Il Nomos dell’aria (2/2)

DI SYNESIUS CYRENENSIS // PRIMA PARTE // BEHEMOT CONTRO LEVIATANO

Questo pezzo è un contributo esterno, che non rispetta necessariamente il punto di vista dell’editore

STATI GASSOSI

È piuttosto evidente che Carl Schmitt sia arrivato al suo paradigma storico elementale a partire dallo studio giuridico delle relazioni internazionali, dallo ius gentium, visto che le sue migliori intuizioni sul nostro periodo gassoso riguardano proprio il nuovo paradigma geopolitico. Tuttavia, tali intuizioni sono ancora limitate dal fatto di essere puramente negative: Schmitt descrive la negazione del paradigma precedente – lo ius publicum europaeum – senza poter ancora indicare se non molto vagamente le caratteristiche proprie dell’ordine attuale.

La civiltà europea medievale, dice Schmitt, era caratterizzata dalla presenza di due poteri universali, l’Impero e il Papato, che fungevano da arbitri fra poteri statali subordinati. Lo spazio piramidale della civiltà terrestre strutturava anche lo spazio politico secondo il paradigma della sussidiarietà: la casa, il villaggio e la parrocchia, il feudo e la diocesi, il regno e il patriarcato, l’Impero e il Papato, la Divinità. La sovranità, ad ogni livello, emanava ordinatamente dal livello superiore e ne era per questo al contempo limitata e fondata. In questo contesto, la guerra era controllata e permessa dalle autorità universali.

Nell’Europa moderna uno di questi livelli, lo Stato cioè il sovrano, si è emancipato sia dal vincolo superiore al potere universalistico di Impero e Papato, sia parzialmente dalla necessità di coincidere in toto con la società civile sottostante. I sovrani europei si riconoscono vicendevolmente come agenti politici legittimi, la guerra fra di essi è un’azione formalizzata e regolare. Di nuovo, il sovrano, il Leviatano, è una nave compatta in un mare di vettori, cioè alleanze e leghe, inimicizie e guerre aperte.

Questo ius publicum europaeum, nota Schmitt, venne progressivamente a mancare a partire dalla Prima Guerra Mondiale. Prima di tutto, il concetto di una guerra giusta in quanto regolare – cioè dichiarata da due agenti legittimi e sovrani – fu sostituito dal concetto pacifista (ma profondamente problematico) di una guerra giusta solo se difensiva. Si tornava così, almeno apparentemente, alla “guerra giusta” dei teologi medioevali, la cui giustizia era deferita ad un arbitro universale, all’epoca la Società delle Nazioni. Secondo, i conflitti del ‘900 si mossero al di là dell’ideologia legittimistica nata con la Pace di Westfalia: se la conquista di territorio europeo in età moderna non comportava un cambiamento della costituzione e della religione del territorio stesso e una delegittimazione del sovrano avversario, la guerra novecentesca non solo delegittima lo sconfitto, ma spesso viene dichiarata precisamente per imporre un cambiamento di costituzione al nemico. Il primo esempio di questo modo di procedere fu, non a caso, la Pace di Versailles del 1919, che delegittimò la dinastia regnante prussiana e impose un cambiamento di costituzione alla Germania. Con queste premesse – guerra informale, guerra ideologica – era nata la guerra totale, questa specie di crociata meccanica e inarrestabile.

La condizione caratteristica della nostra epoca è proprio la vaporizzazione della sovranità, ed è difficile capire se siano stati quei cambiamenti nello ius gentium a causarla o, viceversa, lo ius gentium si sia adattato ad una nuova situazione di fatto. Cosa intendo con vaporizzazione della sovranità? Per l’appunto che la navicella compatta del sovrano moderno ha perso la sua compattezza: da una parte, essa è ormai disarticolata in organi legati ma indipendenti, dall’altra essa è sottoposta a una moltitudine di influenze esterne. Si può parlare, per lo stato contemporaneo, di stato gassoso.

Uno dei poteri fondamentali del sovrano è il conio di moneta. Ma in molti stati oggi le banche centrali sono indipendenti dalla sovranità o addirittura in condivisione con altri stati. Non solo, ma con l’eliminazione del gold standard la valuta nazionale, un tempo simbolo dell’affidabilità e legittimità del sovrano (non a caso in greco si chiamava νόμισμα, derivato da νόμος), diventa un bene sul mercato non diverso dagli altri; anzi, con la politica di inflazione continua che spinge ad un uso a breve termine della valuta, essa perde continuamente valore essendo creata, come si dice in inglese, out of thin air. Moneta gassosa.

Gli apparati statali, il cosiddetto deep state, godono in questo contesto di ampia autonomia dal sovrano, un problema particolarmente evidente e cogente quando questo sovrano sia “il popolo”, cioè nelle democrazie, dove il sistema di divisione dei poteri e i farraginosi processi di formazione dell’indirizzo politico non possono fornire un contrappeso alle – e men che mai un vero dominio sulle – iniziative degli apparati statali. Questi stessi apparati statali sono spesso tutt’altro che coesi nel perseguire gli interessi dello stato che formalmente servono; essi sono anzi molto aperti alle infiltrazioni sia di altri stati che di associazioni criminali e altri gruppi di interesse privato (lobbies, think tanks).

Il monopolio della forza, si dirà, rimane però saldamente nelle mani degli stati. Tuttavia anche le forze militari sono soggette alle stesse dinamiche degli altri apparati statali; di sicuro esse sfuggono in larga misura al controllo del “sovrano” formale delle democrazie, cioè la popolazione, che non ha mai davvero possibilità di dare indirizzo alle forze militari del proprio paese, se non in forme così mediate, che gli ordini si dissipano facilmente nel reame intermedio dell’aria. Aggiungiamo poi i molti esempi studiati su questo blog di eserciti armati o addestrati da potenze straniere (come entrambi gli eserciti in Ucraina N.d.R.) .

Se tutto ciò non bastasse, il nuovo ius publicum nato già a Versailles limita all’origine la libertà e la legittimità dei sovrani – siano essi monarchici o democratici –, tanto che non solo un cambiamento di costituzione, ma anche l’approvazione di leggi ordinarie può essere impedito da contropoteri come la stampa, i mercati, gli stati egemoni. Ma anche senza questi corpi “esterni”, i sovrani democratici consistono in società così atomizzate e così connesse al di fuori dei confini nazionali, che l’elaborazione di un qualsiasi indirizzo geopolitico incontrerà fortissime resistenze da parte dei gruppi economici interessati, i quali agiranno a tutti gli effetti come agenti del paese straniero che si andrebbe a svantaggiare con il suddetto indirizzo.

Ultimo aspetto di evaporazione della sovranità è quello territoriale. Una complessa architettura di autorità centrali e trattati, da quelli monetari ed economici, a quelli sulle leggi del mare, alle alleanze militari e alle aree di libero scambio, fa sì che nessun sovrano politico abbia più un vero e proprio controllo del proprio territorio: confini incontrollabili, basi militari straniere sul territorio nazionale, competizione scorretta da parte di partner commerciali, interdipendenza delle infrastrutture di trasporto e dell’energia, libero scambio di informazione e intrattenimento.

In queste condizioni, lo Stato come entità produttrice di politica, e quindi di storia, vede la propria importanza fortemente ridotta rispetto all’età moderna. Certo, gli Stati e le nazioni rimangono “misure” fondamentali della geopolitica, ma trattarli come monoliti uniti o divisi da vettori lineari, come se ci trovassimo ancora all’epoca della Guerra dei Sette Anni, è una pia illusione. Bisognerebbe piuttosto parlare di aree in un mondo aereo. Gli Stati sono formazioni gassose che si compenetrano e si influenzano vicendevolmente su più piani e non necessariamente secondo profili territoriali. Naturalmente esistono anche correlazioni territoriali, ma si tratta molto più di zone di diversa pressione, sistemi di moti convettivi comuni piuttosto che dei vecchi confini stabili, presidiati da cortine di ferro. Questo spiega la multipolarità limitata dei conflitti: il paradigma non è più né il bipolarismo della Guerra Fredda, né il multipolarismo della modernità eurocentrica; esistono invece “sfere” d’influenza delle grandi potenze, all’interno delle quali però il controllo non è capillare; esistono cani sciolti che devono però di volta in volta appoggiarsi ad una potenza o all’emissario di una potenza per incidere veramente. Pensiamo solo al difficile rapporto della Turchia con gli Stati Uniti e la Russia o alle oscillazioni di outsider come la Nord Corea e l’Iran.

Questa situazione non è dovuta solo alla struttura interna delle entità statali contemporanee, ma anche alla prospettiva adottata dall’egemone attuale, che informa di sé volente o nolente tutto il mondo: la prospettiva dall’alto.

Raffigurazione del Ziz, figura mitologica cabalistica

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BEHEMOT, LEVIATANO, ZIZ

In Terra e Mare, Schmitt ricordava come il “grande gioco” del XIX secolo, il conflitto fra Inghilterra e Russia, fosse descritto nel linguaggio giornalistico dell’epoca come il conflitto fra la balena e l’orso, il grande impero di mare e la grande tellurocrazia. Egli parafrasava poi questi due animali reali con i due mostri del libro di Giobbe e della cabbalà, il Leviatano e il Behemot. I due conflitti mondiali però, oltre a terminare lo ius publicum europaeum, hanno anche smembrato l’Impero Inglese, la grande balena. Le due cose, notava già Schmitt, sono profondamente collegate: il nomos della terra europea dipendeva dal libero mare inglese. Cosa resta di questo libero mare?

È chiaro che l’impero del mare inglese è stato ereditato dagli Stati Uniti d’America. Questo apparentemente contraddice l’idea di Schmitt della correlazione fra ius publicum europaeum e mare libero. Se a ciò aggiungiamo che l’orso russo è ancora vivo e vegeto, nonostante tutti i tentativi di abbatterlo, si potrebbe pensare che la geopolitica odierna sia ancora esaurita dalla dialettica terra-mare. L’idea non è falsa e questa dialettica è ancora operativa nel mondo, ma da sola non spiega tutto; essa deve essere ricompresa in una prospettiva più ampia – la prospettiva dall’alto.

Non è un caso che la potenza egemone, gli Stati Uniti, rappresenti se stessa come un’aquila. Dopo il gigante terrestre e il grande pesce, ecco che si affaccia sul teatro della storia il grande uccello. L’aquila vede tutto dall’alto, su tutto può piombare in un momento; il suo nido è posto in alto, “nelle caverne delle rocce, sulle cime dei colli” (Ger 49:16), poiché esso è the shining city upon a hill, che proietta la propria luce su tutto il mondo ma che il mondo non deve poter mai raggiungere o toccare. Per continuare con la parafrasi cabalistica di Schmitt, essa è il Ziz, l’uccello grande come il Leviatano, le cui gambe sono nel mare e le cui ali oscurano il sole, le cui carni hanno infiniti sapori e le cui uova, cadute e infrante sopra le città degli uomini, provocarono disastri e cataclismi.

Fuor di metafora, gli USA sostituiscono l’Inghilterra (il Leviatano). Hanno il controllo del mare ma, diversamente dall’Inghilterra, hanno anche una pretesa universalistica, formulata come dottrina dei diritti umani e incarnata da istituzioni come l’ONU e l’UE: in questo, essi sono potenza mediatrice fra le potenze di terra, cioè gli stati arretrati, e il cielo divino dei diritti – demone o aquila di Zeus. Essi stessi hanno l’ambizione di incarnare l’ordine divino che vogliono anche imporre e si rappresentano perciò come melting pot – questo è il significato degli infiniti sapori della carne del Ziz. Questa ambizione di fare da esempio, unita alla particolarissima posizione geografica, spiegano la metafora della “città brillante sulla collina”: essi sono al contempo fisicamente inaccessibili (ciò spiega il trauma del 9/11) e presenti ovunque per mezzo dell’immagine di sé che proiettano. Come mediatori universali, essi si sentono investiti della missione di controllare tutti e di intervenire ovunque, il che non sarebbe possibile senza la visione dall’alto di una potenza aerea.

La posizione particolare degli Stati Uniti, così come la vaporizzazione della sovranità generalizzata, spiegano anche le nuove forme di guerra tipiche del mondo aereo. Non che la guerra convenzionale sia sparita ma, di nuovo, anch’essa va ricompresa in una prospettiva strategica più ampia. La stessa guerra marittima ha perso la forma euclidea tipica della modernità, assumendo grazie ai progressi nella tecnica dei sottomarini una tridimensionalità che la accomuna alla guerra aerea. Non si tratta nemmeno di tattiche come la guerra partigiana o le no-fly zones e i bombardamenti senza invasioni terrestri, o addirittura le bombe atomiche (le uova dello Ziz). Tutte queste cose sono componenti importanti del quadro della guerra aerea, ma non lo esauriscono. Il punto fondamentale è, a mio avviso, la vaporizzazione dello stato di guerra stesso. Pensiamo a tecniche quali il Jiu-Jitsu politico o la pressione migratoria, che sfruttano lo stato gassoso delle società filoamericane e dei loro media in particolare. Pensiamo al ruolo delle agenzie di rating con sede negli USA, che sfruttano la moneta gassosa delle nostre economie. Pensiamo al terrorismo in stile ISIS, non più legato ad una organizzazione politica (come era quello di Al Qaeda), ma all’emulazione di “lupi solitari”, atomi impazziti di stati etnicamente e dunque socialmente vaporizzati, radicalizzati dalla spettacolarizzazione del terrorismo da parte dei media. Ad essere complottisti, si potrebbe inserire in questo nuovo modo di fare la guerra anche un virus a trasmissione aerea non abbastanza grave da diventare un cataclisma ma sufficientemente grave da mandare in tilt i paesi occidentali. Certo è che molta “guerra” passa anche per la propaganda, l’intrattenimento e tutto ciò che ha a che vedere con internet, dagli attacchi hacker alle campagne social.

Tutti questi fenomeni fanno sì che la “guerra” non sia più uno stato definito e limitato, come era nello ius publicum europaeum. Essa è una condizione non solo permanente delle relazioni internazionali, ma anche pervasiva: non esiste limite di tempo (pace) né di spazio (neutralità). La stessa definizione di “guerra” perde, in questo contesto, il suo definiendum e la sua differenza specifica dalla politica – la guerra non è più “la continuazione della politica con altri mezzi”, ma guerra e politica sono un tutt’uno. La guerra è nell’aria che respiriamo.

IL DILUVIO O IL DRAGONE?

Al termine di questo lungo volo d’uccello sul nostro mondo, mi sia permesso pronunciare una facile profezia. Credo infatti che il nomos dell’aria, oggi al suo culmine, abbia solo due possibili sviluppi, che io collocherei piuttosto nel lungo che nel medio periodo.

Da una parte, l’attuale modello mostra segni di instabilità e inadeguatezza; la stessa antropologia nichilista dell’uomo-nuvola non credo possa riprodursi indefinitamente. Senza contare che, man mano che nuovi popoli e paesi si innalzano alla fase aerea, il cielo si fa sempre più caotico e affollato. Esiste la possibilità che le nuvole si addensino tanto da collassare in un diluvio, riportandoci indietro alla fase elementale precedente, quella del mare.

D’altra parte, sotto i nostri occhi sta emergendo una nuova potenza che sembra abbia intenzione di insidiare il grande uccello: il Dragone. Esso tuttavia è una bestia molto ambigua: il Dragone diverrà un nuovo Leviatano, un grande serpente dell’acqua? Oppure troverà posto accanto al Ziz fra le potenze dell’aria? Nel primo caso, probabilmente fallirà la propria scalata al potere, mentre nel secondo potrebbe essere esso stesso l’agente del collasso dell’attuale modello, essere la causa del diluvio come vuole la mitologia cinese. Tuttavia c’è una terza possibilità, più imprevedibile: che questo Dragone si riveli un essere di fuoco, trionfando sull’aquila e instaurando una nuova epoca, della quale però ora è impossibile parlare. “Ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1Gv 3:2).

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