Behemot contro Leviatano

La tensione tra potenze di terra e potenze di mare è una costante della storia umana. Rappresentata cabalisticamente con l’allegoria di due figure mitologiche, il Behemot di terra e il Leviatano di mare, non ha soltanto a che fare con la tecnica o con il commercio propri di uno o dell’altro elemento. E’ uno scontro tra due modelli di civiltà, di intendere la società umana, che secondo Schmitt è gia riscontrabile nelle guerre tra Atene e Sparta e tra Roma e Cartagine.

Cartagine, la ricca città mercantile sulla sponda sud del mediterraneo, opulenta e cosmopolita. Roma, ai tempi una potenza di terra la cui spina dorsale era costituita da frugali contadini italici, dal loro mos maiorum e da una nobiltà terriera e guerriera.

Il fatto che un popolo sia di terra o di mare non dipende quindi solo dalla sua geografia, ma anche dal modo in cui si rapporta con essa. E’ stato fatto l’esempio della Sardegna che, fino a poco tempo fa (ma forse ancora adesso) ha avuto un carattere sicuramente più terricolo che marino, al contrario invece della Sicilia, storicamente proiettata verso il mare.

Questa tensione tra terra e mare esiste ancora oggi? Sì, e forse è più forte di quanto non sia mai stata.

Behemot contro Leviatano, Pinterest
Behemot contro Leviatano, Pinterest

GRAN BRETAGNA

Pensando ad una moderna potenza di mare la prima che viene in mente è naturalmente l’Inghilterra.

La vera consacrazione dell’Inghilterra come potenza di mare, però, ci spiega Schmitt in “Terra e Mare“, avviene nel XVI secolo con l’inizio della guerra corsara, commerciale quanto religiosa, contro la potenza cattolica spagnola che al tempo dominava il continente americano.

I bottini della guerra di corsa venivano redistribuiti in un paese che fino a poco tempo prima era appunto simile alla Sardegna: Dedito principalmente alla pastorizia e poco altro. Questi nuovi capitali non solo proiettarono l’Inghilterra verso il mare (e quindi verso le americhe, con la prima colonia fondata nel 1607), ma misero in moto un’accumulazione di ricchezza che consentì la rivoluzione agricola prima e quella industriale poi, rendendo nel XIX secolo l’Inghilterra la superpotenza che tutti conosciamo, nonostante la perdita degli Stati Uniti.

L’Inghilterra diventa un impero talmente marino, talmente proiettato verso l’esterno da “deterrestrizzarsi”, tanto che Benjamin Disraeli proporrà lo spostamento del trono elisabettiano da Londra a Nuova Dehli.

Non sorprende infatti come il Regno abbia vissuto la decolonizzazione in modo molto meno traumatico rispetto alla Francia. Certo, ha dovuto (o voluto?) retrocedere militarmente da “east of Suez“, ma ha mantenuto senza difficoltà le posizioni commerciali ottenute con la colonizzazione, che sono sempre state il vero motore dietro ad essa.

Questo è ancora più vero oggi, dopo la Brexit e dopo un bizzarro periodo, sovrapponibile più o meno alla guerra fredda, in cui il Regno Unito ha fatto finta di essere un paese europeo e addirittura continentale. Integrandosi economicamente tramite l’UE, elaborando dottrine per una guerra in Europa Centrale, scarnificando la sua marina e riducendola al ruolo di guardiacancelli contro un tentativo sovietico di sfondamento verso l’atlantico (cosa che costerà quasi molto caro durante la guerra delle Falklands).

Ora l’Inghilterra torna ad essere la potenza di mare di una volta: Rafforza i legami con il suo vecchio impero, costruisce portaerei ed espande la marina militare. Si riserva di intervenire in Europa solo per impedire un’unificazione del continente e la costituzione, quindi, di un forte impero eurastiatico aldilà del canale. Che questa unificazione venga da Mosca, da Parigi o da Berlino, poco importa. Va evitata, sventata, come furono sventati i tentativi di Napoleone ed Hitler (e possiamo dire anche dell’URSS).

In un certo senso si realizza finalmente il sogno dello stratega navale Alfred T. Mahan, che auspicava una simbiosi, se non addirittura una fusione politica, tra Regno Unito (all’epoca con ancora le sue colonie di popolamento: Australia, Nuova Zelanda, Canada, Sud Africa) e Stati Uniti.

Le due nuove portaerei della Royal Navy, classe “Queen Elizabeth”

USA

Questo ci porta alla superpotenza di mare del nostro tempo: Gli Stati Uniti.

Gli USA non solo controllano, ma egemonizzano gli oceani in un modo mai visto prima nella storia umana. Questo era vero già durante la guerra fredda ed è ancora più vero oggi, nonostante le sconfitte di terra subite in medioriente. Gli USA sono padroni degli oceani (anche se non di tutti i mari).

Negli USA vediamo tutte le caratteristiche di una società insulare marina in preda al declino: L’estremo cosmopolitismo, la degenerazione dei costumi, l’ossessione per la ricchezza e il commercio, la sicurezza data dal mare che si trasforma in compiacenza. “I ragazzi” vengono spediti all’estero a combattere ma non si sa neanche bene per cosa, la guerra è una cosa lontana, prepararsi per essa viene considerato superfluo.

Questa tendenza viene contrastata dalla parte interna degli USA, rurale (e non esclusivamente bianca come si vorrebbe far credere), che iniziando a sentire per prima le conseguenze del declino dell’impero americano (nella vulgata chiamato “globalizzazione”), chiede protezione e isolazionismo, forte delle sconfinate risorse naturali, minerarie e agricole, di cui il paese dispone.

Non è peraltro una tendenza nuova: la politica estera US è stata isolazionista prima della prima guerra mondiale, è tornata isolazionista dopo la disastrosa (per l’Europa) esperienza di Woodrow Wilson ed invero ha tentato di rimanerlo anche durante la seconda guerra mondiale, fino a Pearl Harbour e alla successiva dichiarazione di guerra da parte di Germania e Italia.

Dopo la fine della guerra fredda e dopo 30 anni di estremo interventismo e proiezione sul mare, con l’avvento di Trump (che va visto come sintomo, non come causa del cambiamento geopolitico) gli USA tornano a ritirarsi, seppur gradualmente, con molte resistenze e con molti distinguo, nella sicurezza del loro continente e della loro dottrina Monroe (anche se, negli ultimi due anni, anche quella mostra segni di cedimento: Sul canale telegram c’è un intero thread a riguardo).

LA RUSSIA, POTENZA DI TERRA

La potenza di terra, la Roma dei giorni nostri, è sicuramente la Russia.

Uno sguardo alla Russia ci fa subito capire la differenza, spiegata Alfred T. Mahan, Schmitt e molti altri, tra il controllo del mare e il controllo della terra: Il controllo del mare è al massimo transitorio, non è permanente, a causa delle sue caratteristiche fisiche. Una flotta, per quanto potente, non potrà controllare interamente la sua area d’influenza e soprattutto, il dominio del mare, essendovi l’uomo “di passaggio”, e non stanziato come sulla terra, può cambiare molto più velocemente.

Le potenze di mare si sono succedute nel corso della storia e alcune, si pensi alla Spagna e soprattutto al Portogallo, sono entrate in un declino inesorabile una volta perso il loro dominio del mare.

La Russia, invece, rimarrà per sempre una grande potenza finché controllerà il suo territorio. E difendere la terra, uno sforzo passivo, è più facile che difendere il mare, uno sforzo attivo e quotidiano in un’ambiente perennemente contestato.

La Russia ha tutte le caratteristiche di un impero di terra, come anche descritte (in modo dispregiativo) dai “padri della geopolitica” anglosassone Spykeman e MacKinder: L’attaccamento alla tradizione, il maggiore autoritarismo e non ultima l’ossessione per la sicurezza del suo territorio. E’ un’ossessione che gli abitanti dell’alleanza “marina” della NATO fanno fatica a comprendere, più affini forse al concetto di impero globale deterritorializzato di Disraeli.

Il sostegno del panslavismo nell’impero austroungarico, il patto Molotov-Ribbentrop, l’espansione in Europa centrale con il patto di Varsavia fino alla preoccupazione odierna per Bielorussia, Ucraina , Georgia e Kazakhstan sono uniti da un fil rouge molto facile da individuare: La messa in sicurezza del territorio chiave russo. Putin parla chiaramente di come la NATO in Ucraina significherebbe una riduzione sostanziale del tempo di volo dei missili balistici diretti verso Mosca, mettendo la Russia in una posizione di inaccettabile vulnerabilità strategica.

L’eurasianismo, la dottrina geopolitica di Aleksandr Dugin (ne approfitto per sponsorizzare, gratis ovviamente, le bellissime felpe di BNP) non è altro se non il portare all’estremo questa visione: Un’unione politico-militare europea proiettata verso l’Asia, in cui la Russia eserciterebbe un peso determinante.

E ad oggi non sembra neanche un’ipotesi impossibile.

Esercitazione militare russa “Vostok 2018”, estremo oriente

BEHEMOT CONTRO LEVIATANO

Ripetiamolo per l’ennesima volta: L’Europa occidentale, per ora, resta saldamente ancorata all’anglosfera e all’alleanza atlantica. E’ però possibile che le realtà geopolitiche del balance of power, della competizione sino-russa e della natura insulare di Inghilterra e USA portino, in un certo senso, a compimento le visioni sia di Dugin che di Mahan: Da una parte una qualche forma di “consolidamento” continentale a carattere fortemente terrestre, dall’altra un’unione sempre più stretta dell’anglosfera dal carattere prettamente marino.

Da un lato la Cartagine mercantile e protestante, dall’altro la Roma marziale, cattolica e ortodossa.

Naturalmente, si tratterebbe solamente di due poli in un ordine che ormai appare inevitabilmente multipolare: Bisognerà fare i conti con la Cina, forse destinata ad essere il polo più forte, l’India, ancora acerba ma dal potenziale immenso, e con tutta una serie di potenze regionali non-allineate o vagamente allineate come Indonesia, Turchia, Iran, Pakistan, Sud Africa, Nigeria, Egitto, Brasile.

Le costanti della geopolitica torneranno, e stanno già tornando prepotentemente, ad essere attuali.

15 pensieri riguardo “Behemot contro Leviatano

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