Tutto il potere al Tatmadaw

Generale del Tatmadaw durnate una parata
Generale del Tatmadaw durnate una parata

Il 1 febbraio 2021 il mondo è stato colto di sorpresa da un colpo di stato nel remoto Myanmar, paese del sud est asiatico che molti non hanno neanche mai sentito nominare, e se lo hanno sentito nominare lo conoscono con il nome di Birmania, nome che userò anch’io d’ora in poi in questo articolo, che vi piaccia o no.

Ebbene, come mai in Birmania hanno iniziato a sfilare mezzi militari dietro ad ignare maestrine di ginnastica aerobica? Cosa significa per la regione? Proviamo a spiegarlo

Istruttrice di aerobica ignara del colpo di stato che sta avvenendo alle sue spalle
Istruttrice di aerobica ignara del colpo di stato che sta avvenendo alle sue spalle

Come ci siamo arrivati

Innanzitutto, partiamo da qualche cenno storico.

La Birmania, ottenuta l’indipendenza dopo la seconda guerra mondiale, era uno dei paesi più ricchi della regione.

Vi era però un problema, invero comune a molti stati di nuova indipendenza: La disomogeneità etnica e religiosa. Sia a causa di una differente idea di cosa significhi “Stato”, sia a causa di confini influenzati dalle potenze coloniali, sia a causa della mancanza di guerre a forte carattere nazionalista come la prima e la seconda guerra mondiale furono in Europa, la Birmania era (ed ancora è) uno Stato che difficilmente riusciva a sentirsi nazione.

L’etnia birmana, prevalentemente di religione buddista, compone ad oggi circa il 60% della popolazione, il restante 40% è diviso in decine di altre etnie che abitano prevalentemente le regioni di confine e in alcuni casi praticano religioni diverse come l’Islam (i famosi Rohingya).
Queste minoranze etniche da sempre minacciano l’integrità dello Stato con insurrezioni di vario livello, spesso strumentalizzate dalle potenze straniere.

Il destino della Birmania è stato quindi molto simile a quello del Pakistan e di molti altri stati ex coloniali: L’esercito, a forte carattere etnico, si è fatto garante dell’unità nazionale riuscendo a salvare lo Stato dalla balcanizzazione, governando in uno stato di emergenza permanente e, come avviene sempre nei regimi pretoriani, essendo artefice di molteplici colpi di stato.

Il primo accenno di “democratizzazione” si ha nel 1988 quando l’ondata rivoluzionaria partita dalle Filippine in occasione della caduta del regime di Marcos si ripercuote in tutto il sud-est asiatico arrivando anche in Birmania.

I militari sedano il caos delle proteste con un autogolpe e varano una “roadmap” per la liberalizzazione gestita: Inizialmente sarà solo economica (il parlamento votato nel 1990 infatti non si riunirà mai), poi anche politica, arrivando alla Costituzione del 2008, quella attualmente in vigore, che ufficializza la dottrina della democrazia protetta, riservando per i militari piena autonomia, il 25% dei seggi in parlamento e la nomina di alcuni ministeri chiave.

Dalle prime elezioni del 2010, ancora una volta come in Pakistan, inizierà quindi un’era di dialettica costante tra il potere civile e quello militare, alle volte segnata dalla concordia e alle volte segnata dallo scontro.

Questa dialettica si inasprirà quando nel 2016 Aung San Suu Kyi (d’ora in poi ASSK), ex prigioniera politica in seguito ai moti dell’88, vincerà le elezioni prendendo di sorpresa i militari.

Militare della marina birmana
Militare della marina birmana

Il golpe

Dopo le elezioni, i militari hanno preso il potere appellandosi a frodi elettorali, di cui ASSK e il suo partito venivano accusati. E’ seguita una repressione feroce delle proteste che ha causato centinaia di morti e dato vita ad un’altra insurrezione armata, oltre a quelle gia presenti nel paese da decenni. ASSK, ovviamente, è stata anche condannata per aver violato le norme anti-covid, decisione che, se ci fosse stato Otto e Mezzo in Birmania, sarebbe sicuramente stata lodata.

Per capirci qualcosa di questo colpo di stato bisogna porsi una domanda: Perché proprio ora? La risposta a questa domanda si trova, secondo chi vi scrive, nell’enorme, e ancora sottovalutato, cambiamento geopolitico avvenuto negli ultimi 30 anni, di cui in questo blog abbiamo gia parlato.

Bisogna innanzitutto notare che la “democratizzazione” è iniziata dopo la fine della guerra fredda, quando l’amministrazione Bush elargiva promesse di un nuovo ordine mondiale e si impegnava, forte della supremazia americana, del tutto incontrastata, nell’esaudirle. E così l’Egitto si apriva, il Pakistan si apriva, l’Iraq veniva aperto manu miltari all’influenza economica e politica statunitense (questo era, in fondo, il nuovo ordine mondiale).

Anche la Birmania si “apriva”, non è un mistero infatti che la vittoria di ASSK nel 2016 rappresentasse un tentativo di portare a termine la rivoluzione colorata iniziata 30 anni prima, lo si evince, ad esempio ma non solo, dagli ampi investimenti del “national endownment for democracy” nel paese, dal conferimento di un premio Nobel e da altre attività che hanno molto in comune con quelle che in Armenia portarono al potere Pashinyan, con esiti a noi ben noti.

Non dobbiamo quindi sorprenderci se, nel Febbraio 2021, l’elite militare birmana abbia deciso di contrattaccare contro degli Stati Uniti altamente disuniti sul fronte interno, in ritirata dall’Afghanistan, alle prese con una Cina sempre più conflittuale e ben armata.

Aung San Suu Kyi
Aung San Suu Kyi

La Cina

Quest’ultima affermazione potrebbe portare ad una logica conlcusione: I militari birmani sono appoggiati dalla Cina e sono solo l’ultima pedina di questa nuova guerra fredda. In realtà, le cose non stanno così.

La Birmania durante la guerra fredda ha sempre teso all’isolazionismo e le sue gerarchie miltari si possono definire isolazioniste e nazionaliste, non vedono di buon grado l’influenza cinese come non vedevano di buon grado quella americana e in precedenza quella inglese.

Detto ciò, la Cina ha sempre usato, e tutt’ora usa, le varie insurrezioni nella giungla birmana per espandere la sua influenza nel paese, spesso fornendo armi e supporto logistico, e attuando le stesse tattiche di erosione dei confini tramite pattuglie in profondità e dogane utilizzate anche nei confronti degli altri paesi del sud-est asiatico, India compresa.

Con un misto di bastone e carota, la Cina è riuscita ad ottenere un buon grado di influenza presso i militari birmani, arrivando negli anni scorsi ad accordi infrastrutturali tra cui il porto di Kyauk Pyu, sempre in bilico tra la legittima e vicendevole cooperazione economica e il rischio della trappola del debito, naturalmente finalizzati al più ampio disegno della One Belt One Road, la strategia cinese per l’espansione del commercio e la messa in sicurezza delle linee di rifornimento, con mezzi sia diplomatici che militari, per scalzare l’attuale ordine in cui la marina militare statunitense ha il pieno controllo del commercio mondiale.

La Cina, quindi, per la giunta militare è vista sia come fonte di aiuto, essendosi chiaramente interrotti gli investimenti americani ed europei, sia come minaccia per l’indipendenza del paese, per loro un obiettivo fondamentale.

Ribelle del KIA nella giungla birmana
Ribelle del KIA nella giungla birmana

Prospettive future

Naturalmente per il tatmadaw non esistono solo USA e Cina, la Russia ad esempio si è da subito dimostrata molto interessata ai recenti sviluppi e l’India non ha imposto sanzioni, ovviamente non rassegnandosi a consegnare il paese all’influenza cinese.

Detto questo, la situazione non è facile, la forza economica dell’anglosfera, lungi dall’essere inerme sul piano internazionale, fa ancora sentire il suo peso, e nonostante gli abiti civili i militari hanno ricevuto un’accoglienza piuttosto fredda all’ultimo summit ASEAN.

Non sembrano però intenzionati a mollare, e la loro esperienza penso che sia altamente premonitrice di quello che vedremo in altre parti del mondo nel prossimo futuro oltrechè esplicativa di quello che gia stiamo vedendo: La pax americana che si sgretola dando più spazio agli attori locali e permettendo a vecchie inimicizie, rimaste sopite per anni, di scaldarsi nuovamente.

Ministro della difesa russo in visita in Birmania
Ministro della difesa russo in visita in Birmania

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