Il Nomos dell’aria (1/2)

DI SYNESIUS CYRENENSIS // SECONDA PARTE // BEHEMOT CONTRO LEVIATANO

Questo pezzo è un contributo esterno, che non rispetta necessariamente il punto di vista dell’editore

הֲבֵ֥ל הֲבָלִ֖ים הַכֹּ֥ל הָֽבֶל

(Ecclesiaste 1:2)

οὐκ ἔστιν ἡμῖν ἡ πάλη πρὸς αἷμα καὶ σάρκα ἀλλὰ πρὸς τὰς ἀρχάς, πρὸς τὰς ἐξουσίας, πρὸς τοὺς κοσμοκράτορας τοῦ σκότους τούτου, πρὸς τὰ πνευματικὰ τῆς πονηρίας ἐν τοῖς ἐπουρανίοις.
(Efesini 6:12)

INTRODUZIONE

Nelle ultime pagine di Terra e Mare, Carl Schmitt, dopo aver descritto la storia del mondo in termini di passaggi elementali, dalla terra all’acqua, si chiedeva verso quale elemento sarebbe avvenuto il nuovo passaggio, se verso l’aria o verso il fuoco. La medesima domanda, in forma meno immaginifica, si percepisce fra le righe del ben più ponderoso Il Nomos della Terra, dove l’autore descrive la nascita, lo sviluppo e la fine dell’ordinamento spaziale dell’età moderna: il Nomos non offre però se non accenni riguardo l’ordinamento nuovo che, dopo il Secondo Conflitto Mondiale, è progressivamente emerso.

I silenzi di Schmitt sono del resto inevitabili, poiché egli si trovava agli albori di quell’ordine che ancora non era chiaramente emerso e non poteva perciò essere studiato, semmai divinato. Noi però abbiamo rispetto a lui una posizione storica di vantaggio e possiamo già farci un’idea più chiara della natura dell’ordine vigente.

In questo contributo vorrei sommariamente descrivere l’ordinamento spaziale attuale sotto la figura dell’aria: dapprima cercherò di dimostrare il cambiamento epocale di visione delle popolazioni c.d. “occidentali” da una visuale di terra o di mare a una d’aria; quindi cercherò di tracciare alcune conseguenze di questo mutamento di prospettiva nelle società aeree; infine intendo esporre le conseguenze del mutamento dal punto di vista dell’ordine geopolitico complessivo.

Carl Schmitt

VISUALE DALL’ALTO

Sarebbe scontato attribuire un cambiamento di visione in senso aereo all’invenzione dell’aeroplano; lo stesso Schmitt abbozza quest’ipotesi al termine di Terra e Mare. Abbozza ma non difende: egli è troppo conscio che la semplice invenzione di un mezzo tecnico non è sufficiente a determinare un cambiamento di prospettiva, più di quanto le navi olandesi in se stesse, senza i pirati inglesi e il protestantesimo, ne fossero capaci.

Un’altra ipotesi in parallelo a Schmitt potrebbe essere quella dello spazio: la conquista dello spazio, come la scoperta e conquista dell’America, avrebbe prodotto un cambiamento epocale di visione e ordinamento del mondo. Tuttavia è impossibile paragonare davvero, dal punto di vista delle ricadute pratiche, questi due avvenimenti; per di più, Schmitt stesso riconosceva che, se un cambiamento dalla terra al mare era stato prodotto dalla scoperta, sarebbe stato improbabile che un nuovo cambiamento si fosse prodotto da una scoperta. Ciò che è pensato come ripetizione o rinnovamento del passato non può determinare una rivoluzione di pensiero.

Seguendo l’argomentazione dello Schmitt, la prospettiva di una collettività sembrerebbe almeno in parte determinata dalle attività economiche che essa svolge, o per lo meno da alcune attività che assumono un’importanza fondamentale nel sistema sociale di quella collettività: l’esempio è il ruolo svolto dai cacciatori di balene e dai pirati nel passaggio dalla terra al mare dell’Inghilterra del XVI secolo. Qui bisogna, a mio avviso, individuare il passaggio fondamentale di prospettiva.

Per la prima volta nella storia umana, lungo l’ultimo secolo sempre più esseri umani sono passati dal settore primario e secondario al settore terziario. A questo cambiamento deve corrispondere un cambiamento altrettanto rivoluzionario di prospettiva spaziale, se è vero che il settore primario era legato a doppio filo alla prospettiva da terra e quello secondario (l’industria) alla prospettiva del mare. Il settore terziario è il settore della mediazione: esso non produce e non estrae, ma amministra ciò che esiste. Nel pensiero degli antichi, le potenze mediatrici fra il mondo degli dèi e quello degli uomini, i demoni (δαίμονες), erano le potenze dell’aria: essi non abitavano la terra né propriamente il cielo, ma quello spazio intermedio fra i due che, apertosi grazie a Crono, permette la vita di tutte le cose e contiene i venti, le nubi e gli altri fenomeni metereologici. L’aria dunque.

È in questo spazio aereo che si muovono le onde che mediano la gran parte dell’economia e della vita contemporanea. Il processo era già iniziato con la radio e la televisione, ma ha assunto proporzioni epocali con internet. Non è un caso che le controparti odierne del pirata e del cacciatore di balene si muovano su questi mezzi: che si parli di intrattenimento, di informazione, di economia dei dati e tecnologia o della stessa politica, le figure più in vista e quelle più influenti devono vivere per aria. Ma questo non vale solo per un’élite, perché, per lo meno nel mondo occidentale, anche le masse sono completamente compenetrate da questo elemento aereo, la cui prospettiva diventa così ancor più pervasiva di quella che fu dei balenieri e dei pirati.

Solo in questo contesto anche l’aeroplano e il razzo spaziale possono assumere valore nuovo: non perché essi stessi schiudano una prospettiva inedita, ma perché, una volta che questa prospettiva si sia rivelata, essi permettono che essa si avveri anche nella realtà materiale. Così l’aereo, all’epoca di Schmitt ancora soltanto un mezzo militare sostanzialmente analogo alla nave, diventa oggi grazie alle compagnie low-cost una abitudine di larghi strati della popolazione, permettendo una mobilità non solo quantitativamente superiore, ma anche qualitativamente diversa: non si “attraversa” più la terra o il mare per spostarsi, ma si “sparisce” dal luogo di partenza dentro un non-luogo (l’aeroporto) per “riapparire” nel luogo di arrivo, come se ci si fosse smaterializzati e rimaterializzati. Persino il treno, per mezzo dell’alta velocità, imita ormai questa dinamica aerea di viaggio. Lo spazio, dal canto suo, si popola di satelliti, i quali catturano e comunicano la visuale aerea, “dall’alto”, a chiunque.

LA CASA, LA NAVE, LA NUVOLA

In cosa consiste dunque questa “visuale dall’alto”? Di cosa è fatto l’uomo aereo? Prima di tutto riflettiamo su come muti la rappresentazione dello spazio in base all’elemento in cui ci si trova e ai movimenti che esso concede. Lo spazio della terra è uno spazio piramidale o una serie di cerchi concentrici: distanze e ostacoli determinano una rappresentazione gerarchica e ordinata dello spazio, dove non tutti i punti sono equivalenti e dove la posizione centrale – la casa – è di fondamentale importanza perché determina tutte le relazioni successive. Questo è il senso profondo degli antichi miti dell’axis mundi, la grande montagna o albero al centro della terra. Il mare è per definizione “libero” o, come dicevano i latini, un aequor, un “piano”. Perciò sul mare non hanno più senso le gerarchie e le strutture dello spazio ruvido della terra; sul mare, tutto è dinamico: esistono solo punti – le navi – e vettori – le correnti – che disegnano diverse figure geometriche in movimento su un piano.

Apparentemente l’aria rappresenta, rispetto al mare, un mutamento puramente quantitativo: trattandosi comunque di due fluidi, darebbero luogo alle stesse dinamiche, ma a velocità diverse. Non è così però e l’aria rappresenta una differenza qualitativa rispetto all’acqua. Primo, perché l’aria è tridimensionale e perciò contempla la gerarchia, sebbene non allo stesso modo che la terra. Secondo, perché, sebbene anche l’aria abbia le sue correnti, esse non sono costanti come quelle marine. Nell’aria c’è insomma un movimento del movimento stesso. Terzo, perché gli oggetti che si muovono nell’aria non sono compatti, come le navi o i pesci: le nuvole non sono nemmeno veri e propri oggetti, ma insiemi di oggetti, e gli stessi uccelli hanno le ossa cave. Quarto, perché la visione della terra dal mare può essere solo parziale (e viceversa), mentre la visione di terra e mare dall’aria appare totale e gli ostacoli al raggiungimento di un luogo particolare sembrano rimossi.

La cellula minima del mondo terrestre, secondo Schmitt, è la casa. Per questo motivo, la società terrestre si struttura intorno alla famiglia, intesa nel senso antico del termine come homestead, οἶκος, un’unità economicamente semi-autonoma, gerarchica (con un capo, dei consanguinei sottoposti, dei servi e dei dipendenti, degli animali addirittura), territoriale. Così la casa di Odisseo è costruita intorno al grande ulivo e quella dei Volsunghi intorno al Barnstokkr – una miniatura dell’axis mundi.

La cellula minima del mare è invece la barca: essa ha una gerarchia, la quale però è dinamica; non ha un territorio e non è autonoma. Il corrispettivo della nave si trova nell’insieme della “società civile”, diversa dagli apparati statali e composita di un insieme di comunità (aziende, sindacati, partiti, chiese, massonerie, clubs) in cui si entra volontariamente e da cui volontariamente si può uscire. Prova ne sia la differenza fra chiese riformate sul continente e in Inghilterra e America: i luterani tedeschi pur essendo indipendenti da Roma erano ancora una società di terra e vigeva nei loro territori il cuius regio eius religio; nelle società marinare invece le denominations potevano essere scelte e ricusate dall’individuo come si trattasse di clubs.

Nell’aria possono galleggiare solo le nuvole, strutture precarie e provvisorie, in continuo movimento, gerarchiche perché estese in altezza e profondità, ma anche prive di confini ben determinati e dunque soggette a sbiadire l’una nell’altra. E nessuno può negare che i “corpi intermedi”, cioè la società civile così tipica della civiltà di mare, siano nel mondo odierno “vaporizzati”, ridotti proprio a nuvole precarie, penetrabili e indeterminate o “svuotati”, come le ossa di un volatile. In questo contesto è la singola molecola o la singola gocciolina d’acqua la cellula fondamentale della società, ciò che noi chiamiamo individuo. Ma come si comporta questo individuo aereo?

L’UOMO NUVOLA

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Un’antica dottrina diffusa in tutte le culture del mondo vuole che la forma complessiva dell’universo sia corrispondente alla forma complessiva del singolo essere umano, che il microcosmo si rispecchi nel macrocosmo e viceversa. C’è in questo molto di vero. L’uomo antico e medievale, l’uomo terrestre, non si concepisce come individuo, se non in senso banalmente spaziale (io sono qui e non altrove). Dentro di sé, egli percepisce una quantità di istanze ordinate gerarchicamente, come una piramide che dal corpo materiale risale gradino per gradino fino al cucuzzolo dell’anima, l’apex mentis, che sta al cospetto di Dio. Oppure come un insieme di cerchi concentrici che, dalla pelle che tutti vedono, entra fino all’intimo santuario della coscienza aperta all’illuminazione divina. In questo modo, l’uomo di terra riproduce nella sua autocoscienza la struttura del suo mondo (o viceversa, riproduce nel mondo la struttura della sua autocoscienza). Quello terrestre non è dunque un individuo, perché è aperto all’influsso esterno di Dio e della società e, anzi, se venisse diviso dalla potenza vivificante della divinità o dalla terra in cui è radicato, scomparirebbe. Sebbene queste cose siano anche esterne a lui, egli le considera non di meno “se stesso”. Egli è una casa con la sua terra, i suoi animali da soma, schiavi, figli, moglie e il suo capo-famiglia, nessuno dei quali esaurisce la sua identità e autocoscienza.

La modernità filosofica non accetta che ciò che è esterno sia anche proprio; l’uomo viene così alienato dalla rete di relazioni che lo circonda e la sua autocoscienza si concentra tutta in un punto, nell’intimo: è il cogito di Cartesio e Kant, la monade di Leibniz. Sicché l’uomo della modernità marittima è davvero un individuo. Egli si concepisce come una nave sola sulla superficie piana del mare, legata alle altre navi da linee e correnti. Ha libertà di muoversi e ciò che lo circonda non può davvero penetrare all’interno e se lo fa è solo perché la nave è a brandelli e la coscienza impazzita. Solo in questo contesto possiamo comprendere distinzioni tipicamente moderne come quella fra sano e folle, pubblico e privato, capitale e lavoro, Chiesa e Stato o anche solo la facile alienabilità dei beni (il “valore affettivo” è un fenomeno puramente residuale di una fase in cui un bene era visto come parte dell’identità personale). E non è un caso che, in un mondo ridotto a punti e vettori su un piano, la geometria abbia avuto il ruolo di maestra di tutte le scienze: l’epoca del mare è l’epoca del more geometrico, applicato indifferentemente alla fisica, alla medicina o all’etica; è l’epoca del mito delle “scienze esatte” o “scienze dure”.

Tutto ciò è privo di senso nel mondo aereo. L’atomo stesso, quella suprema costruzione teorica del mondo acquatico, l’ultima navicella indistruttibile e impenetrabile, abbiamo scoperto non essere altro che una nuvola di probabilità. Nel regno dell’aria non esistono “scienze dure”, perché altrimenti tonferebbero giù; il metodo non può più essere quello della geometria, ma la statistica diventerà la base teorica su cui tutte le altre scienze si fondano. Allo stesso modo che l’atomo, l’individuo marittimo che entra nel regno dell’aria si vaporizza e diviene nuvola. Se la metafora può sembrare ardita, ricordiamo che uno dei grandi ideologi dell’epoca dell’aria, Karl Popper, se ne era già servito proprio in questo senso. Questa vaporizzazione dell’individuo era già iniziata con Freud.

Qual è dunque la vita dell’uomo-nuvola? Egli è mutevole e disordinato, sia internamente che esternamente. Il disordine interno si manifesta nel fenomeno del multitasking: l’attenzione dell’uomo-nuvola è costantemente parcellizzata e dinamica, è sempre meno capace di praticare attività lente e di mantenere la concentrazione per lunghi periodi di tempo; d’altro canto, esiste un’intera economia dell’attenzione, nel senso che grazie alla pubblicità i quanti d’attenzione di ogni persona sono beni di rilevanza economica per le aziende. Per altri versi, egli esiste come nuvola di dati che queste stesse aziende possono raccogliere e, per mezzo di modelli statistici, interpretare secondo i propri comodi. I mezzi di comunicazione sono già appendici della sua coscienza, che si trova così diffusa, ma non nello spazio ruvido e in maniera gerarchica come nel caso dell’uomo terrestre, bensì in uno spazio privo di riferimenti come l’aria. L’assenza di una gerarchia interna stabile fa sì che anche la vecchia distinzione fra sfera pubblica e sfera privata, così tipica della società borghese e marinara, venga meno.

Perciò anche i confini esterni dell’individuo si slabbrano e diventano permeabili al mondo circostante. Ecco che colui che prima era un agente singolo e libero, responsabile unicamente di se stesso e con la possibilità di misurare geometricamente i propri spazi di movimento, diviene ora un elemento di un sistema molto più ampio senza che i suoi rapporti con gli altri elementi e con il sistema stesso possano essere precisati se non statisticamente. E poiché nell’aria il battito di ali di una farfalla in California può scatenare un uragano a Lagos, l’uomo-nuvola è responsabile di tutto ciò che accade sul pianeta. Arriva la teoria delle esternalità negative, che spazza via qualsiasi possibilità di sostenere ancora seriamente il liberalismo classico basato sul non-aggression principle, o che lo trasfigura nel suo contrario, il delirio di controllo. Credo che non esista dimostrazione migliore del collasso del liberalismo classico di fronte a questo nuovo “sistema del mondo” che la pandemia, non a caso basata su un virus a trasmissione aerea.

Il concetto di libertà attualmente vigente e così diverso da quello del liberalismo classico, per il quale una persona è così libera da poter rinunciare persino al proprio sesso, mentre viene sottoposta a svariati obblighi molto invadenti “per il bene comune”, non si spiega se non partendo dal modello di un essere umano il cui interno è perfettamente vuoto, malleabile, effimero, e il cui esterno è sfumato, permeabile e interrelato col sistema del mondo. Dal cogito cartesiano siamo passati alla Relazione-R di Parfit.

La visuale dall’alto fa sì che l’uomo-nuvola si approcci al mondo apparentemente dotato di una visione d’insieme e soprattutto senza criteri assiologici che gli permettano di prendere una posizione: dall’alto, cioè per mezzo dei media, della facilità di movimento e di internet, egli è equidistante da tutto, abituato ad amministrare tutto senza toccare nulla. Solo così si spiegano gli apparenti paradossi di persone che coltivano amicizia per le donne di Kabul e inimicizia per il vicino di casa non vaccinato e discriminato, cosa del tutto innaturale in una civiltà di mare o di terra. D’altra parte, quella della visione d’insieme è soltanto un’illusione: certo, l’uomo-nuvola coglie tutti gli oggetti e i soggetti in campo, ma gli sfugge completamente il loro modo di pensare e di muoversi perché è troppo diverso da loro, troppo lontano. Se fosse a terra non vedrebbe forse le linee di rifornimento nemiche, ma potrebbe indovinarle pensando a dove le avrebbe messe lui. Questo quando non sia direttamente pagato per non capire.

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