La guerra del Donbass

Chiunque sia minimamente informato sa che la guerra in Ucraina non è iniziata nel febbraio 2022.

La guerra in Ucraina è iniziata nel “lontano” 2014, con quella che possiamo chiamare – per distinguerla dall'”Operazione Militare Speciale” – “Guerra del Donbass”, un conflitto iniziato con la violenta destituzione del presidente eletto Yanukovich, con i “fatti dell’Euromaidan” – ampiamente compartecipati da angloamericani e polacchi – degenerato in guerra civile dopo le controproteste nella parte russofona del paese, culminato in un intervento diretto delle forze armate russe, e rimasto (quasi) congelato per 8 anni.

E’ un conflitto che va conosciuto e capito, per comprendere le evoluzioni successive.

Separatisti novorussi, Debaltsevo, 2015
Separatisti novorussi, Debaltsevo, 2015

IL MAIDAN E LA PRESA DELLA CRIMEA

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Nel 2013 il Presidente dell’Ucraina era Viktor Yanukovich che, come molti suoi omologhi in stati post-sovietici, spesso vacillava tra l’integrazione con la NATO e l’integrazione con la Russia.

Da tempo si parlava di un memorandum d’intesa tra Ucraina ed Unione Europea e, contrariamente a quanto si possa pensare ad oggi, momento in cui dai più Yanukovich viene ritenuto un filo-russo di ferro, le probabilità che venisse firmato a Vilnius erano alte, come lasciava intendere lo stesso presidente.
Iniziano così le prime tensioni tra Russia e Ucraina con (seppur leggere e prevalentemente simboliche) sanzioni da parte del Cremlino che, dopo l’espansione ad est della NATO, il supporto angloamericano ai jihadisti nel caucaso russo, la guerra in Georgia, il colpo di mano subito in Libia con la deposizione di Gheddafi e l’intervento in Siria aveva ormai optato per una politica decisamente antagonista nei confronti della NATO, abbandonando del tutto la “dottrina Kosyrev” e passando a quella della “deterrenza strategica”, elaborata dai celebri teorici russi Chekinov e Bogdanov o “difesa attiva”, come invece la definì il capo di stato maggiore delle forze armate russe, Valery Gerasimov, nel 2019. In soldoni, una politica d’intervento volta a fermare l’espansione della sfera d’influenza NATO a spese di quella russa.

Queste pressioni fecero sì che Yanukovich, a sorpresa, non firmò il memorandum d’intesa a Vilnius nel novembre 2013, dando vita a quella rivoluzione colorata, da subito supportata dalla Polonia e dalla NATO (soprattutto dalla sua componente baltica e angloamericana, forse con anche l’ausilio di false flag), che conosciamo con il nome di “Euromaidan”.

Le tensioni si fecero sempre maggiori e più violente nella parte “ucrainofona” del paese, finché nella notte del 25 febbraio 2014 Yanukovich scappò a Mosca, abbandonato politicamente anche dai suoi alleati del “Partito delle Regioni”, che dominavano la parte russofona del paese.

Da dopo la fuga di Yanukovich, l’est russofono dell’Ucraina iniziò a reagire con delle proteste anti-maidaniste, per l’appunto in Crimea e nel Donbass.

Il 27 febbraio, con un colpo di mano, con una manciata di uomini e senza spargimenti di sangue (dell’aspetto militare parleremo magari in un altro post) la Russia prende il controllo della Crimea; un territorio disputato tra Russia e Ucraina da quando Kruschev arbitrariamente lo assegnò alla seconda, un territorio sempre stato russo, abitato prevalentemente da russi (che infatti accolsero con favore i “piccoli uomini verdi”) e che ospitava e ospita la flotta del Mar Nero. Un territorio dall’importanza strategica così alta per la Russia, per il controllo del Mar Nero, che il Cremlino decise di annetterlo a fronte di un Ucraina ora diventata apertamente ostile alla Russia e vicina alla NATO.

Piazza Maidan, Kiev, 2014
Piazza Maidan, Kiev, 2014

GUERRA CIVILE

Consigli di lettura

Le cose nel Donbass andarono in modo molto diverso, invece.
Nel Donbass scoppia una vera e propria guerra civile, senza alcuna presenza diretta di truppe russe (questo è importante ricordarlo), a partire dalla “liberazione” della Rada di Kharviv, l’1 marzo, da parte di un contingente di ribelli anti-maidanisti.

Per tutto marzo e per la prima metà di aprile la situazione è caotica, con municipi che vengono occupati da ambo gli schieramenti, scontri che poi diventano scontri a fuoco, movimenti perlopiù disorganizzati e spontanei.

La Rada di Donetsk viene occupata dai “novorussi” il 6 aprile 2014, viene così fondata la Repubblica Popolare di Donetsk , il cui soviet supremo (sì, soviet supremo) viene eletto per acclamazione e la cui dichiarazione di sovranità viene redatta dal comunista Litvinov.

Viene anche fissata la data di un referendum sull’indipendenza, che verrà poi tenuto nonostante l’opposizione di Putin e a cui seguirà una richiesta di annessione alla Russia, totalmente ignorata dal Cremlino.

Il conflitto assume una forma più strutturale il 15 aprile, con l’inzio dell’OAT (Operazione Anti-Terrorismo) da parte delle forze armate ucraine, che con vari gradi di successo iniziano ad avanzare nelle aree ribelli.

INTERVENTO RUSSO

Un vero e proprio intervento russo inizia nel luglio 2014, con i ribelli in condizione disperata e con uno dei loro leader, Borodai, che minaccia apertamente Putin con una crisi migratoria senza precedenti nel caso in cui le roccaforti novorusse fossero cadute.

Il Cremlino decide così di intervenire nel conflitto, e inizialmente lo fa stabilendo una “zona rossa” di 20-30 km dal confine russo in cui all’esercito ucraino è (tacitamente) vietato entrare. Il più celebre esempio di questa fase del conflitto è il bombardamento di Zelenopillya, vicino Lugansk, l’11 luglio: Due battaglioni ucraini vengono neutralizzati da un enorme bombardamento d’artiglieria russa tramite MLRS, che causa 30 morti, centinaia di feriti e la distruzione di pressoché tutti i veicoli militari del contingente. Una prova della potenza distruttiva senza eguali dell’artiglieria russa, che in questo caso viene usata al posto dell’aviazione, probabilmente per creare un velo di plausibile negabilità dell’operazione. Nel contempo vengono anche infiltrate dalla Russia delle formazioni di volontari (ceceni, cosacchi, russi, armeni etc etc) per rinforzare i separatisti.

Questo intervento però non basta e, in agosto, con Donetsk e Lugansk assediate e bombardate, senza elettricità e servizi primari e con scene che ricordavano le battaglie di Grozny, la Russia decide di compiere delle vere e proprie incursioni nel Donbass con l’esercito regolare.

La prima sarà quella di Ilovaisk dal 24 al 28 agosto 2014. Fu talmente inaspettata che gli osservatori ucraini sul confine, vedendo sfilare le colonne corazzate dei BTG (battalion tactical group) russi non credettero ai loro occhi.

Dopo la battaglia di Ilovaisk, che fece circa 1000 morti per parte e fu vinta da russi e filo-russi, dopo altre battaglie minori come quella per l’aereoporto di Lugansk, il 5 settembre viene concluso l’accordo di Minsk tra Ucraina e ribelli, rappresentati dal leader della RPD, Zakarchenko, con la Russia e altre potenze con status di semplici osservatori e mediatori.

L’accordo di Minsk prevedeva, riassumendo, un cessate il fuoco totale e un percorso per tappe che avrebbe portato ad una decentralizzazione del potere politico in Ucraina parallelamente alla reintegrazione pacifica del Donbass (ma non della Crimea, che rimane e sempre rimarrà fuori discussione). E’ un accordo molto importante da studiare oggi perché segna il momento in cui il Cremlino, obbligato ad un intervento militare che avrebbe volentieri evitato, prende le redini del movimento novorusso. E’ infatti un accordo in cui sono molto chiare le priorità strategiche russe e che va contro i desiderata dei separatisti della prima ora (come l’ora celebre Igor Girkin) che infatti criticheranno pesantemente Zakarchevo al suo ritorno a Donetsk.

E cosa vuole la Russia? Avendo perso un’Ucraina amica, vuole un Ucraina neutrale. Un’Ucraina che non possa entrare nella NATO o nelle sue strutture politiche ed economiche vicarie, come l’UE; un’Ucraina ove non siano presenti missili americani a medio raggio che mettano Mosca in una condizione di vulnerabilità strategica senza precedenti.

Anche se i confini sono cambiati, è la stessa strategia a cui secondo Dugin (che ne è un altro sostenitore) puntava lo stesso Stalin: La creazione di stati neutrali che avrebbero alleggerito Mosca dal fardello strategico di dover difendere l’heartland da una minaccia ad ovest (si pensi all’enorme concentrazione di truppe sovietiche ad est della cortina di ferro, rispetto ad una concentrazione nettamente inferiore di truppe NATO).

Una strategia che viene perseguita nello stesso identico modo in Georgia e in Moldavia e che viene dichiarata senza molte ambiguità.

Battaglione di volontari "Vostok" sfila a Donetsk, tra 2014 e 2022
Battaglione di volontari “Vostok” sfila a Donetsk, tra 2014 e 2022

DOPO MINSK I

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Certamente non si possono prendere per buone le parole della Russia (o di qualsiasi altro stato), è importante guardare alle azioni per capire se le parole vengono anche seguite coerentemente dalle azioni sul campo. E nel caso del Donbass questo avviene.

Dopo gli accordi di Minsk ci saranno altri mesi di battaglie in cui parteciperà anche la Russia (forse la più celebre è quella dell’aereoporto di Donetsk), ma è importante notare come il fine di queste battaglie sia consolidare un fronte coerente e facilmente difendibile dai separatisti, non già espandere le aree sotto il loro controllo. Ripetiamolo: Mosca non vuole espandere le aree sotto il controllo separatista, e i motivi sono facilmente intuibili. Riassumendoli:

  • Il trattato dell’alleanza atlantica vieta l’ingresso a nuovi membri con dispute territoriali; in tal senso per perseguire l’obiettivo strategico di Mosca basterebbe la Crimea o una porzione ancora minore del Donbass
  • La Russia sovvenziona a suon di miliardi di rubli le aree separatiste pagando salari, pensioni, forniture energetiche, armi etc etc, una loro espansione porterebbe ad una maggior spesa per Mosca a fronte di una ricompensa non chiara dal punto di vista strategico
  • E’ nell’interesse russo che il conflitto rimanga freddo e che la linea di fronte sia difesa esclusivamente o quasi dai separatisti, per non dover ricorrere ad ulteriori e costosi interventi militari diretti e non dover incorrere in nuove sanzioni soprattutto da parte dell’UE

Dunque, seguiranno a Minsk I altri mesi di combattimenti fino alla battaglia dell’hub ferroviario di Debaltseve, probabilmente la più grande di tutta la guerra, che finirà in una sonora sconfitta ucraina e porterà alla stipulazione degli accordi di Minsk II, sostanzialmente una copia carbone dei primi, e ad un definitivo congelamento del fronte su linee di trincea che ricordano la prima guerra mondiale.

DOPO MINSK II

Si può quindi parlare di un periodo della guerra post-Minsk II.

In questa fase, in cui siamo ancora oggi, il coinvolgimento diretto russo dimunisce drasticamente fino quasi a sparire, avvengono, oltre a violazioni del cessate il fuoco quotidiane, nella fattispecie bombardamenti d’artiglieria; sporadiche battaglie nella terra di nessuno tra i separatisti e l’esercito ucraino in cui le prove di una presenza militare russa ammontano a zero, se si escludono le schermaglie navali nel Mar Nero del 2018 (riconducibili però alla Crimea, non al Donbass).

In questo periodo le priorità e il comportamento russi sono rimasti gli stessi, è invece gradualmente aumentato in quanto ad aggressività il comportamento ucraino. L’Ucraina dal 2017, forte anche di un miglioramento progressivo del suo esercito tramite professionalizzazione e armamenti NATO, ha tentato di avanzare con sempre più costanza nella “zona grigia” (battaglia di Avdivka) e ha iniziato a sconfessare gli accordi di Minsk, affossandoli completamente nel 2018 con una risoluzione alla Rada che stabilisce una strategia di riconquista militare del Donbass.
Il 2017 è l'”anno dell’attacco”; lo annunciano con giubilio i senatori americani John McCain e Lindsey Graham, durante una visita in Ucraina. Come ammette anni dopo l’allora Presidente – Petro Poroshenko – gli Accordi di Minsk erano per i maidanisti ucraini (e per i loro sostenitori stranieri) poco più che un pretesto per respirare e ricostruire un grosso esercito, per poi passare all’offensiva.

La Russia risponde a queste escalation in tre modi: Con periodiche esercitazioni e mobilitazioni al confine ucraino, con la creazione di condizioni che possano legittimare un suo futuro intervento in difesa dei separatisti, come il nuovo programma di semplificazione dell’ottenimento della cittadinanza russa per i cittadini di quelle aree dell’Ucraina; e infine con una politica volta a separare l’anglosfera dai suoi alleati europei, costruendo legami energetici, industriali e politici.

Per la fase successiva della guerra, iniziata a febbraio 2022: Genesi e prospettive dell’Operazione Z

Carri separatisti, Donbass
Carri separatisti, Donbass

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