evitare i pericoli di un’azione militare diretta ma non allevierebbero le preoccupazioni russe circa l’espansione della NATO e il futuro dell’Ucraina. In un caso Putin ammetterebbe implicitamente il fallimento della propria manovra coercitiva e nell’altro attirerebbe su di sé ulteriori sanzioni senza aver conseguito un effettivo vantaggio.

La seconda opzione è l’intervento militare. Le modalità in cui potrebbe essere condotto un attacco al territorio ucraino sono molteplici, da un tentativo di guadagnare il controllo della costa settentrionale del mare di Azov con un’azione fulminea all’occupazione di tutto il territorio ucraino fino al Dnepr. Indipendentemente dal modo in cui venisse condotto, un attacco diretto all’Ucraina sarebbe un attentato alla sua esistenza come stato sovrano e produrrebbe un’intensa reazione della comunità internazionale e della NATO, che ne risulterebbe rafforzata. L’appoggio di cui il governo russo gode in alcuni paesi europei scomparirebbe, persino la neutralità diverrebbe una posizione indifendibile. L’ingresso di Svezia e Finlandia nell’alleanza atlantica diverrebbe una possibilità concreta.

La prima fase, contemporanea all’invasione vera e propria o di poco precedente, di un attacco russo consisterebbe in azioni di sabotaggio dei sistemi di comunicazione, di trasporto e della rete elettrica. Attacchi informatici e azioni di commando sono gli strumenti naturali per condurre per tali operazioni. L’avanzata successiva verrebbe accompagnata da attacchi aerei e missilistici diretti all’aviazione ucraina e ai sistemi di difesa aerea, con lo scopo di guadagnare la supremazia dei cieli. Le direttrici dell’invasione dipenderanno unicamente dalle decisioni del governo russo e sono quindi imprevedibili. Analizzare le dieci e più vie d’avanzata russa possibili sarebbe poco più di un esercizio intellettuale dato che le forze ucraine non hanno la capacità di impedire tutte queste azioni allo stesso tempo con uno schieramento difensivo.

Quello che è certo di un’eventuale invasione russa è che le forze meccanizzate ricoprirebbero il ruolo del protagonista. Carri armati, principalmente T72B3/B3M, e trasporti corazzati di vario genere inonderebbero in fronte ucraino, seguiti dall’artiglieria motorizzata.

Come in ogni avanzata di corazzati della storia, la velocità sarebbe il fattore cruciale. Ad oggi, la più rapida avanzata mai registrata è stata quella condotta dalla 3° Divisione di Fanteria dell’Esercito Statunitense durante la Seconda Guerra del Golfo, dal confine con il Kuwait fino a Baghdad, con la velocità media di circa 30 chilometri al giorno. In Ucraina, le forze russe si troverebbero ad affrontare un avversario meglio armato e un ambiente meno favorevole. L’esercito ucraino, infatti, è stato rifornito di abbondate armamento anti-carro negli ultimi mesi, nello specifico missili Javelin. A rendere più complessa l’avanzata vi è il fatto che nel mese di febbraio in Ucraina si registrano circa 10 ore di luce al giorno e l’arrivo della primavera, con lo scioglimento della neve, è destinato a rendere il movimento fuori strada estremamente difficoltoso.

Un attacco metterebbe alla prova anche il sistema di comando e controllo russo. L’invasione dell’Ucraina sarebbe la più imponente azione militare condotta dall’esercito russo dal 1945. Le operazioni in Cecenia, Georgia e Siria non sarebbero paragonabili per numero di forze impegnate e capacità dell’avversario. Guidare un’avanzata di migliaia di mezzi corazzati, davanti ad un nemico ben armato, con poche ore di luce al giorno e uno spazio aereo conteso, è molto più di ciò che qualsiasi membro dello stato maggiore russo abbia mai sperimentato.

A seguito dell’attacco iniziale, le forze russe si troverebbero ben presto a corto di rifornimenti. La capacità di rifornire le colonne meccanizzate lanciate in profondità diverrebbe ben presto la principale preoccupazione del comando russo. Le linee ferroviarie ucraine difficilmente verrebbero abbandonate intatte dalle forze in ritirata e le strade capaci di sostenere un traffico intenso sono scarse. A ciò si aggiunge la questione del controllo dello spazio aereo. Le colonne di rifornimento costituiscono facili bersagli e possono avanzare solo dove l’ombrello protettivo dell’aviazione è garantito. Il ritmo di avanzata russo, dunque, sarebbe il più lento tra quello delle forze corazzate, con le proprie linee di rifornimento, e dell’aviazione.

A est del Dnepr o lungo il suo corso sono presenti cinque grandi città: Kiev (3 milioni di abitanti), Kharkiv (1,5 milioni), Dnipro (1 milione), Zaporizhia (750 mila) e Mariupol (500 mila). Occupare anche una sola di queste aree urbane richiederebbe molto tempo e avrebbe un costo in vite umane molto alto. Molte di queste città rappresentano snodi stradali e ferroviari cruciali ed aggirarle complicherebbe notevolmente il compito dei reparti logistici, il risultato sarebbe il rallentamento dell’avanzata principale. Se lo scopo russo fosse l’occupazione di porzioni rilevanti di territorio ucraino, la conquista di almeno una delle maggiori città a est del Dnepr non potrebbe essere evitata. Il tempo richiesto per tali operazioni e il costo in vite umane è sicuramente noto a Putin, che ricorda certamente i due assedi di Grozny, una città più piccola di quelle sopra elencate.

La forza di un esercito è la sua massa moltiplicata per la sua coesione. La coesione, o morale, è anche il fattore più complesso da valutare in quanto sfugge a qualsiasi tentativo di misurazione. Un fattore che influenzerebbe la volontà di combattere è la durata del conflitto. Più lungo sarà il conflitto, più l’esercito ucraino guadagnerà determinazione e informazioni sull’avversario. In un conflitto prolungato gli aiuti dei paesi della NATO potrebbero risultare decisivi mentre l’apparato produttivo russo dovrebbe stare al passo con le necessità crescenti delle forze armate. Le forze russe sono composte per circa un terzo da coscritti e per il resto da soldati professionisti, con il perdurare dello scontro sarebbero i soldati di professione a subire le perdite maggiori, essendo su di loro che è costruita l’unità operativa di base delle forze armate russe, il Battalion Tactical Group (BTG). Con il passare delle settimane coscritti e riservisti affluirebbero sui teatri di guerra, diluendo la capacità operativa russa e la coesione delle singole unità. Se il numero di vittime dovesse raggiungere cifre considerevoli tra i soldati non professionisti, una reazione all’interno della società non è da escludere. I 5000 morti delle due guerre cecene furono più che sufficienti per convincere i governi russi di allora, uno dei quali presieduto dallo stesso Vladimir Putin, a rivedere i propri obbiettivi.

Cecchino russo durante la battaglia di Debaltseve a gennaio 2015, che costò ai separatisti ed ai russi morti nell’ordine delle centinaia

LE OPZIONI DELLA NATO

La strategia occidentale per ostacolare le ambizioni russe deve puntare ad aumentare il costo economico, politico e militare di un’eventuale invasione. Se la deterrenza dovesse fallire le nazioni NATO dovrebbero agire su tutti questi fronti contemporaneamente.

La prima mossa sarebbe l’imposizione di pesanti sanzioni economiche, volte ad isolare l’economia russa. Da questo punto di vista la via maestra è l’esclusione delle banche russe dal sistema globale di pagamenti elettronici SWIFT. Entro breve, il governo russo si troverebbe con un solo vero partner commerciale, la Cina. Questo porrebbe Mosca in una condizione di debolezza verso Pechino, situazione che certamente Putin desidera evitare.

Sul piano militare le nazioni occidentali dovrebbero fornire armamenti e risorse di ogni tipo al governo ucraino, oltre a fornire supporto logistico e di intelligence. Gli arsenali degli eserciti europei sono ricchi di armi anti-carro ora inutilizzate che potrebbero risultare decisive nelle mani delle forze ucraine.

Sarebbe necessario fornire appoggio finanziario al governo ucraino e predisporre piani per la gestione degli sfollati, che sicuramente accompagnerebbero le azioni militari.

Queste azioni devono puntare a rendere il conflitto lungo e costoso, sia in termini economici che in termini di vite umane, per la nazione russa. L’obbiettivo di medio termine è causare la dissoluzione della classe dirigente russa attuale infliggendo alle forze sul campo una sconfitta sanguinosa e umiliando nazionalismo russo. Il tempo è il fattore determinante, se la vittoria russa non arriva prima che l’Ucraina sia in grado di mobilitare, armare e organizzare i suoi 900 mila riservisti la guerra diverrebbe uno scontro di attrito che le forze d’invasione non si troverebbero nella posizione di poter sostenere a lungo.

Nota: l’articolo è stato completato il giorno 20/02/2022. Il giorno successivo il presidente russo Vladimir Putin ha formalmente riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, Come questo influirà sugli eventi delle prossime settimane non si può ancora dire.

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