Bielorussia, nell’occhio del ciclone

Lukashenko armato nella sua residenza durante le proteste per la sua rielezione
Lukashenko armato nella sua residenza durante le proteste per la sua rielezione

LA BIELORUSSIA NELLO SCACCHIERE GEOPOLITICO

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Il rapporto tra Bielorussia e NATO, dopo la fine della guerra fredda, ha seguito bene o male il solco tracciato da quello con NATO e Russia: In primis vi fu un tentativo di avvicinamento negli anni ’90 e inizio 2000, il cui punto culminante furono naturalmente gli accordi di Pratica di Mare e l’entrata della Russia nel G8.
Durante la presidenza Eltsin, si parlava addirittura di “Dottrina Kosyrev“, la politica attribuita all’allora ministro degli esteri russo di appoggio ad ogni iniziativa di politica estera americana, per rompere nettamente con i decenni di confronto.

Successivamente però, la vorace espansione ad est della NATO iniziò ad essere vista come una minaccia da una Russia ora – sotto la guida “cekista” di Putin – uscita dal caos post-sovietico e nuovamente nelle condizioni di poter esercitare un peso determinante nell’arena geopolitica. La prima netta rottura avviene nel 2008, in occasione della guerra tra Russia e Georgia, con cui viene arrestato il processo di entrata nella NATO del paese che diede i natali a Stalin. Poi, l’intervento in Libia – visto da Putin come un tradimento statunitense ed anglofrancese, in quanto la risoluzione ONU per “proteggere i civili” si trasformò presto in un cambio di regime manu militari – diede l’impulso per ripensare completamente la dottrina militare russa nei confronti della NATO, che si pensa possa muoversi contro Mosca (o contro la sua sfera d’influenza) con un attacco irregolare (rivoluzione colorata, balcanizzazione) in stile primavera araba.
Gli interventi militari in Siria prima e in Kazakistan poi sono informati da questa concezione strategica.

La rottura definitiva (con gli angloamericani, ma non ancora con tutto il resto d’Europa) si consuma naturalmente con l’Euromaidan e il successivo intervento in Ucraina nel 2014. Che porterà all’invasione del 2022.

Per quanto riguarda la Bielorussia, il processo di integrazione con la Russia, avviato con la disgregazione dell’Unione Sovietica (si pensi che Lukashenko stava persino per diventare Presidente della Federazione Russa), accelera di pari passo con la fine della distensione Russia-NATO.
I due paesi sono legati da una forte interdipendenza economica, politica e militare. L’esercitazione militare russa ZAPAD-21 è stata proprio incentrata, infatti, sulla difesa della Bielorussia da un attacco irregolare della NATO.

La rottura definitiva tra la Russia Bianca e l’Alleanza Atlantica avviene però nel 2020, in occasione delle elezioni bielorusse, che riconfermano Lukashenko con un risultato esorbitante (ragionevolmente, vien da pensare, gonfiato, anche se non è possibile stabilire quanto). Interessante notare, a latere, anche la questione del lockdown covid, che il FMI ha provato ad imporre alla Bielorussia mettendolo come condizione per un prestito da erogare al paese.

Dopo le elezioni, inizia una serie di proteste nel paese la cui guida assume Sviatlana Tsikhanouskaya, subito supportate dall’UE, che impone sanzioni, e naturalmente dall’anglosfera tutta. La rivolta non nasce necessariamente come rivoluzione “anti-russa”, la Tsikhanouskaya stessa ci tiene a precisarlo, come a volersi distanziare dai “colleghi” ucraini (e Putin parla anche con l’opposizione, imponendo a Lukashenko un processo di riconciliazione) ma il suo uso strumentale da parte della coalizione anti-russa nella NATO di fatto impone a Mosca di interessarsene per tutelare i suoi interessi.

Le proteste non otterranno il loro obiettivo di deporre il Presidente, sia grazie al ben oliato sistema di potere di Lukashenko, sia grazie alla popolarità di cui evidentemente gode tra la popolazione, quantomeno sufficiente a non far crollare il suo regime post-sovietico. Ma la tensione rimane.

Una delle proteste contro Lukashenko, che a differenza del Maidan, sono state in larga parte pacifiche
Una delle proteste contro Lukashenko, che a differenza del Maidan, sono state in larga parte pacifiche

LA CRISI DEI MIGRANTI

Consigli di lettura

Veniamo quindi alla crisi dei migranti, svoltasi nel 2021.

Lukashenko, allentatasi la crisi interna e peggiorato il rapporto con l’UE, decide di sperimentare il “metodo Erdogan”, l’accumulazione di migranti al confine per estorcere concessioni economiche e politiche dalla Germania, naturale punto d’arrivo della rotta orientale. Nella fattispecie, quello che la Bielorussia vuole ottenere non sono soldi o sostegno ad iniziative di politica estera – come nel caso di Erdogan – ma la fine dei tentativi destabilizzatori dell’UE nel paese.

Così la Polonia – come fece la Grecia nei momenti più tesi dello scontro con la Turchia – dichiara lo stato di emergenza a ridosso del confine, costruisce barriere fisiche (già da fine agosto 2021) e schiera quella che – col passare del tempo – diventa letteralmente una muraglia umana composta da esercito, polizia e volontari.

Secondo un disertore bielorusso, l’ex ambasciatore a Parigi (le cui parole vanno sempre prese con molto scetticismo, come quelle di tutti i disertori) la Bielorussia avrebbe addirittura armato alcuni migranti per causare un incidente al confine.

Da segnalare anche, per i più complottisti (come chi vi scrive) alcuni eventi interessanti: La morte per colpo d’arma da fuoco di un soldato polacco al confine – dichiarata un’incidente – la morte di due parà russi durante un’esercitazione militare in Bielorussia, a pochi chilometri dal confine, la precipitazione di un diplomatico russo da una finestra dell’ambasciata di Berlino.

Tornando a fatti più concreti, notiamo come sia arrivato subito il supporto – quantomeno a parole – della Commissione Europea, probabilmente più preoccupata per una nuova crisi dei migranti – che in passato ha destabilizzato notevolmente il quadro politico all’interno dell’UE – che della competizione geopolitica tra Polonia e Bielorussia. Ursula Von der Leyen, Preisdente della Commissione Europea, arriva addirittura a parlare di “guerra ibrida” condotta dalla Bielorussia.
Pare quindi che il problema migratorio – in questo caso – sia riuscito a soverchiare le differenze di visione rispetto a Russia e Bielorussia, e sia riuscito a compattare l’UE, in un preludio di quello che accadrà successivamente a febbraio 2022, con la sconfitta definitiva (anche se forse temporanea) dell’asse filo-russo Roma-Berlino. Ne consegue un rinsaldamento dell’alleanza atlantica in funzione anti-russa.

La pressione esercitata da Lukashenko però non può essere facilmente disinnescata.
La rivoluzione colorata è stata sconfitta, e con essa le quinte colonne della NATO all’interno della Bielorussia (anche se, a onor del vero, piuttosto timide nel loro atlantismo rispetto a quelle ucraine, almeno fino all’Operazione Militare Speciale) sanzioni sono già state applicate, e quindi la Polonia e i suoi alleati si trovano senza sostanziali armi a disposizione.

Si seguirà, quindi, la via dell’appeasment nei confronti della Bielorussia? Lukashenko non è Erdogan (leggi: la Bielorussia non è nella NATO come la Turchia) ma questa sarebbe una soluzione sicuramente tanto appetibile per l’Europa occidentale, quanto inappetibile per l’Europa danubiana e baltica.
Inizia nel 2021 un atto di bilanciamento, destinato a diventare ancora più critico con il perdurare della guerra in Ucraina: Bisogna colpire la Bielorussia ma lasciare una porta aperta per non buttarla totalmente nelle braccia di Mosca.

Confine polacco, notte del 15 novembre 2021
Confine polacco, notte del 15 novembre 2021
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