Behemot contro Leviatano

La tensione tra potenze di terra e potenze di mare è una costante della storia umana.
Rappresentata cabalisticamente con l’allegoria di due figure mitologiche, il Behemot di terra e il Leviatano di mare, non ha soltanto a che fare con la tecnica o con il commercio propri di uno o dell’altro elemento.
E’ uno scontro tra due modelli di civiltà, di intendere la società umana, che secondo il giurista tedesco Carl Schmitt è già riscontrabile nelle guerre tra Atene e Sparta e tra Roma e Cartagine.

Cartagine – la ricca città mercantile sulla sponda sud del mediterraneo – opulenta e cosmopolita. Roma, ai tempi una potenza di terra la cui spina dorsale era costituita da frugali contadini italici, dal loro mos maiorum e da una nobiltà terriera e guerriera.

Il fatto che un popolo sia definibile come “di terra” o “di mare” non dipende solo dalla sua geografia, ma anche dal modo in cui si rapporta con essa.
Schmitt fa l’esempio della Sardegna, fino a poco tempo fa (ma forse ancora adesso) con un carattere sicuramente più terricolo che marino, al contrario invece della Sicilia, storicamente proiettata verso il mare.

Questa tensione tra terra e mare esiste ancora oggi? Sì, e forse è più forte di quanto non sia mai stata.

Behemot contro Leviatano
Behemot contro Leviatano

GRAN BRETAGNA

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Pensando ad una moderna potenza di mare la prima che viene in mente è naturalmente l’Inghilterra.

La vera consacrazione dell’Inghilterra come potenza di mare, però, ci spiega Schmitt in “Terra e Mare“, avviene nel XVI secolo con l’inizio della guerra corsara – commerciale quanto religiosa – contro la potenza cattolica spagnola che al tempo dominava il continente americano.

Gli ingenti bottini della guerra di corsa vengono redistribuiti in un’isola che fino a poco tempo prima era dedita ad un’esistenza principalmente “terrena”, improntata sulla pastorizia. Questi nuovi capitali non solo proiettarono l’Inghilterra verso il mare (e quindi verso le Americhe, con la prima colonia fondata nel 1607) ma misero in moto un’accumulazione di ricchezza che consentì la rivoluzione agricola prima e quella industriale poi, rendendo nel XIX secolo l’Inghilterra la superpotenza che tutti conosciamo.

L’Inghilterra diventa un impero talmente marino, talmente proiettato verso l’esterno da “deterrestrizzarsi”, tanto che il premier Benjamin Disraeli proporrà lo spostamento del trono elisabettiano da Londra a Nuova Delhi.

Non sorprende infatti come il Regno abbia vissuto la decolonizzazione in modo molto meno traumatico rispetto alla potenza continentale francese. Certo, ha dovuto (o voluto?) retrocedere militarmente da “East of Suez“, ma ha mantenuto senza difficoltà le posizioni commerciali ottenute con la colonizzazione, che sono sempre state il vero motore dietro ad essa. Non ha combattuto una traumatica guerra civile come quella algerina, non ha mai avuto la pretesa di inglobare il suo impero immateriale in uno stretto regime di sovranità territoriale.

Questo è ancora più vero oggi, dopo la Brexit e dopo un periodo – sovrapponibile più o meno alla guerra fredda – in cui il Regno Unito ha finto (o preteso) di essere un paese europeo pienamente integrato nelle dinamiche continentali. Entrando a far parte della Comunità Europea con la premiership di Edward Heath, elaborando dottrine per una guerra in Europa Centrale, scarnificando la sua marina e riducendola al ruolo di guardiacancelli contro un tentativo sovietico di sfondamento verso l’atlantico (cosa che costerà quasi molto caro durante la Guerra delle Falkland). Un periodo in cui comunque non ha mai abbandonato la sua special relationship con gli Stati Uniti, volta a tutelare il suo impero immateriale grazie alla potenza militare statunitense, in una riedizione ribaltata di quella che era stata la partnership tra i due paesi prima della Grande Guerra. Le “malelingue” golliste spesso ventilarono l’ipotesi che l’integrazione europea di Londra fosse volta proprio a mettere nuova carne al fuoco in questa special relationship.

Con la fine della guerra fredda prima e la brexit poi, Londra torna a grandi passi alla dottrina della “Global Britain“: Rafforza i legami con il suo vecchio impero, costruisce portaerei ed espande la marina militare. Interviene in Europa secondo la “dottrina MacKinder” in modo anche più zelante degli Stati Uniti, per impedire un’unificazione del continente e la costituzione, quindi, di un forte impero eurasiatico aldilà del canale. Specialmente nella guerra in Ucraina. Che questa unificazione venga da Mosca, da Parigi o da Berlino, poco importa. Va evitata, sventata, come furono sventati i tentativi di Napoleone ed Hitler (ma anche di De Gaulle).

In un certo senso si realizza finalmente il sogno dello stratega navale Alfred T. Mahan, che auspicava una simbiosi, se non addirittura una fusione politica, tra Regno Unito (all’epoca con ancora le sue colonie di popolamento: Australia, Nuova Zelanda, Canada, Sud Africa) e Stati Uniti: L’Anglosfera.

Le due nuove portaerei della Royal Navy, classe "Queen Elizabeth"
Le due nuove portaerei della Royal Navy, classe “Queen Elizabeth”

USA

Consigli di lettura di Inimicizie

Questo ci porta alla superpotenza di mare del nostro tempo: Gli Stati Uniti.

Gli USA non solo controllano, ma egemonizzano gli oceani in un modo mai visto prima nella storia umana. Questo era vero già durante la guerra fredda ed è ancora più vero oggi, nonostante le sconfitte di terra subite in Asia.
Gli USA sono padroni degli oceani (anche se non di tutti i mari).

Negli USA vediamo tutte le caratteristiche di una società insulare marina in preda al declino: L’estremo cosmopolitismo, la degenerazione dei costumi, l’ossessione per la ricchezza e il commercio, la sicurezza data dal mare che si trasforma in compiacenza ed arroganza. “I ragazzi” vengono spediti all’estero a combattere ma non si sa neanche bene per cosa, la guerra è una cosa lontana, prepararsi per essa viene considerato quasi superfluo nonostante gli ingenti investimenti economici nel settore bellico.

Questa tendenza viene contrastata dalla parte interna degli USA – quella rurale dei “flyover states” – che iniziando a sentire per prima le conseguenze del declino dell’unipolarismo americano (anche noto come “globalizzazione”) chiede protezione e isolazionismo, forte delle sconfinate risorse naturali, minerarie e agricole, di cui il paese dispone. Questa tendenza raggiunge il suo apice durante l’amministrazione Trump, la prima dagli anni ’70 a non aver portato gli USA in una guerra all’estero, e riverbera anche durante l’amministrazione Biden, con il ritiro dall’Afghanistan che procede speditamente nonostante una nuova aggressività in Europa Centrale. Una riedizione della “sindrome del Vietnam”, quando il percepito declino della potenza americana e la sconfitta in Asia portò alla ribalta tendenze isolazionistiche, con cui le amministrazioni Nixon, Ford e Carter dovettero fare i conti nel condurre la loro politica estera.

Questo “tiro alla fune” tra elite liberali costiere e america rurale porterà probabilmente ad un compromesso simile a quello degli anni ’70, plasmato da Kissinger: Il rafforzamento delle aree cruciali dell’Impero (Europa, Oceano Pacifico, Anglosfera) in concomitanza con il ritiro dalle situazioni foriere di attrito e affaticamento, come il Medio Oriente.

LA RUSSIA, POTENZA DI TERRA

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La potenza di terra, la Roma dei giorni nostri, è sicuramente la Russia.

Uno sguardo alla Russia ci fa subito capire la differenza, spiegata Alfred T. Mahan, Schmitt e molti altri, tra il controllo del mare e il controllo della terra: Il controllo del mare è al massimo transitorio – non è permanente – a causa delle sue caratteristiche fisiche. Una flotta – per quanto potente – non potrà controllare interamente la sua area d’influenza e soprattutto, il dominio del mare (essendovi l’uomo “di passaggio”, e non stanziale come sulla terra) può cambiare molto più velocemente.

Le potenze di mare si sono succedute nel corso della storia e alcune – si pensi alla Spagna e soprattutto al Portogallo – sono entrate in un declino inesorabile una volta perso il loro dominio del mare, una volta venuta meno la soverchiante superiorità della loro flotta.

La Russia invece rimarrà per sempre una grande potenza finché controllerà il suo territorio. E difendere la terra, uno sforzo passivo, è più facile che difendere il mare, uno sforzo attivo e quotidiano in un’ambiente perennemente contestato. Uno sforzo che richiede una superiorità tecnologica continua sui rivali che di volta in volta cercano di assemblare una flotta superiore a quella della potenza egemone.

La Russia ha tutte le caratteristiche di un impero di terra, come anche descritte (in modo dispregiativo) dai “padri della geopolitica” anglosassone MacKinder e Spykman: L’attaccamento alla tradizione, il maggiore autoritarismo e non ultima l’ossessione per la sicurezza del suo territorio.

Il sostegno del panslavismo nell’impero austroungarico, il patto Molotov-Ribbentrop, l’espansione in Europa centrale con il patto di Varsavia fino alla preoccupazione odierna per Bielorussia, Ucraina , Georgia e Asia Centrale sono uniti da un fil rouge molto facile da individuare: La messa in sicurezza del territorio chiave russo. Putin parla chiaramente di come la NATO in Ucraina significherebbe una riduzione sostanziale del tempo di volo dei missili balistici diretti verso Mosca, mettendo la Russia in una posizione di inaccettabile vulnerabilità strategica. L’intervento russo in Ucraina, nel 2014 prima e nel 2022 poi, pur senza escludere l’importanza del retroterra etnico e del conflitto civile, può essere letto così: Impedire che potenze ostili si insedino nel grande spazio russo.

L’eurasiatismo, la dottrina geopolitica di Aleksandr Dugin non è altro se non il portare all’estremo questa visione: Un’unione politico-militare europea proiettata verso l’Asia, in cui la Russia eserciterebbe un peso determinante.

Esercitazione militare russa "Vostok 2018", estremo oriente russo
Esercitazione militare russa “Vostok 2018”, estremo oriente russo

BEHEMOT CONTRO LEVIATANO

L’Europa Occidentale, specialmente dopo l’inizio dell'”operazione militare speciale” russa, resta saldamente ancorata all’anglosfera e all’alleanza atlantica.
Le realtà geopolitiche però trascendono le pulsioni emotive, le infiltrazioni di intelligence e gli atti di sabotaggio, e non è detto che lo scontro tra l'”intermarium” legato all’anglosfera e la “vecchia Europa” a vocazione continentale sia già finito.

In Europa si scontrano ancora da un lato la Cartagine mercantile e protestante, dall’altro la Roma marziale, ortodossa.

Naturalmente questo conflitto bipolare è solo uno dei tanti presenti in un mondo che è ormai senza ombra di dubbio multipolare: Bisognerà fare i conti con la Cina, forse destinata ad essere il polo più forte e la cui vocazione territoriale non è ancora ben chiara, l’India, ancora acerba ma dal potenziale immenso, e con tutta una serie di potenze regionali non-allineate o vagamente allineate come Indonesia, Turchia, Iran, Pakistan, Sud Africa, Nigeria, Egitto, Brasile.

Le costanti della geopolitica, nell’osservare queste dinamiche, sono sempre utili ed attuali.

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