La logica della strategia [2/2]

La strategia statunitense di controguerriglia

DI ENRICO C // PRIMA PARTE

Negli ultimi due decenni la più grande potenza militare globale si è trovata a fronteggiare due insurrezioni, in Afghanistan e in Iraq, senza riuscire a soffocarle prima che il costo economico e politico di tali occupazioni divenisse insostenibile e imponesse un graduale ritiro. Chi si limitasse ad osservare gli ultimi vent’anni di conflitti armati potrebbe essere condotto a ritenere che ogni tentativo di occupazione sfoci necessariamente in una logorante operazione di controguerriglia. La storia però ci insegna che non è così, basta guardare al secolo scorso per notare come le forze tedesche e giapponesi occuparono vasti territori, riuscendo ad ottenere una passiva collaborazione dalle popolazioni locali quasi ovunque. Allora perché gli eserciti del XXI secolo sembrano incapaci di sfuggire a questa sorte, siano le forze armate statunitensi in Afghanistan e in Iraq o quelle Israeliane in Libano e a Gaza?

La ragione va ricercata nella logica della strategia. La potenza di fuoco dell’aviazione statunitense è a tal punto distruttiva che ogni nemico degli USA impara a proprie spese che non fornire un bersaglio rappresenta di gran lunga il primo requisito di qualunque schieramento. Nei primi mesi della guerra in Afghanistan, i talebani venivano fatti assembrare con attacchi coordinati di unità di commando e forze dell’Alleanza del Nord, per poi essere colpiti dal fuoco dell’aviazione o dai missili Cruise lanciati dalle forze navali a largo del Pakistan. Non ci volle molto perché la concentrazione di forze divenisse sinonimo di distruzione nella mente dei combattenti afghani. L’opposizione divenne quindi un’insurrezione a basso contrasto, esattamente il contrario di ciò che accadde durante l’invasione sovietica dopo che i FIM-92 Stinger, gentile concessione dell’amministrazione Reagan ai mujahideen, tolsero all’Armata Rossa il monopolio dei cieli.

La stessa dinamica ha agito nel ben più caotico contesto iracheno da quando, nella primavera del 2004, la situazione è precipitata in una guerra civile autodistruttiva in cui l’unico elemento comune alle varie fazioni è stata l’ostilità verso le forze occidentali di stanza nel paese.

Soldati americani difendono una posizione nella valle del Korengal, Afghanistan

Ogni azione in guerra ha un punto di culminazione oltre il quale a un maggior impegno corrisponde un minor risultato. Un’aviazione capace di annientare qualsiasi nemico tanto incauto da mostrarsi apertamente non può che trasformare ogni forza avversaria in un‘insurrezione sotterranea e sfuggente. Dunque, non potendo certo alcuna nazione sviluppata rinunciare alla propria superiorità aerea per il piacere di combattere a viso aperto contro forze tecnologicamente arretrate, è necessario indagare i limiti delle azioni di controguerriglia in paesi come Iraq e Afghanistan, contestualmente alla definizione degli obiettivi di tali imprese.

Il termine guerriglia deriva dallo spagnolo guerrilla, letteralmente piccola guerra, usato per descrivere la guerra d’indipendenza spagnola (1808-1814). In questa occasione la popolazione spagnola, costituita per la gran parte da contadini il cui analfabetismo era superato in profondità solo dalla fede cristiana, insorse violentemente contro i potenziali liberatori francesi, pronti a porre fine ai tutti i privilegi feudali della nobiltà e del clero. Nonostante l’apparentemente irrinunciabile offerta francese, il clero iberico riuscì facilmente a convincere la popolazione che il vero scopo di Napoleone, definito usualmente “re delle tenebre” durante le prediche domenicali, fosse profanare la religione cristiana e corrompere le anime dei sudditi del re Cattolicissimo.

La medesima successione di eventi ha avuto luogo in Iraq. Dal giorno in cui le prime forze statunitensi sbarcarono in Mesopotamia, i predicatori sunniti e sciiti lavorarono alacremente per dipingere gli invasori cristiani e i loro alleati come dei crociati venuti per distruggere l’Islam e rubare il petrolio iracheno. La democrazia, i diritti umani e i fiumi di dollari generosamente spesi non erano altro che diversivi ben studiati. Come la plebe spagnola due secoli prima, gli iracheni, per lo più semianalfabeti e ferventi musulmani, non potevano che credere alle parole delle proprie guide spirituali.

L’effetto più evidente dell’ostilità sono stati i frequenti attacchi che le forze della coalizione e quelle del neo governo iracheno, naturalmente accusato di collaborazionismo, dovettero subire. Quindi, se le forze occidentali non possono sperare di spegnere un’insurrezione promettendo benefici materiali ad una popolazione priva degli strumenti intellettuali per quantificarli e saldamente nelle mani di un clero fanatico, che possibilità rimane?

Artificiere americano trasporta un razzo katyusha da una caserma della polizia irachena

La prima risposta è tanto semplice quanto inapplicabile, terrorizzare i terroristi. Durante la Seconda guerra mondiale le forze tedesche combatterono gli Alleati in Francia, Italia e in Unione Sovietica facendo un uso intensivo di ferrovie e strutture logistiche, per lo più appartenenti a nazioni occupate e operate da personale non tedesco, senza alcun intoppo; l’impatto dei movimenti di resistenza sulle capacità militari tedesche fu talmente misero da esser difficile da quantificare. Un tale risultato fu ottenuto attraverso massacri indiscriminati e ben pubblicizzati, il cui preciso scopo era chiarire i costi dell’opposizione all’occupante.

Nessuna democrazia occidentale può applicare un tale metodo di controguerriglia ne avrebbe alcun interesse a farlo.

Rimane solo una strada percorribile, per una democrazia liberale, quando si tratta di occupare lontani paesi abitati da popolazioni arretrate: restare a casa. Questo limite è insito nella natura stessa della democrazia liberale e in quanto tale va accettato. L’alternativa è sprecare vite e risorse in una controguerriglia inutile e logrante prima di tornare al punto di partenza, cioè in patria, sperando di lasciare una situazione non peggiore di quella trovata.

Giulio Douhet, primo teorico del bombardamento aereo terroristico

Conclusione

Nella prima parte di questa esposizione sulla logica della strategia è stato descritto un caso storico in cui le necessità militari presero il sopravvento su quelle politiche e diplomatiche, portando alla nascita di una coalizione capace di contenere la potenza francese in ascesa. La seconda parte, invece, si è occupata di un caso radicalmente diverso, in cui la forza militare è stata impiegata per raggiungere uno scopo scelto in base ad una posizione ideologica, cioè l’ipotesi che sia possibile esportare il modello di società occidentale sulla punta della baionetta.

Cosa lega queste due situazioni così diverse e lontane nel tempo? In entrambi i casi ciò che è mancato non è stata la potenza militare, ma l’assenza di un obbiettivo politico raggiungibile ed esplicito. La condizione di totale sicurezza ricercata da Luigi XIV ha il difetto di non essere raggiungibile nemmeno in teoria, essendo impossibile eliminare i rischi di un conflitto armato. Analogamente, imporre la democrazia liberale in Medio Oriente è uno scopo troppo vago per essere conseguito, tanto più in paesi in cui il concetto stesso di democrazia è estraneo.

Non esiste un bagaglio di espedienti e lezioni che possano essere appresi studiando la storia e che permettano di tracciare una strategia efficace, esistono però delle avvertenze e dei segnali di pericolo che è possibile riconoscere.

Ignorare gli interessi delle potenze che circondano una nazione è uno dei più comuni segnali di una strategia poco efficace e si può riscontrare nella politica estera di Luigi XIV. Allo stesso tempo, porsi degli obbiettivi e illudersi che gli strumenti a propria disposizione possano conseguirli è alla base del tentativo di esportare i valori occidentali in Medio Oriente.

In entrambi i casi ciò che manca è il riconoscimento di un altro, che non è lo specchio di se stessi ne un elemento inanimato, che non si potrà mai capire appieno ma in cui ci si deve immedesimare. Tale è la natura dinamica strategia.

George W Bush dichiara la piena riuscita della seconda guerra del golfo, 2003

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