Il Nomos dell’aria

DI SYNESIUS CYRENENSIS (Substack dell’Autore)

הֲבֵ֥ל הֲבָלִ֖ים הַכֹּ֥ל הָֽבֶל

(Ecclesiaste 1:2)

οὐκ ἔστιν ἡμῖν ἡ πάλη πρὸς αἷμα καὶ σάρκα ἀλλὰ πρὸς τὰς ἀρχάς, πρὸς τὰς ἐξουσίας, πρὸς τοὺς κοσμοκράτορας τοῦ σκότους τούτου, πρὸς τὰ πνευματικὰ τῆς πονηρίας ἐν τοῖς ἐπουρανίοις.
(Efesini 6:12)

INTRODUZIONE

Nelle ultime pagine di Terra e Mare, Carl Schmitt, dopo aver descritto la storia del mondo in termini di passaggi elementali, dalla terra all’acqua, si chiedeva verso quale elemento sarebbe avvenuto il nuovo passaggio, se verso l’aria o verso il fuoco. La medesima domanda, in forma meno immaginifica, si percepisce fra le righe del ben più ponderoso Il Nomos della Terra, dove l’autore descrive la nascita, lo sviluppo e la fine dell’ordinamento spaziale dell’età moderna: il Nomos non offre però se non accenni riguardo l’ordinamento nuovo che, dopo il Secondo Conflitto Mondiale, è progressivamente emerso.

I silenzi di Schmitt sono del resto inevitabili, poiché egli si trovava agli albori di quell’ordine che ancora non era chiaramente emerso e non poteva perciò essere studiato, semmai divinato. Noi però abbiamo rispetto a lui una posizione storica di vantaggio e possiamo già farci un’idea più chiara della natura dell’ordine vigente.

In questo contributo vorrei sommariamente descrivere l’ordinamento spaziale attuale sotto la figura dell’aria: dapprima cercherò di dimostrare il cambiamento epocale di visione delle popolazioni c.d. “occidentali” da una visuale di terra o di mare a una d’aria; quindi cercherò di tracciare alcune conseguenze di questo mutamento di prospettiva nelle società aeree; infine intendo esporre le conseguenze del mutamento dal punto di vista dell’ordine geopolitico complessivo.

Carl Schmitt
Carl Schmitt

VISUALE DALL’ALTO

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Sarebbe scontato attribuire un cambiamento di visione in senso aereo all’invenzione dell’aeroplano; lo stesso Schmitt abbozza quest’ipotesi al termine di Terra e Mare. Abbozza ma non difende: egli è troppo conscio che la semplice invenzione di un mezzo tecnico non è sufficiente a determinare un cambiamento di prospettiva, più di quanto le navi olandesi in se stesse, senza i pirati inglesi e il protestantesimo, ne fossero capaci.

Un’altra ipotesi in parallelo a Schmitt potrebbe essere quella dello spazio: la conquista dello spazio, come la scoperta e conquista dell’America, avrebbe prodotto un cambiamento epocale di visione e ordinamento del mondo. Tuttavia è impossibile paragonare davvero, dal punto di vista delle ricadute pratiche, questi due avvenimenti; per di più, Schmitt stesso riconosceva che, se un cambiamento dalla terra al mare era stato prodotto dalla scoperta, sarebbe stato improbabile che un nuovo cambiamento si fosse prodotto da una scoperta. Ciò che è pensato come ripetizione o rinnovamento del passato non può determinare una rivoluzione di pensiero.

Seguendo l’argomentazione dello Schmitt, la prospettiva di una collettività sembrerebbe almeno in parte determinata dalle attività economiche che essa svolge, o per lo meno da alcune attività che assumono un’importanza fondamentale nel sistema sociale di quella collettività: l’esempio è il ruolo svolto dai cacciatori di balene e dai pirati nel passaggio dalla terra al mare dell’Inghilterra del XVI secolo. Qui bisogna, a mio avviso, individuare il passaggio fondamentale di prospettiva.

Per la prima volta nella storia umana, lungo l’ultimo secolo sempre più esseri umani sono passati dal settore primario e secondario al settore terziario. A questo cambiamento deve corrispondere un cambiamento altrettanto rivoluzionario di prospettiva spaziale, se è vero che il settore primario era legato a doppio filo alla prospettiva da terra e quello secondario (l’industria) alla prospettiva del mare. Il settore terziario è il settore della mediazione: esso non produce e non estrae, ma amministra ciò che esiste. Nel pensiero degli antichi, le potenze mediatrici fra il mondo degli dèi e quello degli uomini, i demoni (δαίμονες), erano le potenze dell’aria: essi non abitavano la terra né propriamente il cielo, ma quello spazio intermedio fra i due che, apertosi grazie a Crono, permette la vita di tutte le cose e contiene i venti, le nubi e gli altri fenomeni metereologici. L’aria dunque.

È in questo spazio aereo che si muovono le onde che mediano la gran parte dell’economia e della vita contemporanea. Il processo era già iniziato con la radio e la televisione, ma ha assunto proporzioni epocali con internet. Non è un caso che le controparti odierne del pirata e del cacciatore di balene si muovano su questi mezzi: che si parli di intrattenimento, di informazione, di economia dei dati e tecnologia o della stessa politica, le figure più in vista e quelle più influenti devono vivere per aria. Ma questo non vale solo per un’élite, perché, per lo meno nel mondo occidentale, anche le masse sono completamente compenetrate da questo elemento aereo, la cui prospettiva diventa così ancor più pervasiva di quella che fu dei balenieri e dei pirati.

Solo in questo contesto anche l’aeroplano e il razzo spaziale possono assumere valore nuovo: non perché essi stessi schiudano una prospettiva inedita, ma perché, una volta che questa prospettiva si sia rivelata, essi permettono che essa si avveri anche nella realtà materiale. Così l’aereo, all’epoca di Schmitt ancora soltanto un mezzo militare sostanzialmente analogo alla nave, diventa oggi grazie alle compagnie low-cost una abitudine di larghi strati della popolazione, permettendo una mobilità non solo quantitativamente superiore, ma anche qualitativamente diversa: non si “attraversa” più la terra o il mare per spostarsi, ma si “sparisce” dal luogo di partenza dentro un non-luogo (l’aeroporto) per “riapparire” nel luogo di arrivo, come se ci si fosse smaterializzati e rimaterializzati. Persino il treno, per mezzo dell’alta velocità, imita ormai questa dinamica aerea di viaggio. Lo spazio, dal canto suo, si popola di satelliti, i quali catturano e comunicano la visuale aerea, “dall’alto”, a chiunque.

LA CASA, LA NAVE, LA NUVOLA

In cosa consiste dunque questa “visuale dall’alto”? Di cosa è fatto l’uomo aereo? Prima di tutto riflettiamo su come muti la rappresentazione dello spazio in base all’elemento in cui ci si trova e ai movimenti che esso concede. Lo spazio della terra è uno spazio piramidale o una serie di cerchi concentrici: distanze e ostacoli determinano una rappresentazione gerarchica e ordinata dello spazio, dove non tutti i punti sono equivalenti e dove la posizione centrale – la casa – è di fondamentale importanza perché determina tutte le relazioni successive. Questo è il senso profondo degli antichi miti dell’axis mundi, la grande montagna o albero al centro della terra. Il mare è per definizione “libero” o, come dicevano i latini, un aequor, un “piano”. Perciò sul mare non hanno più senso le gerarchie e le strutture dello spazio ruvido della terra; sul mare, tutto è dinamico: esistono solo punti – le navi – e vettori – le correnti – che disegnano diverse figure geometriche in movimento su un piano.

Apparentemente l’aria rappresenta, rispetto al mare, un mutamento puramente quantitativo: trattandosi comunque di due fluidi, darebbero luogo alle stesse dinamiche, ma a velocità diverse. Non è così però e l’aria rappresenta una differenza qualitativa rispetto all’acqua. Primo, perché l’aria è tridimensionale e perciò contempla la gerarchia, sebbene non allo stesso modo che la terra. Secondo, perché, sebbene anche l’aria abbia le sue correnti, esse non sono costanti come quelle marine. Nell’aria c’è insomma un movimento del movimento stesso. Terzo, perché gli oggetti che si muovono nell’aria non sono compatti, come le navi o i pesci: le nuvole non sono nemmeno veri e propri oggetti, ma insiemi di oggetti, e gli stessi uccelli hanno le ossa cave. Quarto, perché la visione della terra dal mare può essere solo parziale (e viceversa), mentre la visione di terra e mare dall’aria appare totale e gli ostacoli al raggiungimento di un luogo particolare sembrano rimossi.

La cellula minima del mondo terrestre, secondo Schmitt, è la casa. Per questo motivo, la società terrestre si struttura intorno alla famiglia, intesa nel senso antico del termine come homestead, οἶκος, un’unità economicamente semi-autonoma, gerarchica (con un capo, dei consanguinei sottoposti, dei servi e dei dipendenti, degli animali addirittura), territoriale. Così la casa di Odisseo è costruita intorno al grande ulivo e quella dei Volsunghi intorno al Barnstokkr – una miniatura dell’axis mundi.

La cellula minima del mare è invece la barca: essa ha una gerarchia, la quale però è dinamica; non ha un territorio e non è autonoma. Il corrispettivo della nave si trova nell’insieme della “società civile”, diversa dagli apparati statali e composita di un insieme di comunità (aziende, sindacati, partiti, chiese, massonerie, clubs) in cui si entra volontariamente e da cui volontariamente si può uscire. Prova ne sia la differenza fra chiese riformate sul continente e in Inghilterra e America: i luterani tedeschi pur essendo indipendenti da Roma erano ancora una società di terra e vigeva nei loro territori il cuius regio eius religio; nelle società marinare invece le denominations potevano essere scelte e ricusate dall’individuo come si trattasse di clubs.

Nell’aria possono galleggiare solo le nuvole, strutture precarie e provvisorie, in continuo movimento, gerarchiche perché estese in altezza e profondità, ma anche prive di confini ben determinati e dunque soggette a sbiadire l’una nell’altra. E nessuno può negare che i “corpi intermedi”, cioè la società civile così tipica della civiltà di mare, siano nel mondo odierno “vaporizzati”, ridotti proprio a nuvole precarie, penetrabili e indeterminate o “svuotati”, come le ossa di un volatile. In questo contesto è la singola molecola o la singola gocciolina d’acqua la cellula fondamentale della società, ciò che noi chiamiamo individuo. Ma come si comporta questo individuo aereo?

L’UOMO NUVOLA

Consigli di lettura di Inimicizie

Un’antica dottrina diffusa in tutte le culture del mondo vuole che la forma complessiva dell’universo sia corrispondente alla forma complessiva del singolo essere umano, che il microcosmo si rispecchi nel macrocosmo e viceversa. C’è in questo molto di vero. L’uomo antico e medievale, l’uomo terrestre, non si concepisce come individuo, se non in senso banalmente spaziale (io sono qui e non altrove). Dentro di sé, egli percepisce una quantità di istanze ordinate gerarchicamente, come una piramide che dal corpo materiale risale gradino per gradino fino al cucuzzolo dell’anima, l’apex mentis, che sta al cospetto di Dio. Oppure come un insieme di cerchi concentrici che, dalla pelle che tutti vedono, entra fino all’intimo santuario della coscienza aperta all’illuminazione divina. In questo modo, l’uomo di terra riproduce nella sua autocoscienza la struttura del suo mondo (o viceversa, riproduce nel mondo la struttura della sua autocoscienza). Quello terrestre non è dunque un individuo, perché è aperto all’influsso esterno di Dio e della società e, anzi, se venisse diviso dalla potenza vivificante della divinità o dalla terra in cui è radicato, scomparirebbe. Sebbene queste cose siano anche esterne a lui, egli le considera non di meno “se stesso”. Egli è una casa con la sua terra, i suoi animali da soma, schiavi, figli, moglie e il suo capo-famiglia, nessuno dei quali esaurisce la sua identità e autocoscienza.

La modernità filosofica non accetta che ciò che è esterno sia anche proprio; l’uomo viene così alienato dalla rete di relazioni che lo circonda e la sua autocoscienza si concentra tutta in un punto, nell’intimo: è il cogito di Cartesio e Kant, la monade di Leibniz. Sicché l’uomo della modernità marittima è davvero un individuo. Egli si concepisce come una nave sola sulla superficie piana del mare, legata alle altre navi da linee e correnti. Ha libertà di muoversi e ciò che lo circonda non può davvero penetrare all’interno e se lo fa è solo perché la nave è a brandelli e la coscienza impazzita. Solo in questo contesto possiamo comprendere distinzioni tipicamente moderne come quella fra sano e folle, pubblico e privato, capitale e lavoro, Chiesa e Stato o anche solo la facile alienabilità dei beni (il “valore affettivo” è un fenomeno puramente residuale di una fase in cui un bene era visto come parte dell’identità personale). E non è un caso che, in un mondo ridotto a punti e vettori su un piano, la geometria abbia avuto il ruolo di maestra di tutte le scienze: l’epoca del mare è l’epoca del more geometrico, applicato indifferentemente alla fisica, alla medicina o all’etica; è l’epoca del mito delle “scienze esatte” o “scienze dure”.

Tutto ciò è privo di senso nel mondo aereo. L’atomo stesso, quella suprema costruzione teorica del mondo acquatico, l’ultima navicella indistruttibile e impenetrabile, abbiamo scoperto non essere altro che una nuvola di probabilità. Nel regno dell’aria non esistono “scienze dure”, perché altrimenti tonferebbero giù; il metodo non può più essere quello della geometria, ma la statistica diventerà la base teorica su cui tutte le altre scienze si fondano. Allo stesso modo che l’atomo, l’individuo marittimo che entra nel regno dell’aria si vaporizza e diviene nuvola. Se la metafora può sembrare ardita, ricordiamo che uno dei grandi ideologi dell’epoca dell’aria, Karl Popper, se ne era già servito proprio in questo senso. Questa vaporizzazione dell’individuo era già iniziata con Freud.

Qual è dunque la vita dell’uomo-nuvola? Egli è mutevole e disordinato, sia internamente che esternamente. Il disordine interno si manifesta nel fenomeno del multitasking: l’attenzione dell’uomo-nuvola è costantemente parcellizzata e dinamica, è sempre meno capace di praticare attività lente e di mantenere la concentrazione per lunghi periodi di tempo; d’altro canto, esiste un’intera economia dell’attenzione, nel senso che grazie alla pubblicità i quanti d’attenzione di ogni persona sono beni di rilevanza economica per le aziende. Per altri versi, egli esiste come nuvola di dati che queste stesse aziende possono raccogliere e, per mezzo di modelli statistici, interpretare secondo i propri comodi. I mezzi di comunicazione sono già appendici della sua coscienza, che si trova così diffusa, ma non nello spazio ruvido e in maniera gerarchica come nel caso dell’uomo terrestre, bensì in uno spazio privo di riferimenti come l’aria. L’assenza di una gerarchia interna stabile fa sì che anche la vecchia distinzione fra sfera pubblica e sfera privata, così tipica della società borghese e marinara, venga meno.

Perciò anche i confini esterni dell’individuo si slabbrano e diventano permeabili al mondo circostante. Ecco che colui che prima era un agente singolo e libero, responsabile unicamente di se stesso e con la possibilità di misurare geometricamente i propri spazi di movimento, diviene ora un elemento di un sistema molto più ampio senza che i suoi rapporti con gli altri elementi e con il sistema stesso possano essere precisati se non statisticamente. E poiché nell’aria il battito di ali di una farfalla in California può scatenare un uragano a Lagos, l’uomo-nuvola è responsabile di tutto ciò che accade sul pianeta. Arriva la teoria delle esternalità negative, che spazza via qualsiasi possibilità di sostenere ancora seriamente il liberalismo classico basato sul non-aggression principle, o che lo trasfigura nel suo contrario, il delirio di controllo. Credo che non esista dimostrazione migliore del collasso del liberalismo classico di fronte a questo nuovo “sistema del mondo” che la pandemia, non a caso basata su un virus a trasmissione aerea.

Il concetto di libertà attualmente vigente e così diverso da quello del liberalismo classico, per il quale una persona è così libera da poter rinunciare persino al proprio sesso, mentre viene sottoposta a svariati obblighi molto invadenti “per il bene comune”, non si spiega se non partendo dal modello di un essere umano il cui interno è perfettamente vuoto, malleabile, effimero, e il cui esterno è sfumato, permeabile e interrelato col sistema del mondo. Dal cogito cartesiano siamo passati alla Relazione-R di Parfit.

La visuale dall’alto fa sì che l’uomo-nuvola si approcci al mondo apparentemente dotato di una visione d’insieme e soprattutto senza criteri assiologici che gli permettano di prendere una posizione: dall’alto, cioè per mezzo dei media, della facilità di movimento e di internet, egli è equidistante da tutto, abituato ad amministrare tutto senza toccare nulla. Solo così si spiegano gli apparenti paradossi di persone che coltivano amicizia per le donne di Kabul e inimicizia per il vicino di casa non vaccinato e discriminato, cosa del tutto innaturale in una civiltà di mare o di terra. D’altra parte, quella della visione d’insieme è soltanto un’illusione: certo, l’uomo-nuvola coglie tutti gli oggetti e i soggetti in campo, ma gli sfugge completamente il loro modo di pensare e di muoversi perché è troppo diverso da loro, troppo lontano. Se fosse a terra non vedrebbe forse le linee di rifornimento nemiche, ma potrebbe indovinarle pensando a dove le avrebbe messe lui. Questo quando non sia direttamente pagato per non capire.

L'"uomo nuvola" si proietta nel metaverso; fenomeno anticipato di qualche anno da una puntata della nota serie tv "Black Mirror"
L'”uomo nuvola” si proietta nel metaverso; fenomeno anticipato di qualche anno da una puntata della nota serie tv “Black Mirror

STATI GASSOSI

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È piuttosto evidente che Carl Schmitt sia arrivato al suo paradigma storico elementale a partire dallo studio giuridico delle relazioni internazionali, dallo ius gentium, visto che le sue migliori intuizioni sul nostro periodo gassoso riguardano proprio il nuovo paradigma geopolitico. Tuttavia, tali intuizioni sono ancora limitate dal fatto di essere puramente negative: Schmitt descrive la negazione del paradigma precedente – lo ius publicum europaeum – senza poter ancora indicare se non molto vagamente le caratteristiche proprie dell’ordine attuale.

La civiltà europea medievale, dice Schmitt, era caratterizzata dalla presenza di due poteri universali, l’Impero e il Papato, che fungevano da arbitri fra poteri statali subordinati. Lo spazio piramidale della civiltà terrestre strutturava anche lo spazio politico secondo il paradigma della sussidiarietà: la casa, il villaggio e la parrocchia, il feudo e la diocesi, il regno e il patriarcato, l’Impero e il Papato, la Divinità. La sovranità, ad ogni livello, emanava ordinatamente dal livello superiore e ne era per questo al contempo limitata e fondata. In questo contesto, la guerra era controllata e permessa dalle autorità universali.

Nell’Europa moderna uno di questi livelli, lo Stato cioè il sovrano, si è emancipato sia dal vincolo superiore al potere universalistico di Impero e Papato, sia parzialmente dalla necessità di coincidere in toto con la società civile sottostante. I sovrani europei si riconoscono vicendevolmente come agenti politici legittimi, la guerra fra di essi è un’azione formalizzata e regolare. Di nuovo, il sovrano, il Leviatano, è una nave compatta in un mare di vettori, cioè alleanze e leghe, inimicizie e guerre aperte.

Questo ius publicum europaeum, nota Schmitt, venne progressivamente a mancare a partire dalla Prima Guerra Mondiale. Prima di tutto, il concetto di una guerra giusta in quanto regolare – cioè dichiarata da due agenti legittimi e sovrani – fu sostituito dal concetto pacifista (ma profondamente problematico) di una guerra giusta solo se difensiva. Si tornava così, almeno apparentemente, alla “guerra giusta” dei teologi medioevali, la cui giustizia era deferita ad un arbitro universale, all’epoca la Società delle Nazioni. Secondo, i conflitti del ‘900 si mossero al di là dell’ideologia legittimistica nata con la Pace di Westfalia: se la conquista di territorio europeo in età moderna non comportava un cambiamento della costituzione e della religione del territorio stesso e una delegittimazione del sovrano avversario, la guerra novecentesca non solo delegittima lo sconfitto, ma spesso viene dichiarata precisamente per imporre un cambiamento di costituzione al nemico. Il primo esempio di questo modo di procedere fu, non a caso, la Pace di Versailles del 1919, che delegittimò la dinastia regnante prussiana e impose un cambiamento di costituzione alla Germania. Con queste premesse – guerra informale, guerra ideologica – era nata la guerra totale, questa specie di crociata meccanica e inarrestabile.

La condizione caratteristica della nostra epoca è proprio la vaporizzazione della sovranità, ed è difficile capire se siano stati quei cambiamenti nello ius gentium a causarla o, viceversa, lo ius gentium si sia adattato ad una nuova situazione di fatto. Cosa intendo con vaporizzazione della sovranità? Per l’appunto che la navicella compatta del sovrano moderno ha perso la sua compattezza: da una parte, essa è ormai disarticolata in organi legati ma indipendenti, dall’altra essa è sottoposta a una moltitudine di influenze esterne. Si può parlare, per lo stato contemporaneo, di stato gassoso.

Uno dei poteri fondamentali del sovrano è il conio di moneta. Ma in molti stati oggi le banche centrali sono indipendenti dalla sovranità o addirittura in condivisione con altri stati. Non solo, ma con l’eliminazione del gold standard la valuta nazionale, un tempo simbolo dell’affidabilità e legittimità del sovrano (non a caso in greco si chiamava νόμισμα, derivato da νόμος), diventa un bene sul mercato non diverso dagli altri; anzi, con la politica di inflazione continua che spinge ad un uso a breve termine della valuta, essa perde continuamente valore essendo creata, come si dice in inglese, out of thin air. Moneta gassosa.

Gli apparati statali, il cosiddetto deep state, godono in questo contesto di ampia autonomia dal sovrano, un problema particolarmente evidente e cogente quando questo sovrano sia “il popolo”, cioè nelle democrazie, dove il sistema di divisione dei poteri e i farraginosi processi di formazione dell’indirizzo politico non possono fornire un contrappeso alle – e men che mai un vero dominio sulle – iniziative degli apparati statali. Questi stessi apparati statali sono spesso tutt’altro che coesi nel perseguire gli interessi dello stato che formalmente servono; essi sono anzi molto aperti alle infiltrazioni sia di altri stati che di associazioni criminali e altri gruppi di interesse privato (lobbies, think tanks).

Il monopolio della forza, si dirà, rimane però saldamente nelle mani degli stati. Tuttavia anche le forze militari sono soggette alle stesse dinamiche degli altri apparati statali; di sicuro esse sfuggono in larga misura al controllo del “sovrano” formale delle democrazie, cioè la popolazione, che non ha mai davvero possibilità di dare indirizzo alle forze militari del proprio paese, se non in forme così mediate, che gli ordini si dissipano facilmente nel reame intermedio dell’aria. Aggiungiamo poi i molti esempi studiati su questo blog di eserciti armati o addestrati da potenze straniere (come entrambi gli eserciti in Ucraina N.d.R.) .

Se tutto ciò non bastasse, il nuovo ius publicum nato già a Versailles limita all’origine la libertà e la legittimità dei sovrani – siano essi monarchici o democratici –, tanto che non solo un cambiamento di costituzione, ma anche l’approvazione di leggi ordinarie può essere impedito da contropoteri come la stampa, i mercati, gli stati egemoni. Ma anche senza questi corpi “esterni”, i sovrani democratici consistono in società così atomizzate e così connesse al di fuori dei confini nazionali, che l’elaborazione di un qualsiasi indirizzo geopolitico incontrerà fortissime resistenze da parte dei gruppi economici interessati, i quali agiranno a tutti gli effetti come agenti del paese straniero che si andrebbe a svantaggiare con il suddetto indirizzo.

Ultimo aspetto di evaporazione della sovranità è quello territoriale. Una complessa architettura di autorità centrali e trattati, da quelli monetari ed economici, a quelli sulle leggi del mare, alle alleanze militari e alle aree di libero scambio, fa sì che nessun sovrano politico abbia più un vero e proprio controllo del proprio territorio: confini incontrollabili, basi militari straniere sul territorio nazionale, competizione scorretta da parte di partner commerciali, interdipendenza delle infrastrutture di trasporto e dell’energia, libero scambio di informazione e intrattenimento.

In queste condizioni, lo Stato come entità produttrice di politica, e quindi di storia, vede la propria importanza fortemente ridotta rispetto all’età moderna. Certo, gli Stati e le nazioni rimangono “misure” fondamentali della geopolitica, ma trattarli come monoliti uniti o divisi da vettori lineari, come se ci trovassimo ancora all’epoca della Guerra dei Sette Anni, è una pia illusione. Bisognerebbe piuttosto parlare di aree in un mondo aereo. Gli Stati sono formazioni gassose che si compenetrano e si influenzano vicendevolmente su più piani e non necessariamente secondo profili territoriali. Naturalmente esistono anche correlazioni territoriali, ma si tratta molto più di zone di diversa pressione, sistemi di moti convettivi comuni piuttosto che dei vecchi confini stabili, presidiati da cortine di ferro. Questo spiega la multipolarità limitata dei conflitti: il paradigma non è più né il bipolarismo della Guerra Fredda, né il multipolarismo della modernità eurocentrica; esistono invece “sfere” d’influenza delle grandi potenze, all’interno delle quali però il controllo non è capillare; esistono cani sciolti che devono però di volta in volta appoggiarsi ad una potenza o all’emissario di una potenza per incidere veramente. Pensiamo solo al difficile rapporto della Turchia con gli Stati Uniti e la Russia o alle oscillazioni di outsider come la Nord Corea e l’Iran.

Questa situazione non è dovuta solo alla struttura interna delle entità statali contemporanee, ma anche alla prospettiva adottata dall’egemone attuale, che informa di sé volente o nolente tutto il mondo: la prospettiva dall’alto.

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BEHEMOT, LEVIATANO, ZIZ

In Terra e Mare, Schmitt ricordava come il “grande gioco” del XIX secolo, il conflitto fra Inghilterra e Russia, fosse descritto nel linguaggio giornalistico dell’epoca come il conflitto fra la balena e l’orso, il grande impero di mare e la grande tellurocrazia. Egli parafrasava poi questi due animali reali con i due mostri del libro di Giobbe e della cabbalà, il Leviatano e il Behemot. I due conflitti mondiali però, oltre a terminare lo ius publicum europaeum, hanno anche smembrato l’Impero Inglese, la grande balena. Le due cose, notava già Schmitt, sono profondamente collegate: il nomos della terra europea dipendeva dal libero mare inglese. Cosa resta di questo libero mare?

È chiaro che l’impero del mare inglese è stato ereditato dagli Stati Uniti d’America. Questo apparentemente contraddice l’idea di Schmitt della correlazione fra ius publicum europaeum e mare libero. Se a ciò aggiungiamo che l’orso russo è ancora vivo e vegeto, nonostante tutti i tentativi di abbatterlo, si potrebbe pensare che la geopolitica odierna sia ancora esaurita dalla dialettica terra-mare. L’idea non è falsa e questa dialettica è ancora operativa nel mondo, ma da sola non spiega tutto; essa deve essere ricompresa in una prospettiva più ampia – la prospettiva dall’alto.

Non è un caso che la potenza egemone, gli Stati Uniti, rappresenti se stessa come un’aquila. Dopo il gigante terrestre e il grande pesce, ecco che si affaccia sul teatro della storia il grande uccello. L’aquila vede tutto dall’alto, su tutto può piombare in un momento; il suo nido è posto in alto, “nelle caverne delle rocce, sulle cime dei colli” (Ger 49:16), poiché esso è the shining city upon a hill, che proietta la propria luce su tutto il mondo ma che il mondo non deve poter mai raggiungere o toccare. Per continuare con la parafrasi cabalistica di Schmitt, essa è il Ziz, l’uccello grande come il Leviatano, le cui gambe sono nel mare e le cui ali oscurano il sole, le cui carni hanno infiniti sapori e le cui uova, cadute e infrante sopra le città degli uomini, provocarono disastri e cataclismi.

Fuor di metafora, gli USA sostituiscono l’Inghilterra (il Leviatano). Hanno il controllo del mare ma, diversamente dall’Inghilterra, hanno anche una pretesa universalistica, formulata come dottrina dei diritti umani e incarnata da istituzioni come l’ONU e l’UE: in questo, essi sono potenza mediatrice fra le potenze di terra, cioè gli stati arretrati, e il cielo divino dei diritti – demone o aquila di Zeus. Essi stessi hanno l’ambizione di incarnare l’ordine divino che vogliono anche imporre e si rappresentano perciò come melting pot – questo è il significato degli infiniti sapori della carne del Ziz. Questa ambizione di fare da esempio, unita alla particolarissima posizione geografica, spiegano la metafora della “città brillante sulla collina”: essi sono al contempo fisicamente inaccessibili (ciò spiega il trauma del 9/11) e presenti ovunque per mezzo dell’immagine di sé che proiettano. Come mediatori universali, essi si sentono investiti della missione di controllare tutti e di intervenire ovunque, il che non sarebbe possibile senza la visione dall’alto di una potenza aerea.

La posizione particolare degli Stati Uniti, così come la vaporizzazione della sovranità generalizzata, spiegano anche le nuove forme di guerra tipiche del mondo aereo. Non che la guerra convenzionale sia sparita ma, di nuovo, anch’essa va ricompresa in una prospettiva strategica più ampia. La stessa guerra marittima ha perso la forma euclidea tipica della modernità, assumendo grazie ai progressi nella tecnica dei sottomarini una tridimensionalità che la accomuna alla guerra aerea. Non si tratta nemmeno di tattiche come la guerra partigiana o le no-fly zones e i bombardamenti senza invasioni terrestri, o addirittura le bombe atomiche (le uova dello Ziz). Tutte queste cose sono componenti importanti del quadro della guerra aerea, ma non lo esauriscono. Il punto fondamentale è, a mio avviso, la vaporizzazione dello stato di guerra stesso. Pensiamo a tecniche quali il Jiu-Jitsu politico o la pressione migratoria, che sfruttano lo stato gassoso delle società filoamericane e dei loro media in particolare.
Pensiamo al ruolo delle agenzie di rating con sede negli USA, che sfruttano la moneta gassosa delle nostre economie. Pensiamo al terrorismo in stile ISIS, non più legato ad una organizzazione politica (come era quello di Al Qaeda), ma all’emulazione di “lupi solitari”, atomi impazziti di stati etnicamente e dunque socialmente vaporizzati, radicalizzati dalla spettacolarizzazione del terrorismo da parte dei media. Ad essere complottisti, si potrebbe inserire in questo nuovo modo di fare la guerra anche un virus a trasmissione aerea non abbastanza grave da diventare un cataclisma ma sufficientemente grave da mandare in tilt i paesi occidentali. Certo è che molta “guerra” passa anche per la propaganda, l’intrattenimento e tutto ciò che ha a che vedere con internet, dagli attacchi hacker alle campagne social.

Tutti questi fenomeni fanno sì che la “guerra” non sia più uno stato definito e limitato, come era nello ius publicum europaeum. Essa è una condizione non solo permanente delle relazioni internazionali, ma anche pervasiva: non esiste limite di tempo (pace) né di spazio (neutralità). La stessa definizione di “guerra” perde, in questo contesto, il suo definiendum e la sua differenza specifica dalla politica – la guerra non è più “la continuazione della politica con altri mezzi”, ma guerra e politica sono un tutt’uno. La guerra è nell’aria che respiriamo.

Raffigurazione del Ziz, figura mitologica cabalistica
Raffigurazione del Ziz, figura mitologica cabalistica

IL DILUVIO O IL DRAGONE?

Al termine di questo lungo volo d’uccello sul nostro mondo, mi sia permesso pronunciare una facile profezia. Credo infatti che il nomos dell’aria, oggi al suo culmine, abbia solo due possibili sviluppi, che io collocherei piuttosto nel lungo che nel medio periodo.

Da una parte, l’attuale modello mostra segni di instabilità e inadeguatezza; la stessa antropologia nichilista dell’uomo-nuvola non credo possa riprodursi indefinitamente. Senza contare che, man mano che nuovi popoli e paesi si innalzano alla fase aerea, il cielo si fa sempre più caotico e affollato. Esiste la possibilità che le nuvole si addensino tanto da collassare in un diluvio, riportandoci indietro alla fase elementale precedente, quella del mare.

D’altra parte, sotto i nostri occhi


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