Nagorno-Karabakh: Orgoglio e pregiudizio

DI KEVIN PRENNA // PRIMA PARTE // ALTRO POST SULLA GUERRA

Questo pezzo è un contributo esterno, che non rispetta necessariamente il punto di vista dell’editore

Volontari dell'Artsakh vengono battezzati prima di partire per il fronte, 2020
Volontari dell’Artsakh vengono battezzati prima di partire per il fronte, 2020

L’INTERVENTO SOVIETICO

Fornito il necessario contesto storico e culturale, ora possiamo affrontare in maniera più specifica la questione più recente e scottante del conflitto tra Armenia e Azerbaijan.

Con la disgregazione dell’URSS nel 91’, una dopo l’altra, le repubbliche sovietiche chiesero a furore di popolo l’indipendenza. Questo accadde anche per l’Azerbaijan dove, nel gennaio del 90’, il popolo si riunì a Baku chiedendo a gran voce l’indipendenza. Il governo sovietico guidato da Gorbačëv, che aveva simpatie maggiori verso l’Armenia, reagì con estrema durezza compiendo un massacro di civili.
Furono inviati infatti, in maniera del tutto ignobile, interi contingenti dell’armata rossa, composti in maggioranza proprio da soldati armeni, che con la scusa di un pogrom compiuto dai manifestanti azeri nei confronti di cittadini armeni durante una manifestazione per l’indipendenza a Baku, compirono una carneficina in cui persero la vita circa 300 persone e più di 800 rimasero ferite. In seguito a questa violenza ovviamente, come spesso accade nella storia, si ebbe una reazione contraria e i pogrom iniziarono, come vendetta di quel vile attacco. Così, gli armeni, che fino a poco prima erano cittadini e compatrioti dei loro fratelli azeri, si ritrovarono a dover fuggire per evitare ripercussioni. Questo evento è ricordato come il gennaio nero in Azerbaijan, ed è una festa nazionale che celebra la rinascita dello stato azero.

Già qui si può capire come la balcanizzazione dell’URSS e gli ottusi nazionalismi, distrussero la vita di persone che fino a poco prima erano vicini di casa, amici e compatrioti; che da un momento all’altro, a causa di decisioni avventate, si ritrovarono nuovamente nemiche ed ostili, proprio come 70 anni prima, riaccendendo antichi odi strumentalizzati da potenze straniere: l’Armenia fu supportata dai russi e l’Azerbaijan dalla Turchia.

Gorbačëv stesso, anni dopo, ammise l’errore.

Soldati sovietici a Stepanakert, attuale capitale della Repubblica di Artsakh, 1988
Soldati sovietici a Stepanakert, attuale capitale della Repubblica di Artsakh, 1988

LA PRIMA GUERRA DEL NAGORNO KARABAKH

Con la dissoluzione del paese creato da Lenin, vennero subito a galla, dopo i sanguinosi scontri di Baku, le problematiche del NK (Nagorno Karabakh).
Questo territorio, infatti, presentava le medesime caratteristiche di un secolo prima: Territorio sovrano azero con maggioranza armena che chiese subito la formazione di un governo autonomo e indipendente dall’Azerbaijan. Il neonato stato azero rifiutò il risultato del referendum locale, ovviamente vinto dagli armeni del NK, che proclamarono lo stato indipendente dell’Artsakh.

Si scatenò quindi un conflitto che perdurò sino al ’94. L’Azerbaijan, giovanissimo stato non organizzato degnamente a livello militare, venne respinto dalla resistenza armena, che però non si fermò ad una semplice guerra di difesa e autodeterminazione. Infatti, secondo le fonti azere, avvenne anche un piccolo genocidio scarsamente conosciuto, realizzato da parte dell’esercito armeno del Karabakh, ai danni dei cittadini azeri nel NK, ricordato come il Massacro di Khojaly. Vennero uccisi tra i 600 e gli 800 azeri, con un esodo di 4500 persone che si rifugiarono verso l’Azerbaijan. Gli armeni accusarono Baku di aver colpito i suoi stessi cittadini, in un attacco false flag per screditare l’Armenia a livello internazionale. Baku, al contrario, rispose che le azioni armene furono un massacro atto a vendicare i propri morti di qualche anno prima nelle rivolte della capitale azera.

La neonata repubblica dell’Artsakh, non solo respinse gli azeri, ma conquistò anche diversi territori intorno alla sua regione storica, scatenando ulteriore ira negli azeri, che si videro anche costretti a lasciare territori storicamente appartenenti a loro. Netta la differenza rispetto a quando, al tempo del dominio zarista sull’Azerbaijan, all’inizio del 900’, un facoltoso magnate del petrolio azero di origini umilissime, di nome Taghiev, mecenate di arti, scienze e progressismo civile, raccolse dei fondi, insieme a tanti altri cittadini azeri musulmani, per la costruzione della cattedrale ortodossa armena a Baku, distrutta successivamente dalla furia atea stalinista.

Respinti gli azeri dal NK, la comunità internazionale si prodigò tramite il Gruppo di Minsk per trovare una soluzione. Questo gruppo fece capo a Francia, Russia e Stati Uniti d’America. Fecero inoltre parte del gruppo rappresentanti di Bielorussia, Germania, Italia, Portogallo, Olanda, Svezia, Finlandia, Turchia oltre ovviamente all’Armenia e all’Azerbaijan. Per prima cosa, nessuno paese riconobbe ufficialmente lo stato dell’Artsakh, nemmeno l’Armenia, e si raggiunse un cessate il fuoco, sulle linee di demarcazione su cui gli armeni del Karabakh si attestarono in seguito a quegli scontri. L’Armenia chiese che la popolazione del Karabakh fosse lasciata in pace e rivendicò il principio di autodeterminazione dei popoli, al contrario l’Azerbaijan rivendicò il diritto alla sovranità integrale del proprio territorio. La situazione rimase inconciliabile e nello stallo più assoluto, con l’accettazione della proposta italiana, basata sul modello del Trentino-Alto Adige da parte del solo Azerbaijan.

Per 20 anni il governo di Baku insistette su questa soluzione offrendo protezione e medesimi diritti ad azeri e armeni del NK.
Proposta sempre rifiutata dagli armeni che, con quell’atteggiamento tipico dei popoli che si sentono perseguitati, pensiamo agli israeliani, hanno assunto una vocazione revanscista e restia a qualsiasi soluzione pacifica che non gli consenta di recuperare territori, da loro considerati storici. Un po’ come se l’Italia rivendicasse i territori dell’Impero Romano, ma con una retorica pietistica su massacri subiti, per ribaltare il quadro, diventando inevitabilmente da vittima a carnefice.

Chi scrive ci tiene a sottolineare che non prende le posizioni di nessuna delle due fazioni, ma si dispiace profondamente che due popoli così unici e ricchi di umanità e cultura siano costretti a seguire logiche nazionalistiche e razziste in termini anche religiosi. Che siano poco lucidi nel non rendersi conto che, altre potenze, vedono loro come burattini di un piano più grande che non va a rinforzare nessuna delle tre repubbliche caucasiche.

Soldati azeri durante la prima guerra del Nagorno Karabakh, 1993
Soldati azeri durante la prima guerra del Nagorno Karabakh, 1993

TRA LE DUE GUERRE

Ma torniamo alla vicenda, tornata sotto i riflettori un anno fa.
Il precario cessate il fuoco sulla linea di confine ha resistito per 20 anni, con l’Azerbaijan che non è mai uscito dalla condizione di paese in guerra. In questi 20 anni l’Azerbaijan ha vissuto un periodo floridissimo a livello economico, grazie allo sfruttamento delle risorse del sottosuolo legate ai combustibili fossili, quali il già citato petrolio, risorsa inestimabile della nazione azera, ed il gas. Basti pensare al gasdotto TAP, recentemente inaugurato in Italia, che porta proprio il prezioso idrocarburo da Baku sino in Puglia.

Dai moti rivoluzionari indipendentisti degli inizi degli anni 90’ si susseguirono varie figure più o meno carismatiche e/o promettenti, ma dopo il disastro della guerra nel Nagorno Karabakh, che umiliò lo stato azero, tornò alla ribalta nel paese un ex pezzo da novanta del potere sovietico: Heydar Aliyev (Heydər Əliyev). Egli fu molto influente nell’apparato sovietico sotto la presidenza Brezhnev, ma cadde in disgrazia con l’avvento di Gorbačëv nella seconda metà degli anni 80’, quando lo stato sovietico cercò di tentare una nuova via economica e sociale.
L’anziano (ma esperto) gerarca sovietico prese in mano le redini del paese dopo la sconfitta nella guerra con gli armeni del NK e lo aprì velocemente al resto del mondo, facendo crescere a dismisura l’economia azera attraverso gli idrocarburi e diffondendo un livello di benessere tutto sommato buono nella popolazione.

Si consideri che in quasi tutte le ex repubbliche sovietiche, fatta eccezione per quelle baltiche e la Georgia, i vecchi dirigenti comunisti passarono dall’essere padroni del partito locale a magnati e padroni del paese in questione. Bisogna dire che però riuscirono a dare ai propri popoli, fatta eccezione per il Turkmenistan, un minimo di dignità sociale e sviluppo economico, riuscirono a contrastare in maniera esemplare ogni movimento islamista ed estremista sul proprio territorio, conciliando l’Islam con società civili, paritarie ed aperte.

Con la morte del padre Heydar, il figlio Ilham Aliyev vinse un’elezione dopo l’altra, continuando la politica aperta e ponderata del padre. In questi anni, grazie ai ricchi introiti energetici, fu possibile per l’Azerbaijan tessere importanti connessioni con paesi quali Israele, Pakistan o con la già citata Turchia e di rinforzare l’esercito, essendo il paese forte di 10 milioni di abitanti, contro i soli 3 armeni. Baku renderà il suo apparato bellico moderno e numericamente incisivo, cosa che diverrà evidente nel recente scontro avvenuto tra i due paesi. L’Armenia al contrario, è rimasto un paese piccolo, circondato da giganti quali Turchia, Iran e Russia, caratterizzato da un territorio impervio e povero di risorse. Yerevan fu costretta a consegnarsi mani e piedi alla Russia, che in quel territorio ha posizionato una sua base militare di importanza strategica per l’intero caucaso.
La Russia, al contempo, rimane dipendente dal gas azero, preferendo comprare da Baku il suddetto bene, per evitare di costruire appositamente un gasdotto costosissimo nella regione montuosa caucasica, che porti il gas in quei territori dalla Siberia.

La Russia quindi si è mantenuta alleata di Yerevan senza inimicarsi Baku, che ha tenuto il medesimo atteggiamento di mutuo interesse con il suo vecchio padrone slavo. Tutto ciò sino al 2018, quando con la “rivoluzione di Velluto” che spinse i giovani armeni a voler far avvicinare il proprio paese all’Unione Europea e all’Occidente, piuttosto che al sistema post-comunista russo, si formò un governo filo-NATO volto ad interrompere la dipendenza geopolitica dell’Armenia da Mosca.
Questi avvenimenti [non del tutto organici N.d.R.] , che porteranno alla presidenza Nikol Pashynian, avranno effetti catastrofici per l’Armenia che, perso il suo alleato principale, aprirà la strada agli azeri, nel 2020, per riconquistare i territori persi durante il primo conflitto negli anni 90’.

Heydar Aliyev
Heydar Aliyev

LA SECONDA GUERRA DEL NAGORNO KARABAKH

Lo scoppio della guerra partì con le classiche scaramucce al confine, che permisero a Baku di lanciare l’offensiva decisiva, forte di un esercito moderno, numeroso e rinforzato da droni di fabbricazione turca e israeliana, oltre che dell’aiuto vergognoso di Erdogan, che spedì centinaia di mercenari islamisti siriani sunniti, legati a cellule qaediste. Mercenari che rinforzarono le già numerose truppe azere, e che il governo di Baku ha usato come carne da macello per ridurre le proprie perdite.

Questa guerra, durata un paio di mesi, ha evidenziato un netto squilibrio di forze in campo, sancendo la vittoria totale di Baku, ora impostasi come prima potenza militare del Caucaso e come primo alleato turco nella regione, riacquisendo la quasi totalità dei territori perduti.
La Russia, vedendo l’Azerbaijan penetrare così facilmente nel NK, e preoccupata dalla sua avanzata verso lo stato armeno vero e proprio, è infine intervenuta diplomaticamente, trovando un precario accordo, che ha riconosciuto la piena sovranità azera sui territori riconquistati, riconoscendo invece al NK armeno la sua porzione originaria, più un piccolo corridoio di terra che lo collega alla madrepatria; che sarà presidiato per 20 anni da forze di pace russe. [Per saperne di più N.d.R.]

Il territorio dell’Artsakh quindi rimane molto ridimensionato, ma ancora miracolosamente in vita, grazie ai russi, fatta eccezione per la città santa di Shusa. Città molto importante per entrambi i popoli, ripresa nei combattimenti dall’esercito azero e rimasta di conseguenza all’Azerbaijan. Inoltre, il corridoio armeno che separa il territorio azero dalla sua exclave del Nakhcivan, viene reso aperto e percorribile dai traffici azeri sotto controllo costante dei peacekeepers russi.

Sancita la sconfitta per Pashinyan e della sua rivoluzione colorata, è scoppiata tutta la frustrazione degli armeni che ne hanno chiesto le dimissioni assaltando il parlamento armeno. Gli armeni hanno ben imparato la lezione: A parte la Russia, nessuna forza occidentale è intervenuta per difendere il loro paese, nonostante le tante, belle e inutili parole giunte in favore di Yerevan, da parte dei paesi occidentali [E la Russia sarebbe intervenuta molto prima se al governo non ci fossero state forze filo-NATO N.d.R].
Al contrario, per il presidente Aliyev, la guerra è stata una memorabile vittoria, che gli ha portato ulteriore consenso e lo ha reso sempre più vicino ad Ankara che, come detto in precedenza, ha aiutato in maniera massiva con mezzi e uomini, i cugini azeri.

Questo scontro è stato fondamentale per provare a capire la guerra del futuro. Guerra che sarà combattuta sempre di più in forma robotica con l’uso massiccio di droni suicidi e con l’utilizzo sempre maggiore di truppe irregolari. Come ad esempio, mercenari reclutati nei contesti più disparati ed utilizzati nei ruoli più rischiosi.
Nonostante il coraggio dimostrato, i combattenti armeni nulla hanno potuto contro i droni che facevano piovere morte dal cielo, i quali hanno dimostrato di poter provocare enormi perdite umane, fiaccando un nemico impreparato e con una contraerea inadatta.
Per concludere è giusto tirare quindi le somme di questa guerra e delle enormi ipocrisie medio-orientali che ha messo in luce.

Soldato armeno, 2020
Soldato armeno, 2020

CONSIDERAZIONI FINALI

Prima di tutto si capisce come, nelle popolazioni turche, l’etnia sia più importante della fede religiosa. È stupefacente come i miliziani sunniti siriani al soldo di Erdogan, trasportati con aerei privati in Azerbaijan in cambio di uno stipendio, siano andati a combattere per un paese di fede sciita. Proprio quegli sciiti che i qaedisti sunniti in Siria combattevano, macellavano e uccidevano poiché apostati e alleati del leader Sciita Bashar Al-Assad.
Gli stessi turchi sunniti, non si sono nemmeno posti il problema della differenza religiosa, sentendo come primaria la vicinanza etnica con i cugini azeri, supportati da Ankara senza se e senza ma.

Un altro sviluppo portato da questa guerra è stato l’allontanamento di Baku dall’Iran, da sempre autoincensatosi come protettore di tutti i musulmani sciiti. Infatti, la nascita della nuova potenza azera, supportata dalla Turchia, rappresenta un motivo di forte preoccupazione per gli Ayatollah iraniani, che vedono nel rafforzamento azero una minaccia all’integrità nazionale, visto che il 20 % della popolazione iraniana è azera e l’Azerbaijan Meridionale iraniano ha più volte presentato (e tutt’ora presenta) tendenze secessioniste.

Proprio per questo durante il conflitto l’Iran, nonostante sia rimasto neutrale, ha fatto intendere a più riprese di supportare la causa armena, trovandosi quindi in contrasto e in forte inimicizia con un paese sciita e vagamente alleato con un paese cristiano.
Addirittura, durante la visita di Ilham Aliyev nei territori conquistati del NK, è stato fotografato un mirino di un cecchino iraniano rivolto verso il presidente azero.

A cascata, quando si parla di Iran, viene automaticamente fuori Israele. Israele che, messi da parte i principi che dovrebbero averla vista solidarizzare con gli armeni, visti i genocidi subiti nel secolo scorso, ha visto un’occasione per mettere pied-à-terre in Azerbaijan, proprio a ridosso del nemico giurato iraniano.

Infine la Russia, da sempre protettrice dell’Armenia, per proteggere la sua importante base militare caucasica, non ha rinnegato la sua amicizia di comodo verso l’Azerbaijan, impaurita che il paese vada sempre più nelle mani di Erdogan e della Turchia.

Il quadro è quindi complesso, ma quello che salta all’occhio è come una regione di per sé poverissima quale è il Nagorno-Karabakh, fatta di pascoli e poco più, sia diventata il centro di un coacervo di interessi internazionali che ledono e andranno a ledere esclusivamente le popolazioni caucasiche. Popolazioni caucasiche che, piccole e divise, risultano terra di conquista delle potenze regionali locali.
Chi vi scrive qui non nasconde, in cuor suo, l’amarezza di non vedere all’orizzonte un processo federativo caucasico che possa fare una sintesi delle antichissime e svariate culture locali, nonché delle tradizioni secolari e millenarie di popoli unici, ospitali e fraterni, macchiati da scontri insensati.
Scontri incentrati su un orgoglio etnico piuttostoché su mediazione, rispetto e comprensione reciproca.

Cambiamenti territoriali dopo il cessate il fuoco
Cambiamenti territoriali dopo il cessate il fuoco

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