Lukashenko e il metodo Erdogan

In questi giorni si parla molto della crisi dei migranti al confine tra Bielorussia e Polonia, per riassumere: Migliaglia di migranti, principalmente afghani, siriani ed iracheni, sono ammassati al confine tra l’UE e l’ultimo paese socialista rimasto in Europa.

Dietro di loro, le forze di sicurezza bielorusse; davanti a loro esercito, polizia e volontari polacchi.

Cerchiamo di entrare nel merito della questione, per spiegare cosa sta succedendo, perché, e quali possano essere gli esiti di questa crisi.

Lukashenko armato nella sua residenza durante la rivoluzione colorata
Lukashenko armato nella sua residenza durante la rivoluzione colorata

IL CONTESTO GEOPOLITICO

Il rapporto tra Bielorussia e NATO, dopo la fine della guerra fredda, ha seguito bene o male il solco tracciato dalla Russia: In primis vi fu un tentativo di avvicinamento negli anni ’90 e inizio 2000, il cui punto culminante furono naturalmente gli accordi di Pratica di Mare e l’entrata della Russia nel G8.

Successivamente però, la vorace espansione ad est della NATO, iniziò ad essere vista come una minaccia da una Russia ora, sotto l’oculata guida di Putin, uscita dal caos post-sovietico e nuovamente nelle condizioni di poter esercitare un peso determinante nell’arena geopolitica. La prima, netta, rottura, avviene nel 2008 in occasione della guerra russo-georgiana, con cui viene arrestato il processo di entrata nella NATO del paese che diede i natali a Stalin. Poi, l’intervento in Libia, visto da Putin come un tradimento occidentale, sulla base di cui si formò gran parte della moderna dottrina militare russa nei confronti dell’occidente, orientata contro un attacco irregolare (rivoluzione colorata, balcanizzazione) diretto verso di se o verso la propria sfera d’influenza.

Questo post non è la sede per riassumere tutti i concetti strategici che ne scaturirono, ma basti sapere che l’intervento militare in Siria fu una diretta emanazione delle lezioni tratte dalla Libia.

La rottura definitiva, infine, si consuma naturalmente con l’Euromaidan e il successivo intervento in Ucraina (di cui si è gia parlato su questo blog, e di cui sicuramente si parlerà ancora).

Per quanto riguarda la Bielorussia, il processo di integrazione con la Russia, già avviato con la disgregazione dell’Unione Sovietica (si pensi che Lukashenko stava persino per diventare Presidente della Federazione Russa), accelera di pari passo con la fine della distensione Russia-NATO. I due paesi sono legati da una forte interdipendenza economica, politica e militare. L’ultimo esercizio militare russo, ZAPAD-21, è stato proprio incentrato, infatti, sulla difesa della Bielorussia da un attacco irregolare della NATO.

La rottura definitiva tra la Russia Bianca e l’Alleanza Atlantica avviene, però, nel 2020, in occasione delle elezioni bielorusse, che riconfermano Lukashenko con un risultato esorbitante (ragionevolmente, vien da pensare, gonfiato, anche se non è possibile stabilire quanto). Interessante notare, a latere, anche la questione del lockdown, che il FMI ha provato ad imporre alla Bielorussia mettendolo come condizione per un prestito.

Dopo le elezioni, inizia un tentativo di rivoluzione colorata in Bielorussia, guidato da Sviatlana Tsikhanouskaya, subito supportato dall’UE, che impone sanzioni, e naturalmente dall’anglosfera tutta. Abbiamo spiegato (in questo precedente post) come all’interno dell’UE sulla questione russa ci siano diverse sensibilità, e di come i paesi baltici e la Polonia siano decisamente più convinti nella competizione contro la Russia (e quindi contro la Bielorussia, di cui ospitano l’opposizione in esilio).
La rivoluzione colorata non andrà a buon fine, sia grazie al ben oliato sistema di potere di Lukashenko, sia grazie alla popolarità di cui evidentemente gode tra la popolazione, quantomeno sufficiente a non far crollare il suo regime post-sovietico. Ma la tensione rimane.

Una delle proteste contro Lukashenko, che a differenza del Maidan, sono state in larga parte pacifiche

LA CRISI DEI MIGRANTI

Veniamo quindi alla situazione attuale. [aggiornamento: mentre mi appresto a pubblicare questo post, aumentano le tensioni con i migranti che provano a forzare il confine con un assalto coordinato]

Lukashenko, negli ultimi mesi, ha la brillante (non lo dico ironicamente) idea di sperimentare il “metodo Erdogan”, ovvero l’accumulazione di migranti al confine per estorcere concessioni economiche e politiche dalla Germania, naturale punto d’arrivo della rotta orientale. Nella fattispecie, quello che la Bielorussia vuole ottenere non sono soldi, come nel caso di Erdogan, ma la fine dei tentativi destabilizzatori dell’UE nel paese.

Così la Polonia, come fece la Grecia nei momenti più tesi dello scontro con la Turchia, dichiara lo stato di emergenza a ridosso del confine, costruisce barriere fisiche (sul telegram riportai la notizia già a fine agosto) e schiera quella che, col passare del tempo, diventa letteralmente una muraglia umana composta da esercito, polizia e volontari.

Secondo un disertore bielorusso, l’ex ambasciatore a Parigi (le cui parole vanno sempre prese con molto scetticismo, come quelle di tutti i disertori) la Bielorussia avrebbe addirittura armato alcuni migranti per causare un incidente al confine.

Segnaliamo anche, per i più complottisti (come me) alcuni eventi interessanti: La morte per colpo d’arma da fuoco di un soldato polacco al confine, dichiarata un’incidente, la morte di due parà russi durante un’esercitazione militare in Bielorussia, a pochi chilometri dal confine, la precipitazione di un diplomatico russo da una finestra dell’ambasciata di Berlino.

Tornando a fatti più concreti, notiamo come sia arrivato subito il supporto, quantomeno a parole, della Commissione Europea, probabilmente più preoccupata per una nuova crisi dei migranti, che in passato ha destabilizzato notevolmente il quadro politico all’interno dell’UE, che della competizione geopolitica tra Polonia e Bielorussia. La Von der Leyen arriva addirittura a parlare di “guerra ibrida” condotta dalla Bielorussia.
Pare quindi che il problema migratorio, in questo caso, sia riuscito a soverchiare le differenze di visione, esposte nel post precedente, e sia riuscito a compattare l’UE. Ne consegue un rinsaldamento anche se, per come la vedo io, momentaneo ed effimero, dell’alleanza atlantica in funzione anti-russa.

E’ anche vero, però, che la pressione esercitata da Lukashenko ora non può essere facilmente disinnescata. La rivoluzione colorata è stata sconfitta, e con essa le quinte colonne della NATO all’interno della Bielorussia (anche se, a onor del vero, l’opposizione bielorussa, a differenza delle forze maidaniste ucraine, ha sempre e comunque corteggiato la Russia facendo intendere che una sua vittoria non avrebbe significato l’entrata del paese nell’alleanza atlantica) diverse sanzioni sono già state applicate, e quindi la Polonia e i suoi alleati si trovano senza sostanziali armi a disposizione (se non altre sanzioni, in risposta delle quali Lukashenko ha minacciato di chiudere i gasdotti)..

Si seguirà, quindi, la via dell’appeasment nei confronti della Bielorussia? Lukashenko non è Erdogan (leggi: la Bielorussia non è nella NATO come la Turchia) ma questa sarebbe una soluzione sicuramente tanto appetibile per l’Europa occidentale, quanto inappetibile per l’Europa danubiana e baltica.

Confine polacco, notte del 15 novembre
Confine polacco, notte del 15 novembre

Siamo di fronte ad uno spartiacque la cui importanza è da molti sottovalutata.

Lukashenko per ora non è incentivato a mollare, potendo portare avanti questa strategia irregolare senza sostanziali costi aggiuntivi e con il supporto della Russia, quindi la palla passa all’UE.

Per la Polonia, il dispiegamento di forze e lo stato d’emergenza sono un costo non indifferente, ed è relegata sulla difensiva, non avendo quasi nessuno sbocco offensivo.

E’ evidente che chiederà, e sta già chiedendo, aiuti economici e militari per far fronte alla crisi.

Se saranno forniti dall’Europa occidentale e meridionale, assisteremo ad un ricompattamento dell’Alleanza Atlantica in funzione anti-russa, con conseguente accelerazione del processo d’integrazione tra Russia e Bielorussia e rafforzamento della comunanza d’intenti russo-cinese.

Se, invece, l’Europa occidentale e meridionale sceglierà la via dell’appeasment, si andrà a confermare la tendenza che vede un riavvicinamento tra est ed ovest dell’Europa, di fatto andando a tagliare fuori Polonia, baltici e forse qualche altro paese dell’area, che rimarranno ancorati agli Stati Uniti (ovviamente non contenti di un “trattamento Erdogan” nei confronti di Lukashenko) in una sorta di riedizione del patto Molotov-Ribbentrop.

La probabilità che questa crisi sfoci in una qualche forma di guerra irregolare, o addirittura regolare, in Bielorussia, è veramente minima.

Quel che è sicuro, è che avremo un’importante indicazione sul futuro dell’Europa, osservando come si comporteranno Germania, Francia, Italia, Olanda e Spagna.

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