Tutte le Chiese d’Oriente

DI SYNESIUS CYRENENSIS // SECONDA PARTE

Questo pezzo è un contributo esterno, che non rispetta necessariamente il punto di vista dell’editore

Poiché si è accennato alle differenze etnico-religiose nella Transcaucasia, ho pensato di proporre un contributo che aiutasse a inquadrare le diverse chiese cristiane orientali, con i loro rapporti di comunione e scisma o — in termini secolarizzati — di amicizia e inimicizia. Spero che questo rapido panorama possa servire anche in futuro da riferimento, dato che moltissime di queste chiese corrispondono a minoranze etniche cruciali negli equilibri di molti stati mediorientali. Inoltre, a partire da queste basi sarà più facile spiegare, in un futuro contributo, la questione dello scisma fra Patriarcato Ecumenico e Patriarcato di Mosca intorno alla Chiesa Ucrain [Parte integrante del conflitto russo-ucraino nel Donbass N.d.R.].

Poiché sia io che i lettori siamo italiani, per semplicità ho deciso di presentare le chiese da una prospettiva cattolica, descrivendole a partire da quella che più anticamente si è separata dalla comunione con Roma e procedendo cronologicamente. Tale prospettiva sarebbe del tutto politicamente scorretta in un contesto accademico, il che me la rende ancora più cara. Una precisazione introduttiva: quando si parla di comunione o scisma, si intende la possibilità o impossibilità formale da parte di sacerdoti delle due chiese coinvolte di celebrare insieme la liturgia, la possibilità per i fedeli di ricevere l’Eucaristia gli uni nelle liturgie degli altri e il fatto che il patriarca di una chiesa commemori o meno nella preghiera eucaristica il nome del collega di un’altra chiesa. La ricaduta pratica di queste misure liturgiche varia moltissimo caso per caso e le stesse misure liturgiche sono abbastanza suscettibili di deviazioni.

LA CHIESA D’ORIENTE

La più antica comunità scismatica ancora esistente è la Chiesa d’Oriente. Essa ha sempre avuto una storia parallela a quella di tutte le altre chiese cristiane, perché mentre queste nacquero e si svilupparono nel territorio dell’Impero Romano, la Chiesa d’Oriente era sottoposta all’Impero Sasanide. La data convenzionale di divisione è il 431 con il Concilio di Efeso che condannò le opinioni di Nestorio. La Chiesa d’Oriente, che si era già data una organizzazione abbastanza autonoma nel 410, non accettò quel Concilio e abbandonò la comunione con le altre comunità. Per questo motivo viene talvolta chiamata Chiesa Nestoriana.

Nonostante il suo centro operativo si trovasse a Seleucia-Ctesifonte (poi Baghdad), la Chiesa d’Oriente si espanse durante il Medioevo verso est, fondando comunità fino in Cina e in India. Le comunità cinesi ebbero meno fortuna (le ultime a sparire furono fra gli uiguri del Xinjiang), ma quelle indiane sopravvivono ancora oggi, seppur molto frammentate e mutate.

Se escludiamo le comunità indiane e quelle di diaspora (v. Sotto), oggi il centro della Chiesa d’Oriente è in Iraq (sede patriarcale: Erbil). I nestoriani, che parlano in arabo ma pregano in siriaco, sono un’importante minoranza in Iraq e furono una delle più importanti colonne a sostegno del governo baatista. Significative minoranze nestoriane sono presenti anche in Iran e Siria.

LE CHIESE “MONOFISITE”

Il Concilio di Calcedonia del 451 rappresentò un punto di svolta nella storia della Chiesa: a parte le complesse questioni teologiche, esso rese chiare le divisioni delle chiese orientali che, definitesi e stabilizzatesi nei due secoli successivi, rimangono ancora oggi importanti. L’iniziativa del Concilio proveniva dall’Imperatore a Costantinopoli e dal Papa di Roma e, per molti versi, si può leggere il conflitto come lo scontro fra il centro e le periferie dell’Impero dell’epoca. A capo dell’opposizione al Concilio c’era la Chiesa di Alessandria d’Egitto, seguita da larghe porzioni della popolazione della provincia di Siria, con le rispettive comunità “figlie”, gli etiopi e gli armeni. Nacquero così la Chiesa Copta (Patriarcato di Alessandria, oggi al Cairo), la Chiesa Siro-Ortodossa (Patriarcato di Antiochia, oggi a Damasco), la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Ortodossa Etiope.

Tutte queste comunità, pur con le loro differenze etniche e linguistiche, sono in comunione vicendevole e in scisma sia dalla Chiesa d’Oriente che dagli Ortodossi e dai Cattolici. La Chiesa Siro-Ortodossa ha sempre avuto scambi sia con la Chiesa Armena che con la Chiesa d’Oriente (cui la accomuna la lingua siriaca), mentre la Chiesa Etiope è sempre stata parzialmente dipendente dalla Chiesa Copta. Ad accomunarle tutte è anche la forte correlazione fra identità etnica e confessione religiosa: un’altra lettura dello scisma del 451 è proprio quella della nascita di una coscienza nazionale fra i popoli prima sottomessi all’Impero Romano d’Oriente. E tuttavia il modo in cui questa identità etnico-religiosa si è sviluppata in queste chiese è molto diverso in base alle condizioni politiche: se infatti le Chiese Armena ed Etiope hanno potuto contare per alcuni periodi della loro storia di un potere politico etnicamente e religiosamente omogeneo, uno dei problemi fondamentali della storia delle Chiese Copta e Siro-Ortodossa è la convivenza con dominatori di diverse etnie e di religione musulmana.

Fino a poco tempo fa la comunità copta sembrava avere trovato un modus vivendi con l’Egitto musulmano, ma negli ultimi tempi la pressione sulla minoranza sembrerebbe essere aumentata: emblematici gli attentati della Pasqua 2017. La tendenza dei copti è comunque quella di evitare ingerenze esterne, per quanto ben intenzionate, e di cercare con il potere costituito compromessi. I siro-ortodossi sono concentrati soprattutto in Siria, Turchia e Iraq. In Turchia sono l’unica etnia che, dopo il genocidio del 1915 (che, oltre che gli armeni, colpì anche i siri e i greci d’Anatolia) e il trattato di Losanna del 1923, non è riconosciuta ufficialmente. Poiché risiedono all’incirca negli stessi territori dei curdi, in seguito alle rivolte del PKK nel 2014-15 sono stati considerati complici degli insorti e il rapporto con il governo di Ankara è teso, seppur stabile. Degli armeni si è gia scritto.

Messa copta per la vigilia di Natale, Egitto
Messa copta per la vigilia di Natale, Egitto

LO SCISMA D’ORIENTE

La data convenzionale dello scisma d’Oriente, la reciproca scomunica della Chiesa di Roma (oggi semplicemente la Chiesa Cattolica) e di quella di Costantinopoli (gli Ortodossi), è il 1054, ma si può dire che si sia trattato di una pura formalità, visto che la separazione si era già consumata da tempo: le due comunità parlavano da troppo lingue diverse (latino e greco) e il baricentro dei latini si era spostato a nord, abbandonando il Mediterraneo per metà musulmano. Un momento fondamentale di questo processo fu l’incoronazione di Carlo Magno: se la Chiesa Ortodossa si concepiva innanzitutto come Chiesa dell’Impero Romano, sicché l’Imperatore a Costantinopoli vi godeva di una forte influenza, il progetto di Roma di sganciarsi da tale influenza per mezzo dei Franchi non poteva che guastare l’unità di interessi politici delle due comunità.

Il nucleo della Chiesa Ortodossa è la chiesa greca, centrata sul Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli e diffusa nella Grecia continentale e in Anatolia, almeno fino al 1922. Le altre chiese in comunione coi greci ortodossi possono essere divise in due gruppi. Nel primo gruppo le comunità dei patriarcati originari (Alessandria, Gerusalemme, Antiochia) rimaste in comunione con Costantinopoli dopo il 451. Fra di esse, val la pena ricordare il Patriarcato di Gerusalemme perché corrisponde di fatto alla minoranza cristiana di etnia palestinese in Israele, Giordania e luoghi controllati dai palestinesi. Importante è anche il caso della Chiesa Georgiana che, pur storicamente dipendente dagli armeni, decise di rimanere fedele a Costantinopoli, dando origine a una dura rivalità fra le due chiese (ed etnie) caucasiche. Il secondo gruppo è formato dalle chiese nate dall’attività missionaria di Costantinopoli nel Medioevo: Chiesa Bulgara, Chiesa Serba, Chiesa Russa, Chiesa Rumena. Il Patriarcato di Mosca, data la sua crescente importanza, ha poi esercitato una propria attività missionaria, da cui derivano comunità ortodosse per esempio in Giappone.

Qualcosa di più preciso sull’organizzazione e i rapporti di queste chiese verrà detto in seguito. Basti qui menzionare che, come le chiese monofisite, le chiese ortodosse sono in rapporto di comunione vicendevole e di come il principio di distinzione etnica (e conseguentemente linguistica) svolga un ruolo fondamentale – sebbene non unico – nel definire le distinzioni fra chiese. All’interno della varia compagine di queste chiese, da secoli ormai la Chiesa Russa è emersa come una seconda anima e un contropotere rispetto al Patriarcato Ecumenico.

Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia

UNIATISMO E DIASPORE

A complicare ulteriormente la situazione è il fenomeno dell’uniatismo, vale a dire il ritorno di comunità scismatiche all’unità con la Chiesa Cattolica – ritorno che raramente è accolto all’unanimità dalla chiesa originaria. Un caso molto particolare di questo fenomeno è la Chiesa Maronita, una comunità isolata dell’entroterra siriaco che accettò il Concilio calcedonese prima e l’autorità di Roma quando incontrò gli Occidentali venuti per le Crociate. Oggi, i maroniti sono il principale gruppo etnico-religioso del Libano, ricoprono quindi un ruolo fondamentale nel sistema di spartizione settaria del potere di quel paese.

A parte questo caso, possiamo generalmente individuare tre fasi in cui la Chiesa Cattolica e le chiese orientali hanno tentato delle unioni. In una prima fase, fra XV e XVI secolo, fu la Chiesa direttamente a cercare l’unione istituzionale con gli scismatici. Due esempi: il Concilio di Firenze (1439) con il tentativo di unione, fallito, coi Greci; e l’unione, maturata nel XVI secolo, con la Chiesa d’Oriente, da cui nacque la Chiesa Cattolica Caldea (Patriarcato di Baghdad). Nella seconda fase, fra XVI e XIX secolo, sono le potenze coloniali europee a istituire nelle colonie unioni con la propria chiesa nazionale. Un esempio su tutti è l’India, dove prima i portoghesi imposero l’unione della Chiesa d’Oriente in loco alla Chiesa Cattolica, e poi gli inglesi incoraggiarono addirittura una versione riformata della chiesa locale. Il risultato è che oggi in India esistono nove diverse confessioni derivate dall’originaria Chiesa d’Oriente. Infine, a partire dal Concilio Vaticano II e coll’affermarsi all’interno della Chiesa Cattolica dell’idea di ecumenismo, si è cercato di chiarire le differenze teologiche che avevano scatenato gli antichi scismi; questa operazione si è risolta il più delle volte con la firma congiunta del Papa occidentale e del Patriarca orientale interessato di una dichiarazione di fede comune, ma le ricadute pratiche e istituzionali di questi atti sono nel migliore dei casi scarse.

Ultimo fenomeno che complica la situazione è quello delle diaspore. Quasi tutte le chiese orientali si sono trovate, a partire dal XIX secolo, a subire persecuzioni di massa. A ciò si aggiunga che la gran parte di queste chiese sussiste in aree sottosviluppate del mondo. Per un motivo o per l’altro, molti fedeli sono fuggiti dai territori originari per immigrare in paesi occidentali. Questo fenomeno porta inevitabilmente ad un conflitto fra principi canonici tradizionali: da una parte, abbiamo la nuova unità politico-territoriale (per esempio gli Stati Uniti); dall’altra abbiamo l’etnia dei fedeli (per esempio gli immigrati russi e quelli greci); per ultimo abbiamo i due patriarcati etnico-territoriali (Costantinopoli e Mosca) che, essendo in comunione, teoricamente sarebbero un’unica istituzione. Aggiungiamo lo stretto legame che le chiese orientali tendono a formare con il potere politico che le ospita, sia esso nella forma di accordi con gli stati di origine, o di lobbying in favore della comunità originaria negli stati occidentali di diaspora. Si comprende allora che queste situazioni sono una ricetta sicura per il conflitto, ben presto pronto a travalicare l’ambito religioso.

Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico ed Arcivescovo di Costantinopoli

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