La guerra nel Donbass

Da settimane si parla molto di Ucraina e della questione del Donbass.

L’Ucraina e la NATO (in particolar modo la seconda) accusano la Russia di star ammassando truppe in preparazione di un’invasione, la Russia accusa l’Ucraina di fare lo stesso e accusa la NATO di star assediando la Russia, rompendo tutte le promesse fatte alla fine della guerra fredda.

Assistiamo a frenetici colloqui tra Russia e USA, tra Putin e leader europei, cosa sta succedendo? Cosa succederà?

Prima di analizzare la situazione ad oggi, 8 febbraio 2022, prima di capire se un’invasione sia realmente possibile e quali siano gli interessi strategici degli attori in gioco (con lo spazio limitato che un post sul blog ci consente) facciamo un piccolo riassunto di cosa è successo fin’ora.

Separatisti novorussi, Debaltsevo, 2015

IL MAIDAN E LA PRESA DELLA CRIMEA

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Nel 2013 il Presidente dell’Ucraina era Viktor Yanukovich che, come molti suoi omologhi in stati post-sovietici, spesso vacillava tra l’integrazione con la NATO e l’integrazione con la Russia.

Da tempo si parlava di un memorandum d’intesa tra Ucraina ed Unione Europea e, contrariamente a quanto si possa pensare ad oggi, momento in cui dai più Yanukovich viene ritenuto un filo-russo di ferro, le probabilità che venisse firmato a Vilnius erano alte, come lasciava intendere lo stesso presidente.
Iniziano così le prime tensioni tra Russia e Ucraina con (seppur leggere e prevalentemente simboliche) sanzioni da parte del Cremlino che, dopo l’espansione ad est della NATO, il supporto angloamericano ai jihadisti nel caucaso russo, la guerra in Georgia, il colpo di mano subito in Libia con la deposizione di Gheddafi e l’intervento in Siria aveva ormai optato per una politica decisamente antagonista nei confronti della NATO, abbandonando del tutto la “dottrina Kosyrev” e passando a quella della “deterrenza strategica”, elaborata dai celebri teorici russi Chekinov e Bogdanov o “difesa attiva”, come invece la definì il capo di stato maggiore delle forze armate russe, Valery Gerasimov, nel 2019. In soldoni, una politica d’intervento volta a fermare l’espansione della sfera d’influenza NATO a spese di quella russa.

Queste pressioni fecero sì che Yanukovich, a sorpresa, non firmò il memorandum d’intesa a Vilnius nel novembre 2013, dando vita a quella rivoluzione colorata, da subito supportata dalla Polonia e dalla NATO (soprattutto dalla sua componente baltica e angloamericana, forse con anche l’ausilio di false flag), che conosciamo con il nome di “Euromaidan”.

Le tensioni si fecero sempre maggiori e più violente nella parte “ucrainofona” del paese, finché nella notte del 25 febbraio 2014 Yanukovich scappò a Mosca, abbandonato politicamente anche dai suoi alleati del “Partito delle Regioni”, che dominavano la parte russofona del paese.

Da dopo la fuga di Yanukovich, l’est russofono dell’Ucraina iniziò a reagire con delle proteste anti-maidaniste, per l’appunto in Crimea e nel Donbass.

Il 27 febbraio, con un colpo di mano, con una manciata di uomini e senza spargimenti di sangue (dell’aspetto militare parleremo magari in un altro post) la Russia prende il controllo della Crimea; un territorio disputato tra Russia e Ucraina da quando Kruschev arbitrariamente lo assegnò alla seconda, un territorio sempre stato russo, abitato prevalentemente da russi (che infatti accolsero con favore i “piccoli uomini verdi”) e che ospitava e ospita la flotta del Mar Nero. Un territorio dall’importanza strategica così alta per la Russia, per il controllo del Mar Nero, che il Cremlino decise di annetterlo a fronte di un Ucraina ora diventata apertamente ostile alla Russia e vicina alla NATO.

Piazza Maidan, Kiev, 2014

GUERRA CIVILE

Consigli di lettura

Le cose nel Donbass andarono in modo molto diverso, invece.
Nel Donbass scoppia una vera e propria guerra civile, senza alcuna presenza diretta di truppe russe (questo è importante ricordarlo), a partire dalla “liberazione” della Rada di Kharviv, l’1 marzo, da parte di un contingente di ribelli anti-maidanisti.

Per tutto marzo e per la prima metà di aprile la situazione è caotica, con municipi che vengono occupati da ambo gli schieramenti, scontri che poi diventano scontri a fuoco, movimenti perlopiù disorganizzati e spontanei.

La Rada di Donetsk viene occupata dai “novorussi” il 6 aprile 2014, viene così fondata la Repubblica Popolare di Donetsk , il cui soviet supremo (sì, soviet supremo) viene eletto per acclamazione e la cui dichiarazione di sovranità viene redatta dal comunista Litvinov.

Viene anche fissata la data di un referendum sull’indipendenza, che verrà poi tenuto nonostante l’opposizione di Putin e a cui seguirà una richiesta di annessione alla Russia, totalmente ignorata dal Cremlino.

Il conflitto assume una forma più strutturale il 15 aprile, con l’inzio dell’OAT (Operazione Anti-Terrorismo) da parte delle forze armate ucraine, che con vari gradi di successo iniziano ad avanzare nelle aree ribelli.

INTERVENTO RUSSO

Un vero e proprio intervento russo inizia nel luglio 2014, con i ribelli in condizione disperata e con uno dei loro leader, Borodai, che minaccia apertamente Putin con una crisi migratoria senza precedenti nel caso in cui le roccaforti novorusse fossero cadute.

Il Cremlino decide così di intervenire nel conflitto, e inizialmente lo fa stabilendo una “zona rossa” di 20-30 km dal confine russo in cui all’esercito ucraino è (tacitamente) vietato entrare. Il più celebre esempio di questa fase del conflitto è il bombardamento di Zelenopillya, vicino Lugansk, l’11 luglio: Due battaglioni ucraini vengono neutralizzati da un enorme bombardamento d’artiglieria russa tramite MLRS, che causa 30 morti, centinaia di feriti e la distruzione di pressoché tutti i veicoli militari del contingente. Una prova della potenza distruttiva senza eguali dell’artiglieria russa, che in questo caso viene usata al posto dell’aviazione, probabilmente per creare un velo di plausibile negabilità dell’operazione. Nel contempo vengono anche infiltrate dalla Russia delle formazioni di volontari (ceceni, cosacchi, russi, armeni etc etc) per rinforzare i separatisti.

Questo intervento però non basta e, in agosto, con Donetsk e Lugansk assediate e bombardate, senza elettricità e servizi primari e con scene che ricordavano le battaglie di Grozny, la Russia decide di compiere delle vere e proprie incursioni nel Donbass con l’esercito regolare.

La prima sarà quella di Ilovaisk dal 24 al 28 agosto 2014. Fu talmente inaspettata che gli osservatori ucraini sul confine, vedendo sfilare le colonne corazzate dei BTG (battalion tactical group) russi non credettero ai loro occhi.

Dopo la battaglia di Ilovaisk, che fece circa 1000 morti per parte e fu vinta da russi e filo-russi, dopo altre battaglie minori come quella per l’aereoporto di Lugansk, il 5 settembre viene concluso l’accordo di Minsk tra Ucraina e ribelli, rappresentati dal leader della RPD, Zakarchenko, con la Russia e altre potenze con status di semplici osservatori e mediatori.

L’accordo di Minsk prevedeva, riassumendo, un cessate il fuoco totale e un percorso per tappe che avrebbe portato ad una decentralizzazione del potere politico in Ucraina parallelamente alla reintegrazione pacifica del Donbass (ma non della Crimea, che rimane e sempre rimarrà fuori discussione). E’ un accordo molto importante da studiare oggi perché segna il momento in cui il Cremlino, obbligato ad un intervento militare che avrebbe volentieri evitato, prende le redini del movimento novorusso. E’ infatti un accordo in cui sono molto chiare le priorità strategiche russe e che va contro i desiderata dei separatisti della prima ora, che infatti criticheranno pesantemente Zakarchevo al suo ritorno a Donetsk.

E cosa vuole la Russia? Avendo perso un’Ucraina amica, vuole un Ucraina neutrale. Un’Ucraina che non possa entrare nella NATO o nelle sue strutture politiche ed economiche vicarie, come l’UE; un’Ucraina ove non siano presenti missili americani a medio raggio che mettano Mosca in una condizione di vulnerabilità strategica senza precedenti.

Anche se i confini sono cambiati, è la stessa strategia a cui secondo Dugin (che ne è un altro sostenitore) puntava lo stesso Stalin: La creazione di stati neutrali che avrebbero alleggerito Mosca dal fardello strategico di dover difendere l’heartland da una minaccia ad ovest (si pensi all’enorme concentrazione di truppe sovietiche ad est della cortina di ferro, rispetto ad una concentrazione nettamente inferiore di truppe NATO).

Una strategia che viene perseguita nello stesso identico modo in Georgia e in Moldavia e che viene dichiarata senza molte ambiguità.

Battaglione di volontari “Vostok” sfila a Donetsk

DOPO MINSK I

Sostieni inimicizie

Certamente non si possono prendere per buone le parole della Russia (o di qualsiasi altro stato), è importante guardare alle azioni per capire se le parole vengono anche seguite coerentemente dalle azioni sul campo. E nel caso del Donbass questo avviene.

Dopo gli accordi di Minsk ci saranno altri mesi di battaglie in cui parteciperà anche la Russia (forse la più celebre è quella dell’aereoporto di Donetsk), ma è importante notare come il fine di queste battaglie sia consolidare un fronte coerente e facilmente difendibile dai separatisti, non già espandere le aree sotto il loro controllo. Ripetiamolo: Mosca non vuole espandere le aree sotto il controllo separatista, e i motivi sono facilmente intuibili. Riassumendoli:

  • Il trattato dell’alleanza atlantica vieta l’ingresso a nuovi membri con dispute territoriali; in tal senso per perseguire l’obiettivo strategico di Mosca basterebbe la Crimea o una porzione ancora minore del Donbass
  • La Russia sovvenziona a suon di miliardi di rubli le aree separatiste pagando salari, pensioni, forniture energetiche, armi etc etc, una loro espansione porterebbe ad una maggior spesa per Mosca a fronte di una ricompensa non chiara dal punto di vista strategico
  • E’ nell’interesse russo che il conflitto rimanga freddo e che la linea di fronte sia difesa esclusivamente o quasi dai separatisti, per non dover ricorrere ad ulteriori e costosi interventi militari diretti e non dover incorrere in nuove sanzioni soprattutto da parte dell’UE

Dunque, seguiranno a Minsk I altri mesi di combattimenti fino alla battaglia dell’hub ferroviario di Debaltseve, probabilmente la più grande di tutta la guerra, che finirà in una sonora sconfitta ucraina e porterà alla stipulazione degli accordi di Minsk II, sostanzialmente una copia carbone dei primi, e ad un definitivo congelamento del fronte su linee di trincea che ricordano la prima guerra mondiale.

DOPO MINSK II

Si può quindi parlare di un periodo della guerra post-Minsk II.

In questa fase, in cui siamo ancora oggi, il coinvolgimento diretto russo dimunisce drasticamente fino quasi a sparire, avvengono, oltre a violazioni del cessate il fuoco quotidiane, nella fattispecie bombardamenti d’artiglieria; sporadiche battaglie nella terra di nessuno tra i separatisti e l’esercito ucraino in cui le prove di una presenza militare russa ammontano a zero, se si escludono le schermaglie navali nel Mar Nero del 2018 (riconducibili però alla Crimea, non al Donbass).

In questo periodo le priorità e il comportamento russi sono rimasti gli stessi, è invece gradualmente aumentato in quanto ad aggressività il comportamento ucraino. L’Ucraina dal 2017, forte anche di un miglioramento progressivo del suo esercito tramite professionalizzazione e armamenti NATO, ha tentato di avanzare con sempre più costanza nella “zona grigia” (battaglia di Avdivka) e ha iniziato a sconfessare gli accordi di Minsk, affossandoli completamente nel 2018 con una risoluzione alla Rada che stabilisce una strategia di riconquista militare del Donbass.

La Russia ha risposto a queste escalation in tre modi: Con periodiche esercitazioni e mobilizzazioni (come quella a cui stiamo assistendo in questi giorni, analoga a quella della primavera scorsa), con la creazione di condizioni che possano legittimare un suo futuro intervento in difesa dei separatisti, come il nuovo programma di semplificazione dell’ottenimento della cittadinanza russa per i cittadini di quelle aree dell’Ucraina e infine con una politica volta a separare l’anglosfera dai suoi alleati europei. Con quest’ultimo punto veniamo agli eventi di queste settimane.

Carri separatisti, Donbass

LA CRISI ATTUALE

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Lo scontro Russia-Anglosfera ha inziato ad acuirsi in occasione del fallimentare tentativo di rivoluzione colorata in Bielorussia, paese in questo momento occupato in un braccio di ferro con la Polonia e l’UE con tecniche di strumentalizzazione dei migranti simili a quelle usate da Erdogan contro la Grecia e la Germania.

E’ fondamentale parlare di scontro Russia-Anglosfera e non Russia-NATO in quanto si può identificare, dal baltico alla Turchia, un cordone sanitario di stati, membri della NATO e non (come l’Ucraina), che in conformità alla dottrina MacKinder (di cui abbiamo parlato nell’ultimo post sulla geopolitica di Dugin) e in conformità alla loro attuale visione di interesse nazionale, partecipano attivamente all’avanzata angloamericana nella sfera d’influenza russa, con obiettivo finale lo smembramento definitivo della tellurocrazia e quindi il controllo dell’heartland, obiettivo che fu quasi conseguito prima del colpo di coda russo in occasione della guerra in Cecenia.

Diverso è il discorso per l’Europa occidentale, che ha sempre visto, e a maggior ragione vede adesso, in preda ad una crisi energetica, un potenziale amico nella Russia, forse addirittura (ma questo potrebbe essere wishful thinking di chi vi scrive) un perno geopolitico grazie a cui emanciparsi dal dominio angloamericano del continente.

In tal senso vanno visti il colloquio di Putin con Macron questa settimana, la visita del ministro degli esteri tedesco in Russia, la videoconferenza di Putin con i CEO delle maggiori aziende italiane che ha fatto arrabbiare l’atlantista-in-capo di Palazzo Chigi (che però ha lui stesso avuto un colloquio telefonico con l’inquilino del Cremlino).

Naturalmente, la situazione è molto più complicata e fluida rispetto ai due blocchi ben distinti che sono appena stati descritti. Si pensi allo smarcamento dell’Ungheria, unico paese di Visegrad ad aver rifiutato di accogliere nuove truppe americane in funzione della crisi, il cui premier Viktor Orban ha di recente visitato Mosca con un messaggio molto chiaro: Non vogliamo una nuova guerra fredda. Si pensi d’altro canto proprio all’Italia, che con una classe politica totalmente arroccata (quindi in senso atlantista) tramite governo tecnico di larghe intese e rielezione del Presidente della Repubblica, esprime tramite il suo ministro degli esteri la disponibilità ad inviare truppe italiane se la NATO lo richiedesse. Si pensi infine alle dichiarazioni dello stesso Zelensky, che ha smentito categoricamente il pericolo di un’invasione russa dichiarando che queste tensioni (puntando il dito agli USA, senza esplicitarlo) siano invenzioni e danneggino gli investimenti in Ucraina.

CHI VUOLE LA GUERRA?

Abbiamo già spiegato come la Russia nella maniera più assoluta non voglia una guerra, come non la voglia l’Europa occidentale, come non la voglia l’attuale presidente ucraino e come anche gli alleati est-europei e turchi dell’anglosfera, che potrebbero avere interesse affinché si scaldi il conflitto Russia-Ucraina, non siano unanimi nel loro orientamento.

Rimangono due possibili colpevoli per le tensioni a cui stiamo assistendo: Elementi nazionalisti all’interno dell’Ucraina e Anglosfera.

I primi potrebbero vedere nella plausibile distensione USA-Russia in funzione anticinese il loro “Momento von Bulow”, ovvero potrebbero pensare che in futuro non godranno più di un simile supporto americano, turco e polacco, e che quindi per quanto l’idea sia folle, e francamente fallimentare, valga la pena di tentare una riconquista del Donbass adesso.

I secondi, leggendo le suggestive analisi di alcuni, potrebbero voler attirare la Russia in un tritacarne da cui uscirebbero certamente vincitori militarmente, ma sconfitti economicamente e politicamente ostracizzati dall’Europa occidentale e centrale.

E’ un’ipotesi interessante, forse plausibile, ma in fondo improbabile e che puzza di coping atlantista.

Ricorderete che simili analisi furono fatte anche quando gli USA si ritirarono dall’Afghanistan, secondo alcuni per attirare la Cina in una trappola mortale. Giudicate voi, ma sembra che in quel caso ad uscire pesantemente sconfitti furono l’influenza e la credibilità americana, e ad uscire vincitrice fu la Cina, libera di investire copiosamente nel paese, con il beneficio aggiuntivo di fornire all’alleato pakistano quella “profondità strategica” che ha sempre desiderato nella competizione con l’India.

Certo, in caso di guerra la Russia dovrebbe effettivamente invadere l’Ucraina, il costo sarebbe alto, ma per gli USA ne varrebbe la pena? Una simile guerra potrebbe coalizzare tutti i paesi ad ovest della nuova cortina di ferro in senso atlantista, ma potrebbe anche essere il colpo definitivo alla credibilità dell’alleanza atlantica e degli USA come partner.

Dopo tutta la retorica, gli USA abbandonerebbero l’Ucraina a se stessa (nessuno è così folle da pensare che truppe NATO combatterebbero in Ucraina, vero?), non sarebbe forse la pietra tombale del loro sistema di sicurezza? Perché, una volta avvenuto ciò, la Corea del Sud non dovrebbe ad esempio rafforzare i suoi legami con la Cina? Perché la Cina non dovrebbe invadere Taiwan? Perché i vari attori statali o non-statali in Africa e Medio Oriente dovrebbero guardare agli USA e non ad altre potenze dalla deterrenza più credibile? Estremizzando il concetto, perché a quel punto il resto d’Europa non dovrebbe decidere di venire definitivamente a patti con la Russia, abbandonando l’anglosfera?

Assumendo che Biden sia un attore razionale (forse è lecito dubitarne) sembrerebbe una prospettiva poco conveniente per gli USA.

Resta un solo scenario, secondo chi vi scrive il più probabile: Che nessuno voglia una guerra in Ucraina, e che quello a cui stiamo assistendo sia un braccio di ferro tra Anglosfera e Russia, mentre parallelamente si definisce un nuovo assetto, o compromesso strategico, in Europa, così che gli USA possano focalizzarsi sulla competizione con la Cina.

Il braccio di ferro però è rischioso, e il fatto che nessuno la voglia non significa che la guerra non arriverà.

Come spiega Clausewitz, le guerre nascono nell’incertezza, nei calcoli degli attori sulla base di informazioni imperfette, nella nebbia. E quindi ogni opzione è sul tavolo.

15 pensieri riguardo “La guerra nel Donbass

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