Non dire a mamma che sono in Cecenia

SECONDA PARTE

“Non dire a mamma che sono in Cecenia”, riedizione dell’omonima canzone popolare sovietica per la guerra in Afghanistan

Siamo nel 1991 e Gorbachev sta, con un colpo di penna, mettendo la parola fine all’Unione Sovietica.

Venendo meno una comune struttura politica, economica ed ideologica; oltreché il pugno di ferro di un forte stato centrale e della sua Armata Rossa, esplodono immediatamente le rivalità che dividono tra loro le varie repubbliche socialiste.

Non sorgono problemi solamente in Moldavia e tra Azerbaijan ed Armenia, ma anche nella stessa Russia, stato successore dell’Unione Sovietica.

Il debole governo di Yeltsin non è nelle condizioni per controllare a pieno tutte le spinte centrifughe all’interno della Russia, ma promette di non lasciare i suoi territori facilmente.

Uno dei casi in cui la situazione andrà fuori controllo è proprio quello della Cecenia. Ma facciamo un passo indietro.

Truppe russe durante la seconda battaglia di Grozny, 1996
Truppe russe durante la seconda battaglia di Grozny, 1996

LA CONQUISTA RUSSA DEL CAUCASO

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Benché formalmente la Russia controllasse la Cecenia già da prima, la regione inizia a diventare veramente rilevante per gli interessi imperiali a partire dal Trattato di Georgievsk del 1783, con cui la Georgia, strategicamente ben più importante, diventa un protettorato degli Tsar.
Così, la Cecenia diventa un’importante terra di transito tra la Russia e le sue nuove terre. La Corona deve ora esercitare un maggior controllo sulle popolazioni riottose e dedite al banditismo che occupano la montuosa regione del Caucaso; questa campagna da vita alla ribellione guidata da Sheik Mansur, che nel 1785 ricaccia indietro i russi con la battaglia di Sunja.

A partire dall’inizio del XIX secolo inizia una campagna russa per soggiogare il caucaso e la Cecenia con esso. Inizialmente parte come azione di polizia con relativamente pochi uomini a disposizione, in seguito arriverà a contare quasi 300.000 uomini tra russi, ceceni, georgiani e cosacchi.

E’ opportuno qua spendere due parole su Ermolov.

Aleksei Petrovich Ermolov fu il primo comandante delle forze russe nel Caucaso (dal 1816 al 1827) a provare una vera e propria sottomissione della regione.

Il Generale, noto tra le altre cose per la frase “l’unico buon ceceno è un ceceno morto“, sviluppò delle tattiche in egual misura brutali e brillanti, che avremo modo di rivedere nel più recente conflitto russo-ceceno. In primis, si occupò di fondare delle piazzeforti russe (tra cui Groznaya, oggi Grozny, capitale della Cecenia) per isolare i banditi ceceni delle montagne dalle popolazioni più docili che abitavano le valli, creando in quest’ultime un interesse per la permanenza russa. In secundis, diede la caccia senza limiti alle frange riottose della popolazione cecena; sterminando villaggi interi, bruciando colture, abbattendo foreste ma anche cooptando in vari modi coloro tra i leader tribali ceceni disposti a collaborare con la Russia.

Nel 1834 la rivolta cecena inizia ad essere comandata dall’abile nonché carismatico Imam Shamil.

Leader sia religioso che politico, riesce ad unire le tribù cecene come nessuno mai prima, ed imprime nuova energia nella resistenza, portando i russi a dover aumentare notevolmente le loro truppe nella regione.

La rivolta avrà fine solo negli anni ’60-’70 del diciannovesimo secolo, incapace di resistere alla soverchiante potenza russa, ma avendo indubbiamente venduto cara la pelle.

La Cecenia uscirà dal dominio russo per 2 brevi anni con l’Unione dei Popoli del Caucaso del Nord, dal 1918 al 1920, prima di essere occupata dai bolscevichi per diventare – nel 1936, dopo diverse divisioni amministrative – parte della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma di Cecenia e Inguscezia.
Nel 1944 – durante la seconda guerra mondiale – Stalin ordinerà la deportazione della quasi totalità della popolazione cecena, considerata poco leale e problematica. I ceceni si troveranno dispersi tra il Kazakistan e la Siberia, potranno tornare a casa solo a partire dal 1956, quando Krushev sconfesserà la politica stalinista. Da li in poi la Cecenia (insieme all’Inguscezia) vivrà un periodo di relativa tranquillità all’interno dell’Unione Sovietica, sino alla dissoluzione di quest’ultima.

Per approfondire (ringrazio Enrico C):

LA PRIMA GUERRA RUSSO-CECENA

Consigli di lettura

Torniamo al 1991.

In Cecenia, ad ottobre, si tengono elezioni presidenziali.
Vengono vinte dal nazionalista Dzhokar Dudayev, che dichiara immediatamente l’indipendenza del paese. Yeltsin – naturalmente – non riconosce questa dichiarazione e invia delle truppe del ministero dell’interno per ristabilire l’ordine che, però, vengono subito respinte da un numero di forze cecene nettamente superiore.

Nel 1992 la Russia cerca di darsi un assetto federale stabile, negoziando singolarmente con le repubbliche che la compongono dei trattati di federazione (e creando il complicato assetto amministrativo che permane, con alcune modifiche, ancora oggi). Solo due repubbliche rifiutano di entrare nella Federazione Russa: Il Tatarstan e – per l’appunto – la Cecenia, da cui l’Inguscezia secede per entrar a far parte della Federazione, e che dichiara nuovamente un’indipendenza non riconosciuta dal Cremlino.

Negli ambienti politici e militari russi – nei prossimi due anni – vi sarà grande fermento. Gli ufficiali dell’Armata Rossa, la quasi totalità dei quali ha servito nella disastrosa campagna afghana finita pochi anni prima, è scettica riguardo la possibilità di un’invasione della Cecenia: Paese tribale, montagnoso e islamico che ha già causato enormi problemi alla Russia in passato, e somiglia fin troppo all’Afghanistan.

Nonostante questo, Yeltsin è determinato a riunificare la Russia, legittimandosi nel frattempo come leader capace in un momento in cui il Partito Comunista sembrava in procinto di vincere le elezioni (e forse l’avrebbe fatto, se non ci fossero stati brogli).

L’11 dicembre 1994 – dopo un tentativo fallito di colpo di stato – l’esercito russo invade la Cecenia con circa 24mila uomini per “ristabilire l’ordine costituzionale”.

Le colonne russe, che dovevano raggiungere la capitale (Grozny) in 3 giorni, non riescono ad arrivarvi prima del 26 di dicembre, a causa di una resistenza inaspettatamente energica, ma anche a causa del cattivo stato dei mezzi e delle condizioni meteorologiche.

La prima battaglia di Grozny inizia con le forze russe mal posizionate e non in grado di cingere la città in un assedio impermeabile. Dall’altra parte la resistenza cecena – di circa 9000 uomini, comandati da Aslan Maskhadov – ha trasformato la capitale in una gigantesca trincea.

La prima settimana della battaglia è disastrosa per i russi, che provano a penetrare nella città con un assalto decisivo, senza successo. Le colonne rimangono impantanate in combattimenti casa per casa, in un’occasione un intero battaglione viene distrutto con un’imboscata.

I russi adotteranno quindi un approccio più lento e metodico, riuscendo a catturare il Palazzo Presidenziale il 19 gennaio, avendo praticamente livellato la città con bombardamenti aerei e di artiglieria. Finisce una delle battaglie più brutali combattute da un esercito europeo dopo la seconda guerra mondiale, che costerà la vita a circa 35mila civili.

Dopo la caduta di Grozny, le forze ribelli si attesteranno nel sud del paese, dove le forze russe avanzano in modo molto restio. Si nasconderanno di giorno e lanceranno imboscate di notte, non essendo comunque in grado di affrontare testa a testa i russi.

Ribelli ceceni dopo aver fermato un'avanzata russa, 1995
Ribelli ceceni dopo aver fermato un’avanzata russa, 1995

SECONDA BATTAGLIA DI GROZNY E ACCORDI DI KHASAV-YURT

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Il 14 giugno 2015, una colonna di ceceni comandata da Shamil Basayev penetra nel territorio russo ed assalta Budyunnovsk – trincerandosi nell’ospedale all’arrivo di rinforzi russi – dove prenderà 1800 ostaggi tra cui 150 bambini, chiedendo la ritirata russa dalla Cecenia, ed ottenendo un cessate il fuoco dopo diversi tentativi russi di assaltare l’edificio.

Non sarà l’ultimo attacco terroristico di questo tipo da parte dei ceceni.

Nel 1996, Salman Raduyev guiderà un simile attacco a Kizlyar. Risolverà la situazione di stallo, come Basayev, tornando in Cecenia con 150 ostaggi russi come scudi umani.

Le forze russe, nonappena Raduyev varcò il confine ceceno, bombardarono però il convoglio, ostaggi inclusi. Raduyev riuscì a scappare.

Il 21 aprile 1996 il Presidente ceceno Dudayev viene colpito da un missile durante una telefonata satellitare con un parlamentare liberale russo, il comando passerà al suo vice Zelimkhan Yandarbiyev e al comandante Aslan Mashkadov, che decide subito di cambiare strategia.

L’intensità della guerriglia cala drasticamente, e con essa la presenza russa in Cecenia.

La guerra sembrava giungere al termine. Con meno di 40mila uomini, i russi iniziavano ad avanzare verso il sud del paese, Yeltsin nel frattempo visitava la capitale con toni trionfali.

Il 6 agosto, poco dopo la rielezione di Yeltsin e durante un’offensiva russa su Alkhan-Yurt (roccaforte ribelle nel sud), 1500 combattenti ceceni infiltrano Grozny in squadre da 25 uomini, senza essere identificati dai circa 7000 soldati russi presenti.

Il giorno successivo lanceranno feroci attacchi a sorpresa contro i russi che – presi dal panico – scapperanno o si trincereranno nelle loro basi.

I rinforzi russi si lanceranno disperatamente nella città – ora in gran parte controllata da circa 6000 ribelli ceceni – ma senza sucesso. Il Generale Pulikovsky ordinerà anche un bombardamento a tappeto della città, colpendo persino le stesse forze russe rimaste intrappolate al suo interno.

Circa 200.000 civili fuggiranno. Grozny prima della guerra contava 400.000 mila abitanti, ora non più di 70.000.

I ribelli ceceni rastrelleranno la città, prendendo pochi prigionieri per non impegnare le loro forze, giustiziando i collaborazionisti russi.

Questa battaglia fu devastante e traumatica per la Russia, una vera e propria offensiva del Tet, con la differenza che i ceceni riuscirono effettivamente a prendere il controllo della capitale.

Seguiranno il 30 agosto gli accordi di Khasav-Yurt, con cui viene concessa piena autonomia alla Cecenia nell’ambito della Federazione Russa – una tacita indipendenza di fatto – e viene stabilita una ritirata totale delle forze armate russe entro la fine dell’anno.

I ceceni avevano vinto la guerra, combattendo contro un esercito russo in pessimo stato, con poche truppe di qualità e talmente carente di fondi da dover “vendere” il lavoro manuale dei suoi soldati ad imprese private russe per potersi sostenere. Le tattiche usate, tipiche della guerra moderna ma intersecate con la struttura tribale e culturale cecena, verranno definite dal Maggiore William J. Nemeth “guerra ibrida”. Viene coniato il termine che accompagnerà tutte le discussioni degli anni successivi sulla guerra russa, in particolare riguardo l’intervento in Ucraina (perdendo però tutto il suo significato originale).

La fine della guerra, però, non avrebbe portato alla pace.

Vladimir Putin, semi-sconosciuto delfino di Yeltsin ed ex agente del KGB, aveva piani ben diversi.

Aslan Maskhadov
Aslan Maskhadov

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