Russia: Dall’accerchiamento all’intervento preventivo

Di Marco N

Questo pezzo è un contributo esterno, che non rispetta necessariamente il punto di vista dell’editore

In questo articolo cercheremo di esaminare l’attuale rapporto tra la Russia e la NATO, con, alla fine, particolare riferimento all’attuale questione Ucraina. Conoscere la storia e il punto di vista russi sulla questione può aiutare ad aprire la mente e giudicare in modo meno ideologico. TUTTI i giornali pubblicati in Occidente hanno purtroppo un solo punto di vista, profondamente atlantista. Tenteremo di dare un quadro storico generale in modo che il lettore possa farsi un’idea più generale della “Questione Ucraina”.

Parata militare russa

ASCESA E CADUTA DELL’URSS

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Il ciclo economico sovietico è stato variegato: al netto della prima guerra mondiale e della rivoluzione d’ottobre, la Russia imperiale era un paese in crescita che stava ammodernando le proprie infrastrutture e iniziava ad avere un potenziale industriale interessante. La prima fase post-rivoluzionaria fu essenzialmente distruttiva. La collettivizzazione delle risorse di produzione portò al tracollo del sistema economico privato e la concentrazione di terre e industrie nelle mani dello Stato. Dopo le fasi più critiche del terrore rosso e del Golodomor, che comunque spopolarono i territori dell’ex impero, l’URSS iniziò a vedere una ripresa demografica, economica e una modernizzazione dell’industria, particolarmente accentuata dalla fine degli anni ‘30, trainata poi dal comparto della difesa e dalla riorganizzazione economica antidistrettuale operata da Stalin fino alla sua morte (1952).

Questa crescita economica, dovuta alla modernizzazione industriale e agricola, continuò, seppur più debolmente, sotto Hruscev (1953-1964) ma vide la sua battuta d’arresto sotto la guida di Brezhnev (1964-1982). I russi stessi ricordano questo periodo come un periodo di stagnazione. Attenzione, però, questo fu il periodo paradossalmente più felice per i Russi: godevano di svariate libertà, il volto del potere non era aggressivo ma percepito come benevolo, c’erano lavoro per tutti, buone scuole, un apparato sanitario capillare e spesso la possibilità di andare in vacanza altrove in URSS a spese dello Stato.

Sorvoliamo sulla breve epoca che separa Brezhnev da Gorbacev e ci concentriamo su quest’ultimo.

Mikhail Gorbacev governò l’URSS dal 1986 fino al suo scioglimento. La sua missione fu chiara fin dall’inizio: abbandonare la retorica dell’Internazionale Comunista e aprirsi all’Occidente. Dopo lunghi anni di autarchia e autocrazia questo processo non poteva che essere doloroso: la perestroika (ricostruzione) con l’apertura delle frontiere alle merci e ai capitali stranieri portò le capacità industriali ai minimi e la creazione di un grande mercato nero monetario che valutava il dollaro statunitense fino a 20 volte il corso ufficiale. L’impero sovietico iniziò a perdere i pezzi dal 1989 con la caduta del muro di Berlino per concludere la sua lunga esistenza nel 1992, senza che si fosse per fortuna sparato un colpo (o quasi, N.d.R). Ovviamente si sciolse il patto di Varsavia e molti Paesi Europei, delusi dall’esperienza socialista e provati dal suo declino e dalla sua conclusione, iniziarono a guardare con interesse la costituenda Unione Europea.

Allargamento della NATO in 20 anni

LA DISTRUZIONE DELL’INDUSTRIA E L’ADOZIONE DEL MODELLO LIBERISTA

Consigli di lettura

Gli anni novanta in Russia furono, per la maggior parte del popolo, terribili. Razionamenti di pane e alimenti, trattenuta degli stipendi per mesi o saldo degli stessi in natura, pochissima sicurezza fornita dall’autorità per proteggere i deboli e gli onesti dalle orde di banditi che compivano ogni genere di scorreria, fino alla completa dismissione dell’industria e dell’agricoltura attraverso l’emissione di voucher azionari ai dipendenti e ai pensionati delle aziende dismesse dallo Stato. Inutile dire che, a parte pochissimi casi di industrie militari difese da operai ed esercito, questi voucher finirono in mano a poche persone che poterono acquistarli a basso prezzo o li ottennero con la violenza o la frode.

La Federazione Russa dismise quasi tutti i suoi asset, svalutò il rublo svariate volte, fino ad arrivare all’ultimo default del 1998. Parallelamente, a livello legislativo, la Russia seguiva fedelmente i dettami di politica liberale americana, spogliando i lavoratori di tutte le garanzie socialiste e adottando un modello economico ultraliberista. Questi anni segnarono anche un tracollo demografico, l’ennesimo dal 1915-17, oltreché la svendita di preziosi asset, tra i quali troviamo i diritti di sfruttamento minerario che facevano molta gola sia all’occidente che ad altri paesi in via di sviluppo, tra i quali l’allora emergente Cina.

VLADIMIR PUTIN: DAL DEFAULT AL NUOVO CORSO

Il disastro economico, unito alla guerra civile in Cecenia, portò nella notte di San Silvestro del 1999 alle teatrali dimissioni del presidente Eltsin in favore di Vladimir Putin, uomo di apparato, apprezzato sia dagli ex comunisti che comunque continuavano ad avere un certo appeal presso il popolo, che dai nuovi uomini del potere arricchitisi grazie alle grandi svendite di Eltsin e dal mercato libero di fatto da qualunque regulation statale.

Le successive elezioni del 2000 confermarono Putin nuovo leader della Federazione Russa che riuscì nell’intento di pacificare il Caucaso. Da questo momento iniziarono le purghe nei confronti di una parte dell’oligarchia più esterofila, ma anche riforme per riportare sotto il controllo russo molti asset che erano stati de facto ceduti ad aziende straniere. Putin in fondo non cambiò mai la struttura economica del paese inaugurata con la perestrojka ma, durante gli anni 2000, grazie a interventi mirati e a una legislazione nazionalpopolare, riuscì nel non facile compito di risollevare l’economia russa e contemporaneamente diffondere in modo veloce il benessere. Rimane a tutt’oggi una grandissima differenza tra le grandi città della Russia e quelle più piccole. Le campagne inoltre vedono un lento, ma inesorabile, processo di spopolamento in favore delle città.

La modernizzazione del settore industriale è stata essenzialmente trainata dalla difesa, dove la Russia investe cospicue risorse, ma iniziano a sorgere centri di eccellenza scientifica che, ancora lontani dall’essere di importanza globale, hanno comunque un’importante valenza regionale.

La politica estera ritorna ad essere espansiva e la Russia, soprattutto nei primi anni ‘10 del nuovo millennio, torna a giocare le sue carte sui tavoli che contano, intestandosi, anche sul piano militare, vittorie decisive come il ritiro dell’ISIS dalla Siria.

Dal punto di vista dei valori, l’orientamento conservatore suo e del suo partito, Russia Unita, è ciò che fa schiumare di rabbia tutti i libdem occidentali, sempre pronti da un lato a denunciare Putin come un fascista e dall’altro, lo vedremo, ad affidare a qualche esponente o movimento di estrema destra il lavoro sporco per delegittimare il potere in carica in Russia e nelle nazioni con storia filorussa o potenziale filorusso.

Non volendo essere apologetici dobbiamo dire, che accanto a questi successi, Putin e il suo entourage hanno anche dei difetti. In politica interna, infatti, poco è stato fatto su alcuni temi fondamentali che riguardano la prosperità di una nazione nel lungo termine: educazione e sanità. A parere dello scrivente, ci sarebbero le possibilità per investire e migliorare il funzionamento di questi importanti settori a vantaggio del popolo tutto. Non ci dilungheremo qui sui problemi della corruzione (non certo una novità in Russia) o sulla libertà di stampa, in quanto troppo, e a sproposito, è stato scritto in Occidente sul tema.

ACCERCHIAMENTO DI UNA SUPERPOTENZA ENERGETICA

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Il potenziale energetico russo è qualcosa di enorme: pochi giacimenti di idrocarburi sono sfruttati a pieno regime e le nuove esplorazioni, soprattutto con un prezzo del petrolio e del gas piuttosto basso negli ultimi 10-12 anni, procedono a rilento. Nonostante questo si stima che l’intera Siberia ed Estremo Oriente russo galleggino su giacimenti di carbone, gas e petrolio sconfinati. Per questa ragione la Russia si pone nei confronti dell’Europa e dell’Asia come un fornitore di idrocarburi di assoluto rilievo.

Nuovi gasdotti e oleodotti sono in costruzione o in avanzata fase progettuale, altri, come North Stream, Turkish Stream e Amur Stream sono appena stati completati o espansi. E’ facile pensare, con queste premesse, che molti paesi percepiscano una certa sudditanza energetica e vogliano assicurarsi una maggiore diversità nelle forniture. A questo si unisce la storica volontà di egemonia degli Stati Uniti di controllare il mercato energetico mondiale. Ecco che quindi la Russia viene percepita sì come partner ma anche come potenza cui limitare l’accesso ai mercati occidentali. Il comportamento della Germania è a questo proposito iconico: con una mano costruisce gasdotti in collaborazione con Mosca e con l’altra importa gas liquefatto dagli Stati Uniti, ora inaugurando una politica di distensione con la Russia, ora invocando sanzioni contro di essa.

Nel contesto europeo la NATO si pone come organismo militare di limitazione dell’influenza russa: negli ultimi anni infatti abbiamo assistito all’installazione di basi missilistiche in Polonia e negli stati baltici ex sovietici, il tentativo di espandere il proprio potere nel Caucaso (ad esempio in Georgia nel 2004), il tentativo di cooptare la Turchia in chiave antirussa attraverso scaramucce per procura come sono avvenute in Siria e probabilmente, più recentemente, in Kazakistan.

Oltre alla politica aggressiva della NATO e di alcuni dei suoi paesi membri vogliamo qui ricordare le varie rivoluzioni colorate nei paesi attorno alla Russia che, laddove sono riuscite, hanno portato a un rapido allontanamento dei paesi interessati dalla sfera di influenza russa.

Mappa delle rivoluzioni colorate

Si perdoni l’utilizzo del cirillico, ma ciò che quest’immagine rileva ai fini dell’esposizione sono le rivoluzioni colorate e l’anno in cui queste sono avvenute. Come si vede esse hanno inizio con la conferma di Putin al potere nei primi anni duemila e subiscono un’accelerazione dal 2009 in poi. Come già scritto su questo blog, le recenti proteste in Kazakistan, sfociate in guerriglia grazie alla massiccia presenza di paramilitari kazaki e stranieri addestrati in Turchia, sono state sedate con l’invio di alcune truppe degli eserciti dei paesi aderenti al patto CSTO (Collective Security Treat Organization).

A colpo d’occhio è possibile apprezzare che le rivoluzioni siano avvenute tutte in paesi ex sovietici, per lo più confinanti, in cui la Russia gioca ancora un ruolo di preminenza.

Risulta così evidente il tentativo di accerchiamento politico e militare della Russia, soprattutto in Europa, Vicino Oriente e Caucaso. Nel caso delle proteste in Russia, Bielorussia e Ucraina sono stati usati a piene mani movimenti ultranazionalisti di destra.

In Russia il simbolo delle proteste contro Putin è stato Navalny, tanto osannato dai democratici nostrani, quanto assiduo frequentatore dei neonazisti delle “Marce Russe”. La scusa utilizzata per accendere la miccia del supporto popolare è sempre la cosiddetta onestà del presidente, del governo e dei parlamentari. A differenza dell’Italia però la cosa non ha fatto presa in cabina elettorale che ha recentemente premiato principalmente il partito al governo e il partito comunista (questo soprattutto nelle grandi città).

Nel caso dell’Euromaidan in Ucraina, Pravyi Sektor (settore destro) guidò a mano armata il Paese fino alla formazione del nuovo governo, guarda a caso filoamericano. In Bielorussia, la candidata presidente Svetlana Tikhanovskaya, dopo la sua sconfitta, ha istigato alla rivolta contro il presidente Lukashenko, col supporto di tutti i liberaldemocratici europei. Nelle proteste i manifestanti agitavano non già la bandiera bielorussa, ma una bandiera biancorossa coniata dal movimento nazionalista bielorusso nei primi del ‘900.

UCRAINA: UN EQUILIBRIO INSTABILE

Vedi anche: La guerra nel Donbass

La composizione etnica dell’ucraina è variegata: a nord-ovest vi sono molti polacchi, ad ovest ungheresi, a sud ovest rumeni e ad est vi è una forte prevalenza russa. Possiamo dire che il “core” dell’ucraina si trovi nel suo centro geografico. A questo centro sono stati aggiunti inizialmente i territori del Donbass negli anni ’30 del secolo scorso, poi i territori conquistati dall’Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale (sottratti a Polonia, Ungheria e Romania) e in seguito la Crimea da parte del segretario del PCUS, l’ucraino Hruscev.

L’Ucraina era una Repubblica Sovietica direttamente dipendente da Mosca e prima ancora, per oltre 300 anni, territorio dell’impero Russo. Diremo di più: a Kiev nasce di fatto la Russia cristiana e feudale con il battesimo della Rus’ da parte del principe Vladimir (867 d.C.).

Al netto delle naturali antipatie che può causare un rapporto di fatto coloniale, Russia e Ucraina condividono una lunghissima storia insieme, culture davvero molto simili e la stessa religione (anche se problematica come scriveva su queste pagine l’ottimo Synesius Cyrenensis) . Possiamo quindi dire che sarebbero alleati naturali nei confronti delle popolazioni alloctone, come in effetti lo furono nei confronti ad esempio delle orde mongole ai tempi del feudalesimo russo che si estende quasi fino alla fine del 17esimo secolo.

Nel frastagliato mondo moderno le dinamiche purtroppo non sono quasi mai lineari. E’ bastato fare promesse di una vita migliore e un po’ di leva sul revanscismo nazionalista Ucraino che trova la sua mascotte in Stepan Bandera, alleato dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale in chiave antisovietica, che in men che non si dica un governo filorusso è caduto e se ne è costituito un altro nemico giurato con annessa la damnatio memoriae di secoli di storia comune. Ovviamente ciò non ha per niente giovato alla già claudicante economia Ucraina che vedeva nella Russia il suo partner commerciale principale. In 8 anni non è ancora riuscita a conquistare quote di mercato presso altri paesi che possano sopperire all’ovvio deterioramento delle partnership ucraine con le aziende e lo stato Russo.

Americani ed Europei sono riusciti a vendere all’Ucraina il sogno di una vita migliore, guardandosi bene dall’aiutarla a realizzare i suoi obiettivi di crescita e anzi costringendola a indebitarsi per sostenere la spesa corrente mentre l’economia languiva, e acquistare armi da usare contro la “minaccia russa”.

L’anelito di libertà gridato dall’Euromaidan, sicuramente legittimo per i più ma anche frutto di un’errata percezione di cosa voglia dire davvero appartenere all’Unione Europea, fu immediatamente strumentalizzato dagli americani. Ricordo infatti che il dipartimento di Stato USA era direttamente schierato nelle proteste con, ad esempio, la presenza di Victoria Nuland. In breve tempo le pacifiche proteste del Majdan si trasformarono in guerriglia urbana che videro l’estrema destra Ucraina contro le formazioni filorusse. Sarebbe ingenuo pensare che l’evoluzione del conflitto che sfiorò la guerra civile a Kiev non fosse guidato o aiutato da mani estere. Ciò è anche confermato dal fatto che, nel primo governo voluto dal presidente entrante Petro Poroshenko dopo l’Euromaidan ci fossero tra i ministri cittadini americani e addirittura Mikhail Saakashvili, il presidente georgiano incoronato tale nel 2004 dopo la rivoluzione delle rose, diventò governatore di Odessa. Per capirsi, è come se Napolitano, dopo il suo settennato da Presidente della Repubblica Italiana andasse a fare il governatore della Baviera in seguito a una protesta a Berlino.

In questo contesto nella primavera del 2014, le città di Lugansk e Donetsk proclamano l’indipendenza dall’Ucraina e la Crimea vota un referendum per l’annessione alla Russia (dopo la presa di siti strategici da parte di paramilitari guidati da forze speciali russe N.d.R.). Sospendo il giudizio sulla genuinità del referendum ma si può affermare che gran parte della popolazione nell’Ucraina dell’est è russa o ha origini russe. Inoltre bisogna considerare anche che a Sebastopoli, in Crimea, è situato l’unico porto caldo della Russia, che ospita una storica e fondamentale base della marina militare russa. Se guardiamo le cose dalla prospettiva di Mosca è chiaro che l’instaurazione a Kiev di un governo ostile avrebbe potuto destabilizzare il controllo della Russia non solo sulle terre affacciate sul Mar Nero, ma anche su tutto il Caucaso, già di per sé una polveriera come ci ricordano i lunghi anni di guerra civile in Cecenia e gli eterni conflitti nel Nagorno-Karabakh tra Armeni e Azeri.

Per quanto riguarda il Donbass, da 8 anni procede a singhiozzo un’operazione militare ucraina per riconquistarne i territori. A nulla sono valsi gli accordi di Minsk che prevedono il riconoscimento dello statuto speciale alle repubbliche di Lugansk e Donetsk e il ritiro dell’ingerenza russa dalle regioni.

C’è però ancora qualcosa di inspiegabile: perché dopo anni di equilibrio instabile nell’est dell’Ucraina la NATO ha cominciato a rifornire massicciamente l’esercito regolare Ucraino di armi, addirittura piazzando centinaia di soldati – e forse anche mercenari – in un paese che non fa parte della NATO? Quali sono le vere intenzioni dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina e quindi della Russia? E’ veramente necessario che l’occidente giochi a fare il difensore armato della democrazia nel cortile di casa di una superpotenza nucleare? Il fallito colpo di stato in Kazakistan è in qualche modo collegato all’acuirsi del conflitto?

Guardiamo con interesse all’evolversi della situazione, per ora solo giornalisticamente gonfiata, ma sulla nostra pelle sappiamo che l’isteria mediatica e governativa potrebbe portare a conseguenze drammatiche per l’Ucraina e l’Europa tutta.

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