Corea del Nord: Lo stato (quasi) impossibile

Quando si parla di Corea del Nord, i più pensano ad uno stato drammaticamente povero e allo stesso tempo totalitario, la percezione è che sia uno stato fuori tempo massimo, sopravvissuto grazie ad un accidente della storia, la cui fine è comunque vicina ed inevitabile.

L’immagine della Repubblica Democratica Popolare di Corea, però, non è sempre stata questa.

Durante la guerra fredda, fino all’inizio degli anni ’80 almeno, il nord stava meglio del sud.

I suoi cittadini mangiavano di più, avevano più elettricità. Il nord aveva fertilizzanti migliori, un miglior sistema agrario, un esercito migliore, un’industria che esportava in tutto il blocco socialista.

Negli anni ’70, a nord della zona demilitarizzata, si vedeva veramente il sol dell’avvenire, per dirla in termini socialisti. Quando si parlava di unificazione, si parlava di assorbimento da parte del nord. Quando si parlava di dissidenti, si parlava del forte partito comunista in Corea del Sud, particolarmente popolare tra gli universitari, che avrebbe potuto coadiuvare con un’insurrezione l’Esercito Popolare Coreano. Quando USA e coreani del sud elaboravano piani di guerra, si preparavano per la difesa di Seoul.

Ora tutto è cambiato.

Le fabbriche del nord sono ferme ed esportano poco e niente, i cittadini sono malnutriti e visibilmente più esili dei loro consaguinei del sud. Attraversando la Corea del Nord (è possibile), è facile vedere soldati in uniforme che lavorano nei campi, spesso servendosi di aratri trainati da buoi dall’aspetto malsano.

A Seoul si tengono numerose conferenze, ogni anno, su come gestire l’inevitabile (si pensa) assorbimento del nord, gli strateghi militari americani e sudcoreani (uno dei quali ho intervistato), nonostante l’Esercito Popolare Coreano rimanga temibile e sia dotato di armi nucleari, non pensano più alla difesa di Seoul ma all’occupazione di Pyongyang.

Cosa è successo per ribaltare così le sorti delle due coree? Una tempesta (quasi) perfetta.

KJU durante una parata
KJU durante una parata

GLI ANNI ’90

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Per capire cosa sia andato storto in Corea del Nord negli anni ’90 dobbiamo prima capire perché le cose stessero andando relativamente bene prima.

Durante il periodo coloniale, i giapponesi avevano concentrato la maggior parte dei siti industriali nel nord, ricco di materie prime e meno popoloso, usando il sud, più popoloso e meno montagnoso, come un grande latifondo agrario con cui sfamare gran parte della popolazione.

Il vantaggio industriale del nord fu mantenuto anche dopo l’armistizio del 1953 tra le due coree, ricostruendo con ingenti aiuti sovietici e cinesi ciò che era stato distrutto (gli USA lanciarono più bombe durante la guerra di Corea che in tutta la seconda guerra mondiale, contemplando a un certo punto anche l’uso della bomba atomica).

Questa industria, prevalentemente pesante – sul modello stalinista – era inserita all’interno di un blocco commerciale socialista ufficioso, verso cui, come abbiamo già detto, esportava copiosamente.

La RDPC inoltre, essendo un paese di frontieria della guerra fredda, beneficiava di pesanti aiuti da parte dell’Unione Sovietica e non solo. Si trovava sulla linea di faglia della competizione sino-sovietica, e riusciva a sfruttare la competizione tra queste due potenze per ottenere il massimo da entrambe, come un figlio unico dopo il divorzio. E quindi, dopo la denuncia dello stalinismo da parte di Kruschev si avvicinava alla Cina, dopo la rivoluzione culturale si avvicinava all’URSS, e così via. La geopolitica fu la chiave del relativo successo nordcoreano di quei 40 anni circa.

Le cose che andarono male negli anni ’90 furono principalmente 3: Il crollo dell’URSS e del blocco socialista, una devastante stagione di monsoni e la morte di Kim Il Sung.

A partire dall’89, i regimi socialisti dell’est europa furono soppiantati da regimi democratici, capitalisti e filo-americani, naturalmente poco inclini a mantenere le relazioni commerciali con l’ex alleato coreano. Ma i “problemi” maggiori furono causati dalla Nordpolitik del nuovo regime democratico sudcoreano, dopo la fine della dittatura militare. Già nel 1989, un’URSS in crisi economica e prossima al collasso riconosceva diplomaticamente la Corea del Sud in cambio di un pacchetto di prestiti da diversi miliardi di dollari. Le relazioni tra Russia e RDPC peggiorarono ulteriormente dopo la caduta dell’URSS: Yeltsin tagliò a zero i prezzi sovvenzionati verso la Corea del Nord, ed arrivò persino a stabilire relazioni militari con il sud, in ossequio alla “dottrina Kosyrev” di sostegno alla politica estera americana. Questa volta però, Pyongyang non potè contare neanche sul controbilanciamento dell’alleato cinese: Il riformatore Deng Xiaoping non vedeva di buon occhio il regime stalinista di Kim Il Sung, e nei circoli politici di Pechino si era diffusa l’idea della necessità di un rapporto più bilanciato con le due coree.
Il sud riuscì a sedurre anche la Cina, tramite abili mosse diplomatiche, quali ad esempio il supporto logistico e politico durante i Giochi Asiatici del 1990 e il silenzio diplomatico durante e dopo i fatti di Piazza Tiennamen, riuscendo a stabilire piene relazioni diplomatiche nel 1992.

Il nord si trovava quindi completamente isolato, privato dei suoi partner commerciali e dei suoi due grandi benefattori (la Cina non tagliò mai del tutto gli aiuti, come l’URSS, ma il livello complessivo si abbassò nettamente).

Ho letto “Nothing to Envy” un po’ di tempo fa, ma ricordo bene come i vari disertori intervistati raccontarono quegli anni. Già dalla fine degli anni ’80, persone che prima vivevano vite tutto sommato tranquille e senza particolari preoccupazioni economiche, iniziarono a sentire sulla loro pelle il declino. Andavano in fabbrica, ma di tanto in tanto non lavoravano. Mancavano ordini, mancavano materie prime, i macchinari si rompevano ma non venivano riparati. Poi i giorni diventarono due alla settimana, poi tre, poi si iniziò a non lavorare proprio più.

Anche i pasti a lavoro iniziarono a diventare sempre più scarni, se arrivavano.

Nel 1994 le cose si complicarono ulteriormente: Morì il Caro Leader Kim Il Sung, che aveva guidato il paese per quasi 50 anni. Iniziò inoltre una terribile stagione di monsoni che, complice il pessimo stato dell’infrastruttura agricola nordcoreana e l’ormai quasi totale mancanza di fertilizzanti, devastò la produzione di cibo.

Il Sistema di Distribuzione Pubblica, grazie a cui ogni cittadino nordcoreano riceveva da mangiare, si sgretolò completamente.

L’intero sistema economico del nord era ormai una mera finzione. I cittadini si presentavano a lavoro, timbravano il cartellino, e poi corrompevano o supplicavano l’ufficiale di riferimento per poter uscire e cercare qualcosa da mangiare. I più fortunati, quelli con qualcosa da vendere o un piccolo orto personale animavano i nascenti jagmadang, i mercati rionali semi-legali, tollerati dal regime con una politica nello stesso spirito del “periodo speciale” inaugurato parallelamente a Cuba. I meno fortunati andavano nei boschi per foraggiarsi con qualsiasi cosa: Animali selvatici, radici, erba, corteccia di albero.

Nonostante tutto questo, il regime riuscì a rimanere in piedi. Come?

In primis, grazie alla dottrina songun, ovvero “prima l’esercito”. Le poche risorse di cui la RDPC disponeva venivano distribuite all’elite politica e poi all’esercito. Così, anche nella totale anarchia che aveva pervaso la società nordcoreana, l’ossatura dello stato rimase in piedi, i militari non si ribellarono mai (neanche i cittadini comuni, invero) potendo tra l’altro “rintuzzare” il proprio stipendio tramite la crescente corruzione che era diventata necessaria ai civili per sfamarsi. In secundis grazie all’ideologia juche, una dottrina che combina socialismo, autarchia ed etno-nazionalismo coreano, che ha portato la popolazione a soffrire innumerevoli privazioni (e abusi) pur di non “darla vinta” ai nemici americani e giapponesi.

Ma non sarebbe bastato solo questo, probabilmente, per tenere in piedi il regime. La scialuppa di salvataggio arrivò dai suoi peggiori nemici, per due ragioni diverse.

Kim Il Sung (sinistra) insieme a suo figlio Kim Jong Il (destra)
Kim Il Sung (sinistra) insieme a suo figlio Kim Jong Il (destra)

APPEASEMENT NUCLEARE

Nonostante le fanfare, obbligatorie in uno stato totalitario come la RDPC, per Kim Jong Il, il secondo presidente del paese è ricordato principalmente per un suo solo successo: Il programma atomico.
Sempre nel 1994 (anno veramente caotico per la Corea del Nord), si raggiungeva un pietra miliare nel programma nucleare iniziato negli anni ’70: I nordcoreani rimossero delle barre di plutonio dal reattore “civile” di Yongbyon senza far osservare l’IAEA (l’agenzia di controllo delle armi atomiche), diventava evidente l’intenzione di dotarsi di armi atomiche.

Questa era una chiara linea rossa per gli americani. Però, mentre Bill Clinton studiava nell’ufficio ovale i piani militari presentati dai suoi consiglieri, l’ex presidente Jimmy Carter si recava in via semi-ufficiale a Pyongyang per parlare direttamente col Caro Leader.

Ne conseguì un accordo di denuclearizzazione, in cui la RDPC si impegnava a “congelare” il suo programma nucleare in cambio della costruzione di due reattori ad acqua leggera e di spedizioni mensili di carburante da parte di un consorzio internazionale finanziato principalmente da USA e Giappone.

Come più o meno tutto ciò che fece Jimmy Carter nella sua carriera politica, questo accordo suscitò grandi emozioni, ma si rivelò infine inutile e anzi controproducente per gli interessi americani.

Fu il primo di una lunga serie di accordi di denuclearizzazione di cui la Corea del Nord sfruttò i benefici (i reattori non furono mai costruiti, ma il carburante, seppur in ritardo, arrivò tutto, dimostrandosi fondamentale per tenere in piedi quel poco che restava dell’economia nordcoreana) per poi ricominciare il programma nucleare segretamente o apertamente.

Per fare una metafora: I nordcoreani fecero all-in con le poche fiches che avevano a disposizione e con poco e niente da mostrare, gli americani si fecero fregare dal bluff e foldarono.

La RDPC non aveva carburante, non aveva cibo, non aveva alleati. E gli americani spedirono carburante e cibo (dopo un appello della Corea del Nord alle Nazioni Unite, sempre nel 1994), salvandola.

Per quanto Kim Jong Il si sia rivelato un leader di gran lunga peggiore sia di suo padre che di suo figlio, quando i nordcoreani cantano “La patria non esiste senza di te” in fondo hanno ragione. Senza il programma nucleare non ci sarebbe più una Corea del Nord.
E’ famosa la citazione dell’ex presidente pakistano Zulfiqar Ali Bhutto: “Mangeremo erba se necessario, ma avremo la nostra atomica“. I nordcoreani lo fecero davvero (tranne Kim Jong Il, che non rinunciò mai alla sua passione per il vino italiano, il formaggio francese e il pesce giapponese).

Jimmy Carter insieme a Kim Il Sung, Pyongyang
Jimmy Carter insieme a Kim Il Sung, Pyongyang

SUNSHINE POLICY

Consigli di lettura

Diverso fu il discorso per la Corea del Sud.

Escludendo i contributi per il WFP e per le spedizioni di carburante (comunque non trascurabili), la vera svolta nelle relazioni nord-sud avvenne nel 1998, con la Presidenza del premio Nobel per la pace Kim Dae Jung.

Iniziò la cosiddetta “sunshine policy“, una politica di aiuti incondizionati al nord per favorire la pace inter-coreana.

I sudcoreani non solo inviarono cibo di cui il nord aveva disperatamente bisogno, ma aprirono anche due joint-venture, il resort turistico di Kumgang e l’area industriale di Kaesong, che fornirono (fino alla loro chiusura rispettivamente nel 2009 e nel 2016) importanti entrate di valuta estera al regime nordcoreano.

Nonostante questa politica fosse motivata dichiaratamente da un desiderio di unificazione, Victor Cha in “The impossible state” (che vi ho raccomandato poco fa su instagram) ci spiega in maniera abbastanza convincente quanto l’obiettivo fosse in realtà diametralmente opposto.

L’unificazione, è vero, veniva ritenuta inevitabile dopo la fine della guerra fredda, ma il divario economico era ormai talmente ampio da creare enormi preoccupazioni a sud della zona demilitarizzata. Notando i problemi in cui era incappata la Germania ovest nel suo assorbimento dell’est, in presenza di una disparità economica di molto inferiore a quella tra le due Coree, gli statisti sudcoreani elaborarono la sunshine policy per cercare di colmare questo divario il più possibile, nel frattempo rimandando l’unificazione a 10, 20, 30 anni dopo.

L’ERA DI KIM JONG UN

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Il regime riuscì quindi a sopravvivere al totale isolamento internazionale e alla carestia.

L’economia iniziò pian piano a mostrare segnali di ripresa a metà degli anni 2000, complice anche il riavvicinamento cinese e quello russo dopo l’ascesa al potere di Putin, decisamente più amichevole verso la Corea del Nord rispetto al suo predecessore Yeltsin; oltre a tutti i fattori elencati sopra, e anche ad altri espedienti cui lo “stato canaglia” ricorse (come la spedizione di squadre di lavoro all’estero o la partecipazione in attività criminali su larga scala come la contraffazione di banconote americane e la produzione di metanfetamina).

Nonostante gran parte della “comunità internazionale” prevedesse che la transizione potesse portare al collasso definitivo del regime, il giovane e baldanzoso Kim Jong Un, con pure poco preavviso, è riuscito ad affermarsi e a consolidare il potere senza troppi problemi, dimostrandosi di gran lunga più abile del padre. Nel mentre, eliminando suo zio Jang Song Taek, numero 2 del regime e riformatore ostile alla dottrina songun, e il suo fratellastro Kim Jong Nam, assassinato con un elaborato attacco con armi chimiche all’estero.

Ricordiamo inoltre che a causa della politica del songun, la Corea del Nord è sostanzialmente un regime pretoriano, il cui vertice viene retto solamente dal supporto dei militari. Quindi KJU, già prima della morte di suo padre, si è accreditato presso il milieu militare con diverse operazioni a lui attribuite: Il test di un nuovo missile balistico nel 2009, l’affondamento della Cheonan, una nave della marina sudcoreana nel 2010 e, infine, il bombardamento d’artiglieria dell’isola di Yeonpyeong. In quest’ultima occasione si arrivò molto vicini ad un’escalation militare.

Il nuovo regime di KJU quindi ha visto una graduale ripresa dell’economia nordcoreana (che comunque rimane enormemente inferiore a quella sudcoreana, e nonostante ci sia stata una nuova crisi alimentare nel 2011), un aumento della stabilità politica e soprattutto un avanzamento sempre maggiore del programma nucleare, probabilmente memore di quello che è successo a Gheddafi una volta abbandonato il suo agli americani.

In parole povere: Sembra che le certezze di un assorbimento da parte del sud siano state un po’ premature.

Soprattutto se consideriamo la sempre più grande competizione tra Cina e USA, in cui la RDPC giocherà sicuramente un ruolo. La caccia alle materie prime che ha già portato la Cina ad aprire diverse operazioni minerarie in Corea del Nord negli ultimi anni. Ma anche considerando un possibile revival della competizione sino-russa dopo l’attuale periodo di luna di miele, che non può durare in eterno viste le troppe aree di frizione geopolitica tra le due (super?)potenze. In sostanza potrebbero ricrearsi quelle condizioni geopolitiche che fecero la fortuna del paese durante la guerra fredda.

Secondo un interessante articolo di Daily NK, addirittura, il decoupling dagli USA potrebbe portare la Cina ad avvicinarsi al modello politico nordocoreano, piuttosto che il contrario.

Kim Jong Un
Kim Jong Un

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