La battaglia per le Falklands

Ci eravamo lasciati, nella prima parte, con la task force dell’ammiraglio Woodward in partenza per le Falklands, attanagliata da incertezze politiche e militari.

HMS Invincible torna in porto dopo la vittoria nelle Falklands

LA RIPRESA DI SOUTH GEORGIA

La prima missione della task force fu, possiamo dire, prettamente politica, ovvero la liberazione dell’isola di South Georgia.

Una parte del contingente di marines e forze speciali stazionato ad Ascension Island, la base inglese nell’atlantico più vicina alle Falklands, sotto il comando del Brigadiere Julian Thompson, si diresse verso South Georgia, invero dalla poca valenza strategica, per consegnare una vittoria politica al governo della Tatcher, rafforzando il supporto domestico per la missione.

La guerra delle Falklands iniziò, per i britannici, con un evento fortunato ed un evento sfortunato.

Il primo fu la localizzazione, per pura fortuna, del sottomarino argentino Santa Fe (che rappresentava una minaccia non indifferente per la task force) e la sua debilitazione al largo di Leith. La seconda fu la disastrosa missione di ricognizione dei SAS e dello SBS sulle montagne innevate di South Georgia e sulle sue coste, abortita più volte causa mal tempo e che costò più di un elicottero ai britannici (per puro miracolo nessuna vita).

Dopo il bombardamento del Santa Fe i britannici, nonostate gran parte dei marines fosse ancora lontana da South Georgia, decisero di andare fino in fondo vedendo gli argentini in evidente difficoltà. Circa 75 uomini, principalmente dei SAS e dello SBS, arrivarono in elicottero sull’isola e, una volta giunti alla base argentina di Grytviken, non dovettero fare altro se non accettare la resa del Capitano argentino Alfred Astiz e dei suoi uomini. Il giorno dopo anche la guarnigione di Leith si arrese.

I britannici avevano liberato South Georgia senza perdere neanche un uomo.

Ora si preparavano alla battaglia navale e alla riconquista delle Falklands vere e proprie.

LA BATTAGLIA NAVALE

Poco dopo la riconquista di South Georgia, la posta del conlfitto si alza drammaticamente.

La task force britannica aveva dichiarato, con l’inizio delle operazioni, una “zona di esclusione” di 200 miglia nautiche intorno alle isole Falklands, all’interno della quale ogni nave argentina sarebbe stata attaccata. Un’espediente, se vogliamo, per mantenere limitato il conflitto.

L’1 maggio, il sottomarino nucleare Conqueror avvista l’incrociatore argentino General Belgrano, scortato da due cacciatorpedinieri. Il sottomarino, originariamente, era a caccia della portaerei argentina fuori dalla zona di esclusione, ma, nonostante non avesse trovato il suo bersaglio principale, chiese al comando il permesso di affondare la General Belgrano, una grossa, vecchia, nave da guerra con a bordo più di mille uomini.

Le autorità militari, il giorno successivo, chiesero il permesso al gabinetto di guerra politico, che lo concesse.

La General Belgrano venne infine colpita e affondata, causando la morte di 368 marinai argentini.

Dopo questo avvenimento, la marina dell’ammiraglio Anaya rimase in porto o attaccata alla costa argentina per tutta la durata della guerra. Non vi fu mai una battaglia navale tra la flotta argentina e quella britannica.

ARA General Belgrano

AFFONDAMENTO DELLA SHEFFIELD E PREPARAZIONE ALLO SBARCO

La flotta di Sua Maestà ora, protetta dai suoi sottomarini al largo della costa argentina, si sentì libera di iniziare a bombardare le installazioni argentine su East Falkland.

Forse fu proprio questo falso senso di sicurezza che portò all’affondamento della Sheffield.

Il 4 maggio, il radar del cacciatorpediniere iniziò a dare dei segnali, che inizialmente vennero interpretati come quelli di un aereo amico o di un caccia argentino. Fu solo quando dal ponte i marinai videro del fumo all’orizzonte che capirono che in realtà quello che stava arrivando era proprio uno dei temuti missili excocet, che appena 5 secondi dopo colpì la nave, non lasciando tempo di attivare contromisure. La Sheffield fu danneggiata in modo irreparabile ed affondò poco dopo; in tutto vi furono 20 morti e 26 feriti.

Tutto d’un tratto, la guerra era diventata reale anche per i britannici. Da quel momento in poi, furono molto più cauti nel dispiegamento della task force, in particolare delle portaerei, che furono poste a distanza di sicurezza.

Nei giorni che seguirono, i britannici realizzarono gradualmente l’impossibilità di stabilire supremazia aerea in vista di uno sbarco, e si dedicarono invece a pattuglie, bombardamenti e raid per rendere più facile il lavoro degli uomini di Thompson, al momento ancora in attesa ad Ascension Island.

Uno degli episodi più iconici di questo periodo della guerra fu certamente il raid di Pebble Island; in occasione di cui un piccolo team di SAS si infiltrò in una base aerea argentina, distruggendo 11 velivoli senza perdere neanche un uomo. I SAS persero invece 22 uomini quando un albatross colpì il motore di un elicottero Sea King che li stava trasportando, facendolo precipitare in mare.

LO SBARCO A SAN CARLOS

Il 21 maggio, quando i marines, i para, le guardie reali e membri delle forze speciali sbarcarono nella baia di San Carlos, scelta per la protezione naturale che offriva, a discapito della sua lontananza dall’obiettivo principale (Port Stanley) non incontrarono nessuna resistenza ne da terra ne da mare. Il giorno seguente, però, iniziò una delle battaglie aeree più feroci da dopo la seconda guerra mondiale.

L’aereonautica argentina, senza dubbio il ramo delle forze armate che ha combattuto con più tenacia in questo conflitto, e il ramo aereo della marina, effettuarono per giorni delle sortite sulle navi britanniche ormeggiate nella baia di San Carlos. Principalmente, con bombe convenzionali che in molte occasioni non esplosero come avrebbero dovuto, ma anche con i pochi missili excocet a disposizione delle forze armate argentine.

I britannici si difesero da queste sortite sia da terra, tramite il sistema Rapier e i missili a guida manuale Blowpipe, nell’aria con pattuglie di incercettazione dei loro Harrier, più agili nel combattimento dei Super Etendard francesi, e da mare, tramite i missili Sea Dart, Sea Cat e Sea Wolf installati sulle fregate e sui cacciatorpedinieri, oltreché tramite cannoni Oerlikon manuali.

Gradualmente le perdite argentine fecero affievolire i raid aerei, ma il prezzo che pagarono i britannici fu alto: Persero le navi Ardent, Antelope e Coventry. La perdita più pesante, però, non avvenne a San Carlos ma al largo delle Falklands.

Un missile excocet, diretto presumibilmente verso una delle portaerei britanniche, colpì la nave container Atlantic Conveyor, causando 12 morti e la perdita di 10 elicotteri Wessex e 4 elicotteri Chinook, difficilmente sostituibili e fondamentali per condurre la battaglia di terra che sarebbe cominciata a breve. La perdita di questi elicotteri, costrinse i contingenti britannici a muoversi nelle Falklands a passo di marcia, su terreno accidentato.

Sistema missilistico Sea Wolf, ancora in uso nella marina britannica

ASSALTO A GOOSE GREEN

La prima battaglia di terra della guerra avviene, come la ripresa di South Georgia, più per ragioni politiche che per ragioni militari. A causa dei continui raid aerei argentini e a causa della mancanza di elicotteri, il contingente britannico non si era praticamente mosso dalle sue posizioni iniziali nella baia di San Carlos e sul monte Kent. La politica voleva una vittoria, e la voleva in fretta, quindi, benché i militari avrebbero preferito una marcia decisiva su Port Stanley, si decise di catturare la guarnigione argentina nella vicina Goose Green. Guarnigione che, peraltro, era stata anche rinforzata dopo una fuga di notizie causata dai giornalisti britannici che accompagnavano il contingente.

L’assalto fu assegnato al secondo battaglione paracadutisti (2 para), che si mosse dalle sue anguste posizioni sul monte Kent da dove aveva assistito, impotente, alla battaglia aerea che infuriava sulla baia di San Carlos.

A Darwin Hill, i britannici incontrarono una delle resistenze più tenaci nel corso di tutta la guerra. Subirono imboscate e vennero soppressi dalle posizioni fortificate argentine, avendo anche a disposizione poche munizioni di artiglieria a causa della difficile situazione logistica.

I 4 reggimenti britannici, riuscirono infine a catturare le colline intorno a Goose Green, per poi recuperare le forze e pianificare l’assalto alla posizione vera e propria.

Non ci fu bisogno, però, di un assalto a Goose Green: La guarnigione argentina si arrese dopo una serie di trattive. In tutto si consegnarono circa 1200 prigionieri, il triplo degli uomini che avevano schierato i britannici.

In tutta la battaglia, i britannici persero 18 uomini.

2 Para, Falklands, 1982

PORT STANLEY

A posteriori, verrebbe da pensare che dopo Goose Green le sorti della guerra fossero già decise, e che la marcia su Port Stanley fosse solo una formalità.

La realtà ai tempi però non appariva così.

Seppur con minore intensità, continuò anche la battaglia aerea. La nave da trasporto anfibio Galahad fu colpita e affondata con un bombardamento convenzionale mentre trasportava un contingente a sud di Port Stanley, questo fu necessario a causa della già citata carenza di elicotteri e di trasporti in generale. Il contingente che arrivò a Port Stanley da nord, invece, principalmente formato dalla 3 brigata commando (3 commando) dei marines, si mosse completamente a passo di marcia.

Nonostante questo incidente, le forze britanniche erano ora in posizione per attaccare Port Stanley.

La capitale delle Falklands era circondata da colline, ampiamente fortificate e precedute da campi minati. Il comandante della guarnigione nonché governatore argentino delle Malvinas, Mario Menendez, era convinto di poter difendere le posizioni di Port Stanley per mesi, rendendo la guerra per i britannici politicamente e logisticamente insostenibile.

Non fu così: I britannici, seppur in alcuni casi con battaglie feroci, come quella di Mount Longdon, la cui cima fu conquistata dagli uomini di 3 commando con una carica alla baionetta, riuscirono a guadagnare le alture senza troppe difficoltà.

La situazione logistica delle truppe argentine, preparate per una breve occupazione piuttostoché per una guerra d’attrito, era pessima. Non avevano cibo, non avevano munizioni. Oltretutto, spesso e volentieri, venivano abbandonate senza ordini dai propri ufficiali durante gli attacchi britannici.

Infine, lo stesso Menendez, disobbedì all’ordine di Galtieri di montare un contrattacco (che sarebbe stato suicida), e il suo contingente si arrese a quello britannico.

Le Falklands, il 14 giugno, erano liberate, due mesi dopo l’inizio della loro occupazione.

La task force tornava in patria accompagnata dalle note di “Rule Britannia”, ma altri uomini, nel frattempo, partivano per le Falklands, che non sarebbero più state le stesse.

Oggi, “Fortress Falklands” è diventata realtà, le isole sono difese da una base della RAF, una fregata o un cacciatorpediniere permanentemente di stanza a Port Stanley e da un contingente di marines notevolmente espanso rispetto a quello che, con pochi mezzi, tentò di difendere Port Stanley nel 1982. Un’invasione argentina delle Falklands, oggi, sarebbe impossibile.

Il sole, per il momento, non è ancora tramontato sull’impero britannico.

Britannici accolgono la task force di ritorno dalle Falklands

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