La logica della strategia [1/2]

Un caso storico, la politica estera di Luigi XIV

Di Enrico C // SECONDA PARTE

Potrebbe apparire avventato analizzare la strategia di un sovrano del XVII secolo con le categorie mentali e la terminologia di oggi, ma la logica che governa i conflitti è generale e si applica all’epoca dei moschetti come a quella delle armi nucleari, sarà essa a guidare questa analisi.

Non è possibile esporre l’argomento di questo articolo senza prima chiarire cosa sia la strategia e quale sia la sua logica, almeno in termini generali. Esistono numerose definizioni di strategia, alcune normative e altre talmente scontate e generali da risultare inutili; per ciò che concerne questa esposizione si definirà strategia come la modalità di interazione delle volontà in conflitto armato.

Dunque, quale logica governa il conflitto? L’elemento caratteristico di un conflitto è l’opposizione tra entità reattive, che operano con il preciso scopo di ostacolarsi a vicenda. Questo fatto separa la realtà della guerra da quella della vita comune, dove un ristoratore non ha a che fare con clienti che evitano in ogni modo le sue pietanze e dove il momento migliore per fare una passeggiata non è di notte, tagliando per i boschi per celarsi ad occhi indiscreti. Si vis pacem, para bellum è la massima che più di ogni altra descrive la logica del conflitto, che sfocia al paradosso e alla convergenza degli opposti. Lo scopo di questo pezzo è evidenziare l’azione di questa logica nel contesto della politica francese al tramonto del XVII secolo.

Luigi XIV

Nel corso del grand siécle la guerra era ritenuta un evento naturale negli affari internazionali e dunque non sorprenderà che durante i 77 anni di vita di Luigi XIV, di cui 55 condotti regnando in piena autonomia, ben 51 furono di guerra. Dal decesso del cardinal Mazzarino nel 1661, momento in cui ottenne piena autorità sul regno, fino alla sua propria morte, avvenuta nel 1715, il Re Sole condusse cinque guerre. La Guerra di devoluzione (1667-1668), la Guerra franco-olandese (1672-1678), la Guerra delle riunioni (1683-1684), la Guerra della Lega d’Augusta (1688-1697) e la Guerra di successione spagnola (1701-1714).

Tra tutti i conflitti a cui la Francia prese parte, solo la Guerra franco-olandese fu condotta al fianco di alleati e dopo aver cercato di isolare diplomaticamente i propri avversari; anche se dopo il 1674 Luigi si trovò comunque a dover condurre la guerra contro le Provincie Unite, il Sacro Romano Impero e il regno di Spagna, avendo al proprio fianco solo il regno di Svezia, e le città di Colonia e Münster. Questo fatto svela un elemento fondamentale nella politica del Re Sole, l’unilateralismo.

Forse Luigi dimenticò gli insegnamenti del suo maestro Mazzarino o forse, resosi conto della potenza soverchiante della Francia, ritenne più vantaggioso combattere da solo piuttosto che a fianco di alleati, con cui avrebbe dovuto dividere gli onori, condividere le scelte e accordarsi sulle priorità. Dalla fine della Guerra franco-olandese, gli stati ai confini della Francia furono vittime di azioni di forza, condotte unilateralmente, come la presa di Strasburgo nel 1681 e del Lussemburgo nel 1683, il cui esito fu la breve Guerra delle riunioni con il regno di Spagna.

Queste azioni spregiudicate e unilaterali di Luigi, frutto anche di una grande fiducia nella potenza militare francese, giocarono un ruolo significativo nell’indurre le potenze europee a coalizzarsi e, infine, a formare la Lega d’Augusta. Per fronteggiare un numero crescente di forze ostili il ministro della guerra francese, François Michel Le Tellier de Louvois, mise in campo in più grande esercito del proprio tempo, compromettendo la stabilità finanziaria del regno nei decenni a venire.

Il formarsi di un sentimento di diffidenza e ostilità verso la Francia influì grandemente sulla politica del Re Sole, che iniziò a vedersi sempre più accerchiato e di conseguenza cercò di accrescere sempre più i propri mezzi difensivi.

Si può apprezzare come la logica paradossale della strategia sia all’opera in questo scorcio. Infatti, fu proprio la grande forza militare francese a favorire un approccio unilaterale agli affari internazionali, il quale fornì un elemento chiave per la formazione della Lega d’Augusta che fomentò il senso di accerchiamento e vulnerabilità di Luigi. Nel regno della strategia una grande forza può generare opposizione e vulnerabilità, fornendo essa stessa i mezzi per essere fermata. Nei conflitti ogni azione ha un punto di culminazione, oltre il quale il suo effetto si inverte fino a trasformarsi nel suo opposto. In questo caso la grande potenza militare francese finì per divenire un elemento di insicurezza per il regno.

La reggia di Versailles

Insieme all’unilateralismo crebbe in Luigi il timore di un’invasione portata dalle potenze europee attraverso il confine renano e i Paesi Bassi spagnoli. Per questa ragione l’ingegnere militare Sebastien Le Prestre, marchese di Vauban, fu nominato commissario generale delle fortificazioni nel 1678 ed iniziò lo sviluppo di un sistema di difesa all’apparenza insuperabile. Insieme ad una razionalizzazione delle posizioni delle piazzeforti sul Reno, venne inaugurato il sistema del pré carré, due linee costituite da 26 città fortificate poste al confine con i territori Spagnoli nelle Fiandre. L’intenzione di presidiare i propri confini era superata solamente dalla necessità di razionalizzarli attraverso la presa di fortezze in luoghi chiave, per dar vita ad una linea di confine difendibile con il minor numero possibile di caposaldi.

Proprio in quest’ottica vanno interpretate la presa di Strasburgo del 1681 e la Guerra delle riunioni del 1683, condotta proprio per razionalizzare il confine in Alsazia e in particolare per ottenere la città fortificata di Lussemburgo. Tale scontro fu concluso dalla tregua di Ratisbona nel 1684, che cedette al regno di Francia il controllo dei territori conquistati durante la guerra per i successivi 20 anni.

La rovinosa Guerra della Lega d’Augusta iniziò quattro anni più tardi quando al Re Sole fu negato il possesso definitivo dei territori ceduti nella tregua di Ratisbona. Per cercare di rompere gli equilibri e forzare gli stati tedeschi ad accettare un fatto compiuto, Luigi diede il via agli scontri con la presa di Filisburgo, l’ultimo tassello necessario al completamento della linea di difesa sul Reno.

Quella che avrebbe dovuto essere una guerra rapida e combattuta sulla difensiva, paragonabile alla Guerra delle riunioni, si trasformò però in uno scontro di nove anni che prosciugò il regno di Francia di ogni risorsa.

Nuovamente, la logica dello scontro fece sì che Luigi ottenne dalle proprie azioni precisamente ciò esse avrebbero dovuto impedire; ciò avvenne in due modi.

In primo luogo, le svariate fortezze conquistate tra il 1681 e il 1688, nonostante i fini difensivi e di efficienza, garantirono al sovrano francese l’immagine del conquistatore mai sazio, un pericolo per ogni altro stato europeo. Luigi perse il controllo della narrativa, come si direbbe oggi, e si trovò nella situazione in cui la sua posizione in Europa avrebbe tratto giovamento da una maggiore chiarezza nel comunicare i propri fini. Paradossalmente, pubblicizzare gli scopi della propria politica estera avrebbe potuto favorire la posizione strategica del re di Francia. La narrativa non può sostituire i fatti, ma una narrativa ostile può descrivere un’azione come qualcosa di diverso da quanto sia in realtà.

In secondo luogo, l’ambizioso piano difensivo di Vauban fu causa di allarme per gli stati posti ai confini francesi proprio per la sua portata e la sua efficacia. Una Francia impenetrabile avrebbe potuto attaccare i propri vicini senza temere rappresaglie. I caposaldi che Luigi prese in Alsazia potevano facilmente impedire ai suoi avversari di attaccare il territorio francese e allo stesso tempo permettevano agli eserciti francesi di minacciare gli stati tedeschi. Le fortezze di Vauban non proteggevano solo i confini, ma proiettavano anche la potenza militare francese in Germania e nei Paesi Bassi spagnoli. Ancora una volta, nel regno della strategia ogni azione, superato un punto di culminazione, finisce per dar vita ad effetti opposti da quelli sperati. In questo caso, la ricerca di una condizione di sicurezza totale da parte di Luigi finì per trascinare la Francia in una costosissima guerra di attrito, da cui gli stati europei ottennero la cessione da parte francese del Lussemburgo, di diverse acquisizioni risalenti alla Guerra delle riunioni, dei possedimenti sulla sponda destra del Reno e la restituzione del ducato di Lorena.

Cartina d’Europa, circa 1700

La storia non può essere semplicemente evocata per risolvere le questioni odierne, come se l’azione umana seguisse dei binari prestabiliti, ma può aiutare a porsi nei panni dell’altro. In fondo, comprendere la storia significa soprattutto comprendere le ragioni degli uomini che ne furono protagonisti.

La politica estera di Luigi XIV nella seconda metà del XVII secolo ci ricorda la debolezza insita in ogni pianificazione capillare: nel regno del conflitto efficienza ed efficacia non solo non coincidono, ma spesso si trovano in opposizione. Una linea di difesa meno scientifica avrebbe costretto Luigi ad impegnare inefficientemente i propri uomini, disperdendoli in molte piazzeforti, e avrebbe reso impossibile la messa in campo del più grande esercito del suo tempo. Ciò avrebbe verosimilmente ridotto le ambizioni del Re Sole o almeno affievolito i timori delle altre potenze europee. Un sistema di fortezze che non fosse stato pensato per negare l’accesso al territorio francese avrebbe fornito agli avversari di Luigi un deterrente e, in caso di scontro, avrebbe potuto dar vita ad una guerra meno lunga e costosa.

L’inefficienza non è, naturalmente, un fattore positivo in sé, ma quando la logica a guidare gli eventi è quella della strategia, tollerarne coscientemente un certo grado può risultare ben più efficace che inseguire il perfetto sfruttamento delle risorse.

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